Lo scrittore, autore televisivo ed editorialista di Repubblica scava negli umori e nella storia del nostro Paese e, citando Totò e Marcuse, dice che nel complesso i nostri concittadini, guardie e ladri, hanno retto alla prova.

Di tante considerazioni che sono state fatte sul coronavirus a inizio marzo, quando cominciava la quarantena, ne sono rimaste in piedi pochissime. Persino sul piano scientifico gli aspetti che ci sembravano certi si sono sgretolati pian piano.

I tempi, i termini di paragone, le curve, neppure ciò che ci davano per assodato ha retto. Altre idee, come quella che la quarantena sarebbe stata come una livella e che stavolta eravamo davvero tutti sulla stessa barca, sono durate ancora meno.

Tra le poche cose che hanno resistito c’è la convinzione ormai radicata in molti che essere chiusi in casa ci abbia costretti a sperimentare fino in fondo le scelte o le decisioni, soprattutto quelle obbligate, prese in passato.

Quella casa, quella strada, quell’arredamento che pensavamo di poter sostituire o modificare da un momento all’altro sono diventate condizioni che, per diverse settimane, ci sono sembrate perenni. In quasi ogni film o libro con le catastrofi chi vive in città è praticamente spacciato, mentre chi sta in campagna se la cava. E oltretutto rischia anche di avere un osservatorio più adatto degli altri a comprendere cosa succede.

Michele Serra ha lasciato per scelta da un po’ la città ed è, da sempre, il più abile a descrivere la capacità tutta italiana di trasformare persino le tragedie in tragicommedie.

A qualcuno è tornata alla mente una prima pagina di Cuore, gennaio 1992. Il titolo era: «Saremo più poveri, ma stronzi uguale». E aggiungevate: «Nemmeno la crisi economica può migliorare gli italiani». Possiamo applicare lo stesso concetto al presente o sei più speranzoso?

Quel titolo ha girato parecchio, in questi giorni… Direi che lo sottoscrivo ancora, ma con qualche illusione in più circa la possibilità degli italiani, me compreso, di migliorare almeno un pochino. Ho provato spesso, in questi mesi, una specie di inconsulta tenerezza per il mio prossimo. Evidentemente, con gli anni, un po’ meno stronzo lo sono diventato. O forse solo un po’ rammollito.

Nella ricostruzione degli anni Cinquanta potevamo illuderci di essere poveri, ma belli. Perché stavolta non possiamo permetterci neanche questa illusione?

Là tutto era distrutto, e dunque ogni novità poteva essere integra, o almeno sembrare tale. I nostri genitori sono davvero ripartiti da zero, dalle macerie e dalla povertà. Qui non c’è la stessa innocenza. Siamo diventati tutti molto più scafati, cinici, crediamo di sapere già tutto e di avere assaggiato già tutto. La Società del Desiderio ha costruito, alla fine, la morte del desiderio. Sembro un nipotino di Marcuse, un rottame della Scuola di Francoforte? Pazienza.

Le prima settimane sono state tragiche e, anzi, i dati continuano a esserlo, eppure abbiamo un’istintiva tendenza alla commedia e, dopo poco, certi aspetti hanno preso il sopravvento: i congiunti, gli affetti stabili, i moduli con l’autocertificazione che cambiavano ogni giorno… 

Ho scritto per l’Espresso un Totò inedito su Fase Due. La pedanteria delle normative è ridicola in quanto tale, ridicola al cubo se pretende di normare la vita quotidiana di sessanta milioni di persone. Commedia, certo. Mi chiedo, però, se si poteva fare di meglio. O di peggio, per esempio alla Bolsonaro. E mi rispondo che, da commedianti, abbiamo fatto più o meno quello che dovevamo fare.

Tu come ti sei spiegato i bizantinismi come i parenti fino al sesto grado? Come potevano non pensare che la cosa avrebbe scatenato l’ilarità? (Perché l’ossessione di scegliere chi potevamo vedere invece di stabilire in che modo o quante persone avremmo potuto incontrare?) 

La burocrazia è cieca, sorda, muta. Capace di parlare solo di se stessa e a se stessa. Mi immagino i funzionari ministeriali addetti a mettere nero su bianco regole già in partenza destinate all’assurdo (Totò, appunto) e sono molto contento di fare un altro lavoro.

L’impressione è quella di un sistema – politico, economico, ma persino privato – in cui molti lavorano soprattutto per scaricare la responsabilità su qualcun altro… 

Questo è fuori di dubbio, e riguarda la società a tutti i livelli. Rileggo con nostalgia e invidia Fruttero e Lucentini, per i quali la pietra miliare della società moderna è l’uomo che si lagna. Una società nella quale per farti levare un foruncolo devi sollevare medici e paramedici da ogni responsabilità, firmando scartoffie; e se muori di cancro ai polmoni puoi processare la Marlboro anche se sai benissimo che è colpa tua; beh, una società così è il paradiso degli avvocati, ma è l’inferno della responsabilità individuale.
La superfetazione delle norme obbedisce a questo bisogno paranoico di innocenza, salvezza, purezza, legalità, alla fine così labirintico e folle che proprio la legalità è la prima che va a farsi fottere. Prova ad assumere un bracciante agricolo per una sola giornata rispettando una per una tutte le normative, e capisci perché il lavoro nero trionfa.

Ai cittadini sono state date grandi responsabilità. Ma a un certo punto si è ecceduto col sorvegliare e punire: le cacce ai runner nei boschi, i droni, gli elicotteri in diretta come con OJ SImpson ma per sorprendere un tizio uscito a fare una passeggiata. Intanto sul tracciamento dei contagi non veniva fatto molto…

La mia impressione è che alla fine, inevitabilmente, si è sorvegliato e punito con qualche eccesso assurdo, ma con una complessiva elasticità. Spalmate sopra la realtà, le norme hanno perduto parte della loro pomposa rigidità, si sono adeguate all’interpretazione dei cittadini e delle forze dell’ordine. Tutto è stato affidato al buon senso, alla vitalità sociale accompagnata da un grano di sale. Nel complesso gli italiani, guardie e ladri, hanno retto alla prova.

Quando hai deciso di trasferirti in campagna non immaginavi una pandemia globale… come resisti senza fare gne gne a tutti? 

In campagna il distanziamento sociale è nelle cose, gli spazi sono più a misura di natura e dunque – non è un paradosso – più a misura d’uomo. Mi sono sentito privilegiato e credo che il rapporto città/campagna, almeno quello, uscirà davvero mutato da questa esperienza. È assurdo che un garage a Cinisello Balsamo costi più di una casa disabitata in un borgo: il concetto stesso di “valore” va a farsi benedire. Lavorando sulle infrastrutture, con fantasia e molti soldi, l’ipotesi di fare dell’Italia intera una specie di immensa e meravigliosa metropoli puntiforme, fatta di borghi e casali tanto quanto di città, non è così remota. Certo, ci vorrebbe la politica…

Il settore primario è tornato prepotentemente nel discorso pubblico, come se fino a ieri l’agricoltura andasse avanti da sola. Sono mancati migliaia di braccianti, prevalentemente stranieri, ma non erano i famosi lavori tolti agli italiani di cui si è parlato negli ultimi anni, perché non molti si sono offerti di sostituirli… e la regolarizzazione è sembrata un compromesso al ribasso… 

Il primario, ovvero il cibo di tutti, è il rimosso sul quale si fonda la nostra vita quotidiana di consumatori. Se io stravedo per il lavoro di Carlo Petrini è perché ha intuito da tempo che la questione del cibo (e dell’acqua) è la più grande questione politica del mondo futuro. Nell’utopia di Petrini e di Terra Madre un’umanità di produttori prende il posto di un’umanità di consumatori. Irrealizzabile? Forse, ma è magnifico pensarlo.
Quanto ai braccianti, da piccolo imprenditore agricolo del Nord posso certificare che senza immigrati, anche irregolari, l’agricoltura non esisterebbe più e gli italiani non avrebbero da mangiare, o dovrebbero nutrirsi solo con porcherie incellofanate senza sapore, senza identità e senza storia. Chi blatera tanto di identità nazionale provveda, prima di tutto, a proteggere l’agricoltura: siamo quello che mangiamo. E chi pensa che il cibo buono e di qualità sia un vezzo da radical-chic, vuol dire che accetta l’idea che il popolo mangi merda, come in America.

La voglia di ripartire sarà tale che dimenticheremo i rischi del cambiamento climatico o, almeno in quello, lo spavento ci avrà cambiati? 

Quando faremo glu-glu e il governo dovrà distribuire a tutti cannucce per respirare sott’acqua, capiremo che il cambiamento climatico non è una bufala. Come vedi sono molto ottimista.

Si è parlato moltissimo di natura che riprendeva i suoi spazi. Ma la natura non è meno violenta dell’uomo…

No che non lo è. Non è buona e non è cattiva, è banalmente la magnifica condizione della vita di ogni cosa che vive. È la biosfera. Non si tratta di idealizzarla, detesto l’ambientalismo svenevole dell’uccellino e dell’alberello, ci vogliono scienza e intelligenza. Ma, se posso dire, ci vuole anche umiltà: dalla natura dipendiamo, non siamo i suoi padroni, siamo parte di lei. Spero che almeno questo la mazzata di Covid ce l’abbia insegnato.

Molti hanno sperato che il virus desse agli altri la lezione che meritavano. Anche tu pensi sia stato un buon insegnante?

Un insegnante severo. Morte, spavento, dolore non sono metodi didattici da imitare, ma sono serviti a richiamarci alla realtà delle cose, che in questo momento ci vede disarcionati dalla tigre che pretendevamo di cavalcare come un ciuco, e non lo è. È una tigre. Bella, ma molto impegnativa.

Abbiamo vissuto due mesi sospesi. Ti era mai capitato di vivere un periodo simile nella tua vita? 

Ovviamente no. Ma passata la prima settimana di notevole angoscia, ho apprezzato molto la trasformazione del mio tempo in una specie di globo informe, senza altro ritmo che quello del ciclo luce-oscurità.
È come se avessi potuto/dovuto tenere in braccio tutto me stesso e tutta la mia vita, la mia casa, i miei cari, i monti davanti. Non avevo mai avuto la stessa sensazione di impotenza e di potere nello stesso tempo. Forse i monaci conoscono bene questa stasi così feconda. Io non la conoscevo, no. E non mi è dispiaciuta. Non ci fossero i morti di mezzo, la ripeterei. Vogliamo fare una settimana all’anno? Due?

FONTE: Linkiesta

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