Rifà capolino a gamba tesa nel mondo della scuola, già confuso e in cerca di identità a causa della attuale emergenza sanitaria, l’istituto INVALSI, che esce allo scoperto proponendo per settembre schede di test per misurare le competenze acquisite durante il periodo di Didattica a Distanza.

La proposta, ritenuta indecente da molti docenti, visto il particolare momento di vita della scuola italiana, è quella di offrire uno strumento di valutazione “attendibile” a studenti e docenti.

Nella prima fase dei test , che dura da anni e che condiziona non poco l’attività e la tempistica didattica dei docenti, l’Invalsi ha lavorato assiduamente  per immettere  nel mondo della scuola il metodo della misurazione, delle competenze, della sfrenata competizione tra docenti alunni e istituzioni scolastiche. Negli ultimi decenni la qualità della scuola è stata falcidiata  da improvvisate e impreparate  generazioni di politici appartenenti ai vari schieramenti  e dai soliti   burocrati ministeriali, tutti fedelmente preposti al rito vuoto della valutazione del sistema d’istruzione. Attività legate alla proposta Invalsi  capillare  e costosa, molto costosa e redditizia per la struttura piramidale  che gestisce il tutto.

La Scuola con la “S“ maiuscola  nasceva, e sarebbe bene non dimenticarlo mai, come istituzione della Repubblica costituzionalmente preposta a sanare le differenze socio-culturali di partenza, oltre che con la funzione primaria di educare e formare le nuove generazioni.

Con l’introduzione delle prove Invalsi la scuola veniva sempre più trasformata in ente locale erogatore di servizi on demand, gestita da un sistema misto pubblico-privato guidato da incapaci  e spesso impresentabili staff dirigenziali, subiva le pressioni e i condizionamenti del mondo produttivo  e mercato del lavoro.

Realtà queste ultime che che la volevano piegata alla primaria  formazione di lavoratori operativamente competenti ma culturalmente vuoti, abili nel fare rapidi copia-incolla ma privi di cultura e capacità di comprensione di sé e del mondo. L’uso pervasivo dei test standardizzati a crocette inaugurato dall’Invalsi si è travasato rapidamente nelle pratiche didattiche delle scuole, realizzando da valle quella involuzione  pedagogica a monte che ha trasformato l’educazione in addestramento, sotto lo sguardo impotente di chi, sempre più solo e sempre più marginalizzato, ha continuato a difendere i percorsi lunghi, lenti, faticosi, soggettivi,  personali e  dunque soggettivamente valutabili, dell’acquisizione della conoscenza e dei saperi.

Poi è arrivato il coronavirus.

Che, nella crisi sanitaria, ha imposto di necessità il trasloco armi e bagagli della scuola in presenza alla scuola a distanza, la cosiddetta DAD, che ha coinvolto  8 milioni di case e famiglie, tante quanti sono i nostri studenti.

Mentre i docenti si arrabattavano con gli alunni non solo per svolgere ma soprattutto per dare senso a questa didattica dell’emergenza, la ministra esternava sui media improbabili e spesso non attuabili, per varie ragioni, soluzioni.

Nella realtà attualizzata ad oggi  un milione di  docenti stanno per scomparire nel web senza che nessuno si ponga il problema delle implicazioni psicologiche, antropologiche, pedagogiche, professionali, o più semplicemente umane, che questo potrà comportare.

A fronte di un quadro tanto devastato, che anche un cieco ormai sarebbe in grado di vedere, sembra che l’unica cosa che abbia veramente importanza sia  solo produrre in silenzio l’ennesima serie  di test non si sa quanto attendibili.

Pasqui dp

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