Sono sempre di più gli italiani che cercano opportunità di lavoro nel mondo agricolo per scampare al disastro occupazionale scatenato dal Covid, ma il mercato è già saturo. La denuncia degli imprenditori del Lazio: “Non manca la manodopera, ma i soldi per pagarla”

“Non posso rimanere fermo per un anno, mi devo reinventare”. Luca, nome di fantasia, ha 25 anni ed è un lavoratore del mondo dello spettacolo. La crisi economica scatenata dalla pandemia, per lui, ha significato una cosa soltanto: la fame.

E così adesso si deve rimboccare le maniche. L’idea su come fare a galleggiare in attesa di tempi migliori gli è venuta d’istinto, osservando ciò che aveva attorno: ettari e ettari di coltivazioni che si estendono a perdita d’occhio. Nell’Agro Pontino la terra si lavora da generazioni. E così anche lui ha provato a cercare nei campi un’opportunità, almeno temporanea.

“Ho provato a sentire alcune aziende agricole della zona – racconta – ma mi hanno detto di mettermi in fila perché le richieste sono tantissime”. È per questo che ha il dente avvelenato con il governo. La sanatoria dei circa 600mila migranti, inserita nel cosiddetto “decreto rilancio”, proprio non gli va giù: “Con tutta la gente che annaspa per portare a casa qualche soldo, non se ne sentiva davvero il bisogno”, dice. Quello di Riccardo non è un caso isolato, secondo i dati raccolti all’inizio di aprile da Confagricoltura, delle circa 17mila domande arrivate sulla piattaforma di Agriijob, circa 12mila sono di italiani. Lo sa bene Antonello Di Girolamo, 56 anni, responsabile delle vendite di una cooperativa di Sabaudia che immette sul mercato 10milioni di quintali di frutta e verdura l’anno. “Nelle ultime settimane c’è un gran viavai di italiani che si candidano per lavorare, se ne è appena andata una donna che lavorava come colf, ora non sa più come fare ad andare avanti”, ci spiega. “Con la crisi portata dal coronavirus c’è stato un ritorno alla terra, mentre prima gli italiani disposti a sporcarsi le mani nei campi erano pochissimi, adesso – assicura – il trend si è invertito”. “In questo momento, immettere nuova gente sul mercato non ha senso, ci aiutassero piuttosto a pagare gli stipendi dei lavoratori che abbiamo già”.

È la stessa versione che ci dà Roberto Lisi, titolare di un’azienda agricola della provincia di Latina. “Manodopera? Il problema non è reperirla, ma pagarla, questa sanatoria è solo propaganda”, commenta. La storia della frutta e della verdura che viene lasciata marcire nei campi perché non ci sono abbastanza braccia per raccoglierla, secondo l’imprenditore, è una “fandonia”. “Ho buttato quintali di fragole e zucchine, è vero, ma solo perché non potevo permettermi di raccoglierle”. “La concorrenza dei mercati esteri ci sta rovinando, i prezzi sono crollati al punto che a volte non conviene neppure pagare i braccianti per raccogliere frutta e verdura”. Il risultato? Debiti su debiti. “Al posto della sanatoria servono soldi, liquidità e meno burocrazia”. I migranti che rientrano nella sanatoria promossa dal ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, lui, non sarebbe neppure disposto ad assumerli. “Non è questione di razzismo – gli fa eco Di Girolamo – ma quella è manodopera non qualificata, non saprebbero distinguere una melanzana da una zucchina, e con sei mesi di permesso di soggiorno non farebbero neppure in tempo a imparare il mestiere”. La maxi-sanatoria voluta dalla Bellanova, ne è certo, non servirà a dare una spallata al caporalato come raccontano i giallorossi.

“Il risultato – ragiona Lisi – sarà un aumento della criminalità, perché questa è gente che sbarca in Sicilia e poi va al Nord a spacciare”. “Finiranno – aggiunge – per alimentare sfruttamento e lavoro nero”. La questione tiene banco anche le comunità di stranieri regolari che risiedono nella piana di Fondi. Gente come Sing, indiano sulla cinquantina che lavora come magazziniere in una cooperativa agricola. È uno che ha lottato per stabilizzarsi ed integrarsi. Non gli piacciono le scorciatoie. “Ci sono tanti migranti regolari che dopo anni di sacrifici ora stanno a spasso, sarebbe giusto dare la precedenza a loro”. Eppure, a sentire la titolare del dicastero dell’Agricoltura, l’intesa sulla sanatoria rappresenterebbe il raggiungimento di un traguardo eccezionale. Tanta è stata la soddisfazione che si è persino commossa: “Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili”. Non ci stanno gli imprenditori pontini: “Sono lacrime di coccodrillo – attacca una donna – i veri invisibili siamo noi, io sto ancora aspettando i 600 euro dell’Inps”. E ancora: “Venisse nei campi a vedere come siamo ridotti, non riusciamo neppure a pagare i fornitori di concimi e fitosanitari, allora sì che si commuoverebbe”.

La verità, secondo Sara Kelany, consulente sulle questioni agricole per Fratelli d’Italia al Senato, è un’altra. “Il pallino della regolarizzazione dei clandestini è una costante della sinistra, così facendo sono riusciti a far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta”, denuncia. E a farne le spese sono le vittime collaterali della pandemia. “In questo momento storico – chiarisce – c’è richiesta di lavoro sia da parte degli italiani che degli immigrati regolari, la disoccupazione è aumentata per tutti”. “Il settore agricolo, proprio per le sue caratteristiche stagionali, è visto come un modo per superare questo momento di incertezza”. La Kelany è indignata: “La ricerca di manodopera nel mondo agricolo è solo un pretesto vigliacco, invece di pensare alle questioni ideologiche, la Bellanova facesse gli interessi dei lavoratori”.

 

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lira-degli-italiani-fila-lavorare-nei-campi-lavoro-non-c-1863213.html

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