Il Profeta di Khalil Gibran è un libro che offre senza dubbio lo spunto per profonde e intimistiche riflessioni, è una medicina, una cura per affrontare le pagine della nostra esistenza, è un amico che sa dare saggi consigli.

«Questo libro non è solo per chi ama la poesia. È per chiunque si sia mai chiesto cosa sia la vita”.

È stato definito un “breviario per laici”.
Eppure, c’è un altissimo senso religioso nelle parole dell’autore. I discorsi del Profeta, scritti in modo chiaro e incisivo, sono infatti il punto di arrivo di una sintesi tra il Dio dei Vangeli e la tradizione mistica orientale e insegnano che la felicità, mèta di ogni cuore, è la capacità di cogliere il soffio dell’Assoluto nei gesti quotidiani.

La saggezza del Profeta, la sua calma contemplativa, l’atmosfera rarefatta che regna nel testo dona al lettore lo spunto per riflettere sulle sue azioni e sui problemi quotidiani.

Forte è l’incisività del messaggio poetico-messianico, in cui sono avvertibili echi del Nietzsche di “Così parlò Zarathustra”, ma anche del pensiero induista, buddhista, cristiano e del misticismo islamico.

Stilisticamente, l’autore subì l’influsso del Romanticismo europeo e della tradizione letteraria cristiana.

Continuamente in bilico tra il sermone, l’epigramma e l’aforisma, la sua prosa poetica è ricca di similitudini e allegorie, come lo erano le parabole di Gesù. Questo conferisce al testo uno strano fascino e una rara suggestione.

Dopo aver trascorso dodici anni in contemplazione in terra straniera, Almustafa (ovvero l’eletto di Dio), sente che è giunto il momento di fare ritorno all’isola nativa. In procinto di salpare, egli affida al popolo della città di Orphalese un prezioso testamento spirituale: una serie di riposte intorno ai grandi temi della vita e della morte, dell’amore e della fede, del bene e del male. Lo affida al popolo ma anche a noi lettori, che spesso, nell’affrontare diverse situazioni, ripensiamo ai preziosi insegnamenti presenti nel testo.

Pubblicato a New York nel 1923, “Il Profeta” venne subito accolto con grande favore di pubblico. Fu molto apprezzato soprattutto dai giovani, i quali videro in Gibran un maestro.

La silloge abbraccia, con saggezza contemplativa, i problemi fondamentali dell’esistenza. Il capolavoro del poeta libanese è un libro di notevole fascino senza tempo.

Leggendolo, si rimane incantati, come sospesi nel vuoto, a cercare di dare un senso profondo alla nostra esistenza. Il testo celebra l’incontro tra due opposte culture, l’orientale e l’occidentale, che spesso si intrecciano.

La pace interiore, la serenità e il silenzio dell’anima si fanno parola per rivelare l’Infinito nel finito: Dio è nella vita di ogni giorno. Ognuno lo chiama in modo diverso, ma in fondo tutti cercano il Bene e un soffio d’eternità nell’essere.

Le cose che ci fanno gioire sono spesso le stesse che ci procurano dolore ed è forse in questo dualismo e nella ricerca dell’Assoluto il senso profondo della vita.

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