Uscire in questo periodo è veramente straniante, nessuno avrebbe mai potuto immaginare un mondo in mascherina, un mondo bruscamente senza sorrisi.

Abbiamo imparato in fretta a riconoscere il sorriso negli sguardi, con quell’adattabilità umana che ci permette di trovare il meglio da ogni situazione. Da poco ci aggiriamo nuovamente nelle nostre città che sono uguali ma ci appaiono così diverse, come diversi siamo noi italiani, fantasiosi e anarchici anche nel seguire le regole.

È divertente osservare il modo in cui indossiamo le mascherine: c’è chi lascia un naso un po’ ingombrante di fuori e chi a malapena protegge la bocca, chi la porta penzoloni da un orecchio, chi sotto il mento, chi alzata sul capo come fosse una bandana, chi invece ci si copre quasi tutto il viso, occhi compresi.

Il modello più usato è la chirurgica, azzurrina, con le piegoline. La usano indistintamente uomini e donne, giovani e anziani, professionisti in giacca e cravatta e signore un po’ dimesse.
Le persone anziane la indossano in modo buffo, fanno quasi tenerezza con questa mascherina che gli mangia tutta la faccia, sembra impossibile riescano davvero a vedere. Spuntano solo i ciuffi candidi delle sopracciglia, che ti verrebbe voglia di abbracciarli forte questi nonni d’Italia e spiegargli come indossarla correttamente.

In strada si vedono anche mascherine in stoffa, è interessante scoprire che gli uomini prediligono il nero e il modello mimetico. Le donne adulte indossano colori sobri, mentre le ragazzine azzardano fantasie fiorite dai toni vivaci. Pochissime le righe, i pois e le stelline.

Ma non è di mascherine che volevo parlarvi, credo che sull’argomento ormai abbiamo sviscerato tutto il dicibile. Vi volevo parlare delle file.

Già, le code inevitabili che si formano fuori alcuni negozi. Lo sapete tutti, purtroppo si entra pochi alla volta, più il locale è piccolo più il numero di persone ammesse all’interno diminuisce, di conseguenza tocca aspettare il proprio turno fuori, diligentemente in fila come bravi scolari.
Mi è capitato di notare come le persone in attesa sotto il sole, vadano già alla ricerca delle macchie d’ombra. Immaginiamoci cosa succederà nei prossimi mesi quando il termometro salirà e raggiungeremo temperature bollenti. Forse solo in quei momenti capiremo l’importanza degli alberi in città, il valore senza uguali dell’ombra generosamente offerta dalle chiome di tigli, olmi e frassini.
Mi auguro con tutto il cuore che qualcuno pensi a questo problema, che non è marginale manco per niente, l’estate è dietro l’angolo e si preannuncia rovente, se continueranno le misure di distanziamento sociale, bisognerà prevedere una serie di ombrelloni, oppure delle piccole tettoie in legno, piazzate fuori ai negozi più frequentati per i clienti in attesa.

Temo che la mancanza di ombra potrebbe allontanare potenziali clienti e dirottarli nei consueti centri commerciali. Probabilmente è il caso di lanciare un appello agli amministratori locali, non lasciateci abbrustolire sotto il sole come tanti tacchini nello spiedo.

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