” Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

Oggi, 18 maggio, Giovanni Falcone avrebbe compiuto 81 anni ma la sua vita è stata interrotta prima, il 23 maggio dell’anno 1992, in un caldo sabato, pochi giorni dopo il suo compleanno.

Improvvisamente, scoppiò l’inferno: alle 17:56, un’esplosione squarciò l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, nei pressi dell’uscita per Capaci: 5 quintali di tritolo distrussero cento metri di asfalto e fecero saltare in aria le auto blindate. Morirono Giovanni Falcone, magistrato simbolo della lotta antimafia, insieme alla moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta.

Giovanni Falcone è il personaggio fondamentale nella lotta alla mafia che ruota tutta attorno a Palermo, la città dove egli nacque e dove svolse da magistrato le indagini e le attività più importanti.

Egli dedicò la sua vita alla lotta contro la mafia, senza mai retrocedere di un millimetro, di fronte ai gravi rischi a cui si esponeva con la sua innovativa attività investigativa, mosso da uno straordinario spirito di servizio verso lo Stato e le sue istituzioni.

È stato tra i primi a identificare Cosa Nostra in un’organizzazione parallela allo Stato, unitaria e verticistica.

La sua tesi è stata in seguito confermata dalle dichiarazioni rilasciate nel maxiprocesso dal primo importante pentito di mafia, Tommaso Buscetta, e, negli anni seguenti, da altri rilevanti collaboratori di giustizia.

Grazie al suo innovativo metodo di indagine, pose fine all’interminabile sequela di assoluzioni per insufficienza di prove che caratterizzavano i processi di mafia in Sicilia negli anni ’70 e ’80. Il suo metodo si avvalse di indagini finanziarie presso banche e istituti di credito in Italia e all’estero e permise di individuare il movimento di grandi capitali sospetti, gestiti dalla mafia.

Valori, senso dello Stato, rigore investigativo, carisma, indagini finanziarie ed estrema capacità di coesione all’interno del gruppo che è passato alla storia come il “pool antimafia”: queste le caratteristiche che hanno permesso la realizzazione del primo maxiprocesso alla mafia, il più grande risultato mai conseguito contro Cosa Nostra. L’eccezionale lavoro di un gruppo di magistrati, guidati da Falcone, approdò al dibattimento pubblico che vide alla sbarra 475 mafiosi, tra boss e gregari.
Fu esemplare la sentenza, che consentì alla magistratura di condannare all’ergastolo l’intera direzione strategica di Cosa Nostra. Accuse poi confermate fino in Cassazione.

Era solito dire:

“L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.”

Fu ostacolato, nel corso delle sue indagini, da non poche persone.

Vogliamo ricordarlo con le sue stesse parole:

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società.

Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.

Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere

La mia grande preoccupazione è che la mafia riesca sempre a mantenere un vantaggio su di noi.

“Il coraggioso muore una volta, il codardo cento volte al giorno.”

Dopo di lui, Paolo Borsellino, suo grande amico, continuò a portare avanti il lavoro iniziato insieme. Il 19 luglio, 57 giorni dopo, anche il magistrato Paolo Borsellino, impegnato con Falcone nella lotta alle cosche, fu colpito: andò a trovare la madre in via Mariano D’Amelio, a Palermo. Alle 16:58 ci fu un’altra tremenda esplosione: questa volta in piena città. La scena che si presentò ai soccorritori era devastante. Anche lui se ne andò, lasciando a noi, come Falcone, l’eredità di continuare a dire NO alla mafia!

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