Questo è il racconto che riscrive la sequenza degli eventi a partire dal novembre dello scorso anno, lungo un filo che tiene insieme Asia, Europa e Stati Uniti. È una storia di allarmi ignorati, medici messi a tacere e informazioni censurate

DI CARLO BONINI (COORDINAMENTO E TESTO), COSIMO CITO (ROMA), ANAIS GINORI (PARIGI), ANTONELLO GUERRERA (LONDRA), TONIA MASTROBUONI (BERLINO), FEDERICO RAMPINI (NEW YORK), FILIPPO SANTELLI (PECHINO).

Fonte: Repubblica.it

Sessantacinque giorni hanno cambiato la storia del mondo. Tra il 17 novembre del 2019 e il 20 gennaio del 2020, la Cina viene contagiata da un nuovo tipo di coronavirus – sarà ribattezzato Sars-Cov-2 – di cui tace o comunque ritarda informazioni che, probabilmente, avrebbe modificato il corso della pandemia, il suo diffondersi su scala planetaria e, in ogni caso, concesso un maggiore tempo di reazione a quei Paesi che ne sarebbero stati investiti.

Questo è il racconto dei momenti chiave di quei sessantacinque giorni. Ed è un racconto che riscrive la cronologia ufficiale degli eventi così come sin qui consegnati alle cronache, lungo un filo che tiene insieme Asia, Europa, Stati Uniti: Pechino, Parigi, Berlino, Londra e New York. L’Oriente, le principali capitali europee, la porta dell’America.

È il racconto di allarmi ignorati, medici in prima linea messi a tacere, di informazioni decisive per la tutela della salute pubblica censurate per proteggere il buon nome di un regime o colpevolmente sottovalutate dalla scienza medica. Di una caccia al “paziente zero”, che dalla Cina avrebbe progressivamente interessato l’intero pianeta, ma destinata per definizione a fallire, perché ne erano stati manomessi i presupposti. E che avrebbe dunque inutilmente girato in tondo alla convinzione, errata, che il contagio fosse sbarcato in Europa tra fine gennaio e febbraio scorsi quando, al contrario, il virus era arrivato nel vecchio continente già nell’autunno del 2019.

Certamente, nessuno oggi può dire, sia pure con evidenze mediche a posteriori, in che misura questo sistematico “cover-up” di Pechino abbia ritardato la reazione alla pandemia. E dunque in che misura abbia contribuito al diffondersi del contagio. È un fatto che in quel mese e mezzo che va dall’inizio di dicembre 2019, quando nella città di Wuhan compaiono i primi casi di Covid, al 20 gennaio scorso, quando il presidente cinese Xi Jinping annuncia l’emergenza nazionale, la storia dell’epidemia venga scandita da una narrazione ufficiale, quella del canovaccio scritto dalla propaganda di Pechino, e da una sequenza di fatti che la contraddicono e che ora comincia ad illuminarsi. Una sequenza lastricata da negligenza, pavidità, cinismo, e, in qualche caso, dolo.

La città sul Fiume Azzurro

Nessuno sa ancora con certezza quando e dove l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata. Quando, cioè, si sia verificato il passaggio da animale a uomo. Se ha ragione il quotidiano cinese in lingua inglese “South China morning post”, che avrebbe avuto accesso a documenti interni del Regime, il primo caso di Covid in Cina è del 17 novembre 2019. Un mese e mezzo prima, cioè, della data in cui Pechino segnalerà ufficialmente all’Organizzazione Mondiale della Sanità la presenza nel Paese di “casi di polmonite di origine sconosciuta”. E’ certo, al contrario, che il primo focolaio di una qualche consistenza si manifesta nelle prima metà di dicembre a Wuhan, capoluogo della regione dello Hubei. La chiamano la “Città sul fiume”, perché appoggiata sulle sponde dell’immenso e maestoso Fiume Azzurro, l’arteria che attraversa e irriga le grandi pianure della Cina centrale. Wuhan è uno snodo di trasporti e commerci tra l’arido Nord e il Sud subtropicale, tra la ricca costa Est e l’Ovest in via di sviluppo. Un hub, dunque, nevralgico su cui Xi Jinping punta molto. Tanto che, nei mesi precedenti, è qui che ha ospitato i Giochi mondiali militari e un importante incontro bilaterale tra il presidente cinese e il premier indiano Modi.

I giochi militari

I Giochi mondiali militari si aprono a Wuhan il 18 ottobre del 2019 e proseguono fino al successivo 27. Arrivano un mese dopo i mondiali di basket e sono una sorta di Olimpiade riservata agli atleti in uniforme. Hanno una tradizione relativamente giovane (la loro prima edizione risale al 1995 e viene celebrata a Roma). Ma sono un’opportunità perfetta per la campagna con cui la Cina ha deciso di costruire la propria immagine nel mondo.

Wuhan, a suo modo, è per altro una location perfetta. Spazi immensi, infrastrutture d’eccellenza, grandi parchi lacustri. Magnifica ospitalità per 9 mila atleti provenienti da 140 Paesi, che vengono accolti con l’inaugurazione di una nuova linea della metropolitana cittadina e alloggiati in blocchi abitativi di dieci o venti piani, con palestre, aree relax con videogiochi e laghetti. Oltre alle discipline tradizionali, i giochi assegnano medaglie anche a discipline tipicamente militari: pentathlon navale, paracadutismo, salvataggio, orienteering. Una grande festa che regala alla nostra squadra azzurra, una delle più numerose (la delegazione conta 139 atleti e poco meno di 70 accompagnatori), diverse soddisfazioni: 4 medaglie d’oro, 12 d’argento e 12 di bronzo, che valgono l’11° posto complessivo in un medagliere dominato dalla Cina (239 podi).

Matteo Tagliariol, 37 anni, schermidore, si ammala rientrando in Italia. «Una forma influenzale acuta – ricorda oggi – da cui ho recuperato senza la necessità di alcun farmaco speciale. Ha avuto un’evoluzione normale, è semplicemente stata più lunga del normale. Questa forma influenzale ha colpito i miei polmoni, forse perché sono asmatico. Potrebbe però anche essere il coronavirus, ma non ho fatto i test». Tagliariol aggiunge che in quei giorni di ottobre a Wuhan, «tutti avevamo dei sintomi respiratori. Nel nostro appartamento, 6 su 6». Un ricordo, tuttavia, smentito dal fiorettista Valerio Aspromonte: «Ho fatto un viaggio intercontinentale e, dopo 16-18 ore, sono arrivato al villaggio di Wuhan. Poi, ho dormito tanto per la stanchezza e il jet lag, ma è normale. Non ho avuto sintomi influenzali, né febbre né tosse particolare. Io ero nella stessa camera di Tagliariol. Siamo stati 11 giorni dentro il villaggio, che era pulito e ordinato. Atleti moribondi per il villaggio non ne ho visti, ho sempre mangiato nella mensa. Era tutto nella norma».Anche il nostro Stato maggiore della Difesa, ridimensiona la testimonianza di Tagliariol: «Il personale sanitario militare, come previsto, ha sempre monitorato lo stato di salute della delegazione degli atleti durante la permanenza in Cina e non ha riscontrato alcuna criticità sanitaria individuale o collettiva al rientro in Italia collegabile al contagio da coronavirus». E tuttavia, qualcosa in quei nove giorni in Cina deve essere accaduto. A meno di non voler concludere che anche gli atleti di altre delegazioni europee abbiano sofferto di una sorta di rimodulazione del ricordo a posteriori.

Sentite, ad esempio, i due pentatleti francesi Elodie Clouvel, medaglia d’argento a Rio, e Valentin Belaud, cinque volte campione del mondo: «Eravamo a Wuhan e ci siamo ammalati tutti. Valentin ha perso tre giorni di allenamento. Strano. E anch’io, soffrivo di malesseri che non avevo mai avuto. Ma non ci preoccupammo più di tanto». Anche in questo caso, è arrivata la smentita delle autorità militari francesi: «La delegazione ha beneficiato del monitoraggio medico, prima e durante i Giochi a Wuhan, con un team dedicato composto da circa venti persone. Non vi sono stati in seno alla delegazione francese casi dichiarati durante e al ritorno dai Giochi assimilabili, a posteriori, a casi di Covid 19».Il canovaccio non cambia con la delegazione spagnola. Il ministero della Difesa smentisce ufficialmente che i Giochi siano stati l’occasione del contagio. Gli atleti ricordano altro. Ad esempio, che quattro di loro vengono trattati in Cina con amoxicillina dopo aver fatto registrare sintomi di carattere influenzale. O che, il 27 ottobre, rientrando in Spagna con voli di linea Wuhan-Pechino-Madrid, o Wuhan-Parigi-Madrid, in diversi si ammalano. Laringiti, febbre persistente. In un caso, una polmonite.

Sicuramente, è pacifico che sono due gli sportivi svedesi rientrati in patria con sintomi riconducibili al Covid 19. Ed è pacifico perché sono le autorità sanitarie scandinave a sostenerlo. Così come è noto il destino che attende al suo rientro negli usa negli Usa la “riservista” e ciclista 52enne Maatje Benassi, presente nella prova in linea dei Giochi. Viene accusata, senza prove, di aver contratto il Covid durante i Giochi e dunque di essere il “paziente zero” americano, il veicolo del virus negli Stati Uniti.
Sulla caduta di Benassi a 15 km dal traguardo della prova a Wuhan si affollano una serie di teorie complottiste. La congettura fiorisce su un video cliccatissimo su YouTube. «È caduta perché aveva il fiato corto, stava male come tutta la sua squadra. E al ritorno ha importato negli Stati Uniti il virus creato in Cina, in un “complotto organizzato” con il marito». Lei e il marito lavorano per il governo: Maatje è impiegata civile in una base dell’aviazione in Virginia, Matt lavora al Pentagono. Tutta la famiglia è costretta a lasciare Fort Belvoir, la caserma in Virginia dove vivono, per fuggire le numerose minacce di morte che arrivano soprattutto attraverso i social alla 52enne riservista dell’Esercito.

«È come svegliarsi da un brutto sogno – racconta Benassi, disperata – e ritrovarsi in un incubo, giorno dopo giorno. Vorrei solo che tutto questo finisse, perché il cyberbullismo è sfuggito di mano a qualcuno». Tra gli accusatori di Maatje Benassi c’è un sedicente giornalista investigativo, tale George Webb. Il suo video, “Five Card Benassi”, ottiene più di diecimila visualizzazioni, ed è ancora visibile su YouTube. Webb si scuserà: «Ritiro ufficialmente quel che avevo detto di Maatje Benassi. Mi erano state date informazioni sbagliate. Non è mai stata positiva e non ha mai agito come agente in incognito. Le mie informazioni al riguardo erano sbagliate». Troppo tardi. E comunque, l’ombra su quei Giochi resta. Dunque?

Il misterioso rapporto del Thanksgiving

Dunque – e conviene tenerne conto – non sono solo i Giochi militari di Wuhan a dare da pensare. A suggerire una retrodatazione del contagio. Se è vera la ricostruzione accreditata da un’inchiesta del network televisivo statunitense Abc – ancorché smentita con forza da Casa Bianca e Pentagono – accade infatti che intorno al Thanksgiving, la festa del Ringraziamento, 28 novembre 2019, qualcosa si muova anche dall’altra parte del pianeta. Negli Stati Uniti.

Qualche giorno o qualche settimana prima, il ramo sanitario dell’intelligence militare (National Center for Medical Intelligence, NCMI) individua infatti un’epidemia in Cina. La conclusione è sostenuta da un’analisi incrociata di immagini satellitari, intercettazioni di comunicazioni interne al governo e alle forze armate cinesi. La principale preoccupazione del NCMI è che quell’epidemia possa mettere in pericolo i soldati americani di stanza in Asia, soprattutto in Corea del Sud e Giappone. Si prefigura un “potenziale cataclisma”.

Il rapporto del NCMI viene fatto circolare prima tra i vertici del Pentagono e quindi, dopo numerose verifiche, arriva alla Casa Bianca, proprio intorno a Thanksgiving. Ne è destinatario il National Security Council (NSC), la cabina di regìa della strategia militare e della politica estera al servizio del Presidente Donald Trump. Che, tra i suoi compiti, ha appunto quello di presentare ogni mattina al Presidente una selezione condensata delle principali informazioni elaborate dall’intelligence. In quel President’s Daily Brief intorno a Thanksgiving fa dunque capolino l’epidemia di quel virus che ancora non ha un nome. E’ un warning. Non servirà.

La dottoressa Zhang

Tiriamo una prima riga. Diciamo pure che non esiste un’evidenza definitiva che gli atleti che parteciparono in ottobre ai Giochi militari avessero contratto il Covid. Anche se, lo abbiamo visto, i sintomi che affliggono alcuni di loro rientrando in Europa sono compatibili con quelli che il mondo imparerà a conoscere e con i tempi di incubazione del virus. E prendiamo pure atto della smentita di Pentagono e Casa Bianca sull’esistenza di un rapporto di Thanksgiving.

E’ un fatto che, nella seconda metà di dicembre, nel reparto di Cure respiratorie dell’Ospedale provinciale di medicina integrata dello Hubei, in pieno centro città, a Wuhan, l’epidemia cessa di essere un segreto. Quantomeno all’interno dei confini cinesi.
L’ospedale comincia ad accogliere una crescente teoria di pazienti che la prima linea della medicina di prevenzione cinese – le piccole cliniche di quartiere – non riesce più a contenere. Presentano sintomi di quella che appare come una normale influenza: febbre, tosse e debolezza. La stagione, del resto, è quella. Se non fosse che quei sintomi di influenza resistono a qualsiasi tipo di farmaco normalmente utilizzato per quel tipo di affezioni. Nessuno sembra avere anche solo la curiosità di mettere insieme quella sequenza di casi anomali. Di incrociare qualche dato epidemiologico. Nessuno. Tranne una dottoressa.

Si chiama Zhang Jixian. Ha 54 anni ed è la direttrice del reparto di Cure respiratorie dell’Ospedale. Ha una storia professionale peculiare, perché, da giovane medico, ha partecipato alla campagna nazionale contro la Sars, la grande epidemia che sconvolge l’Asia tra il 2002 e il 2003, provocando quasi 800 morti.

Il 26 dicembre, visitando un’anziana coppia, si insospettisce. Hanno entrambi la polmonite e mostrano gli stessi insoliti segni sulla Tac. Sa che è raro che membri della stessa famiglia presentino sintomi uguali, a meno che non si siano trasmessi una malattia infettiva. Zhang convoca dunque il figlio della coppia. Non ha tosse né febbre, ma la Tac rivela le stesse macchie nei polmoni.
La Tac fissa le stesse macchie polmonari il giorno successivo. E questa volta il paziente è un commerciante del mercato di Huanan, distante poche centinaia di metri dall’ospedale. Zhang avverte la direzione, quindi il Centro per il controllo delle malattie (Cdc) di Wuhan, l’organo tecnico che in Cina coordina la risposta alle malattie infettive.

In attesa di una risposta che sa non sarà immediata, dispone che i malati ricoverati in reparto vengano isolati e l’obbligo per il personale sanitario di indossare le mascherine. E’ una decisione che le varrà, qualche mese dopo, un’onorificenza del Regime e la consegnerà agli archivi della storia ufficiale della Repubblica popolare cinese come il primo medico ad aver dato l’allarme sul Covid. Ma Zhangh non è forse né la prima, né la sola. Soprattutto, è già troppo tardi. Il mondo ancora non lo sa. Ma la peste si è già messa in viaggio. Ha già bussato alla porta di una casa di Bobigny, banlieue a nord di Parigi. Ottomila e novecento chilometri a Ovest di Wuhan.

Il miracolato di Bobigny

Amirouche Hammar vive a Bobigny, banlieue nord di Parigi. E’ un pescivendolo di 43 anni. Il 27 dicembre, si ammala di Covid-19 senza sapere che sia quello il male che se lo sta portando all’altro mondo. Perché il Covid-19, in quel momento, semplicemente non esiste. Né per la Francia (solo il 24 gennaio verranno dichiarati i primi tre casi di pazienti Covid19: una coppia di turisti cinesi e un imprenditore di origine asiatica curati tra Parigi e Bordeaux), né per la Cina, né per l’Organizzazione mondiale della sanità.

Oggi, che sono passati oltre quattro mesi da quel 27 dicembre, nel piccolo giardino della sua casa, Hammar scherza giocando con un pallone: “Sono il Ronaldo del Corona”. Il che non è. E’ possibile piuttosto che sia il “paziente zero” francese. O, comunque, tra i primi “pazienti zero” d’Europa.

Hammar si ammala il 20 dicembre, dopo che sua moglie ha già avuto una forte tosse secca. Comincia a curare quella che pensa sia un’influenza con olio d’oliva, limone e aglio. “È così che si fa a Cabilia, la mia terra”, racconta. I rimedi delle nonna, però, non bastano. Comincia a sputare sangue, a sentire dolori nel petto, lancinanti “come pugnalate”. Il 27 dicembre si decide ad andare in pronto soccorso.

“Pensavo fosse arrivata la mia ora”, ricorda ora Hammar, che soffre di diabete e asma. Ma non è così. Trascorre cinque giorni in terapia intensiva che lo strappano alla morte. Torna a casa, dove comincia una lunga convalescenza e dove dimentica o forse ignora che il medico che lo ha salvato, il dottor Yves Cohen, responsabile della terapia intensiva dell’ospedale di Bondy, lo ha sottoposto a un tampone. Lo stesso che, conservato e riesaminato quattro mesi dopo, dirà la parola definitiva su quella misteriosa malattia di fine dicembre. E’ Covid-19.

Ma da chi ha contratto il virus Hammar? Il suo ultimo viaggio all’estero, in Algeria, risale all’agosto 2019. E dunque, dice oggi, resta una sola possibilità. Che a contagiarlo sia stata la moglie. E’ un’ipotesi verosimile. La donna lavora nel reparto pescheria di un Carrefour vicino all’aeroporto di Roissy, dove fino a gennaio scorso atterrano voli giornalieri da Wuhan. “Molti turisti asiatici vengono al Carrefour per comprare salmone e pesce spada prima di ripartire”, racconta Hammar e in un angolo del supermercato – aggiunge – c’è un sushi in cui lavorano dei cinesi.
Fermiamoci per un momento. E mettiamo un primo punto.
27 dicembre, Wuhan, Ospedale provinciale di medicina integrata dello Hubei.
27 dicembre, Parigi, ospedale di Bondy.
Il Covid si è già preso due continenti. Il mondo lo ignora.

Il mercato di Huanan

Il 29 dicembre, sulla base delle segnalazioni della dottoressa Zhang, le autorità sanitarie di Wuhan avviano un’indagine epidemiologica. Dopo la Sars, Pechino ha creato un sistema di allerta precoce e casi come quello che arriva dall’ospedale di Wuhan dovrebbero essere immediatamente segnalati al centro. Ma non è quello che avviene. Soprattutto, il 27 dicembre, è accaduta un’altra cosa che ancora non sappiamo. All’Ospedale centrale di Wuhan, anch’esso vicino al mercato di Huanan, arrivano i risultati di un campione prelevato a un paziente 65enne, cliente abituale del mercato. Le analisi sono state effettuate da un laboratorio privato di Canton. E l’esito, che per qualche strana ragione viene comunicato per telefono, segnala evidenze di un nuovo coronavirus. Una grande famiglia di virus, di cui fanno parte banali patogeni da raffreddore, ma anche quello della Sars.Il 30 dicembre, un’altra dottoressa dello stesso ospedale, la direttrice del pronto soccorso Ai Fen, riceve da un laboratorio di Pechino, il Capital Bio Medlab, il risultato di un secondo test, fatto su un’altra persona. Ai, nei giorni precedenti, aveva visitato una serie di pazienti con una forma di polmonite resistente ai farmaci e le quattro lettere che legge sul responso del laboratorio la fanno sudare freddo. “Sars”. È un errore, un falso positivo. Oggi sappiamo che quel virus è un parente della peste che cambierà la storia del mondo, Sars-Cov-2. Eppure, è quell’errore a convincere la dottoressa che non c’è un momento da perdere. Avverte i vertici dell’ospedale, quindi le autorità sanitarie locali. Chiede che medici e sanitari comincino a indossare mascherine. L’indagine epidemiologica, intanto, punta dritto sul mercato di Huanan. E c’è un motivo.

Molti dei primi casi, anche se non tutti, hanno un qualche legame con quel luogo. Il nome esatto del mercato è “Huanan Seafood Market”, ma all’interno non si vende solo pesce. In quel “wet market” in pieno centro città, squallidi capannoni a fianco a grattacieli di lusso, a due strade dalla stazione ferroviaria più trafficata della Cina centrale, si smerciano anche specie di animali selvatici come gli zibetti, che già in passato hanno costituito il serbatoio di patogeni trasmessi all’uomo.

“Nessuna comunicazione senza autorizzazione”

Il 30 dicembre, la commissione sanitaria di Wuhan manda una comunicazione interna a tutte le strutture sanitarie della città. E’ il primo atto ufficiale che segnala un’epidemia in corso. Si chiede ai medici di prendere precauzioni, isolando i pazienti e di comunicare tutti i casi sospetti di polmonite diagnosticati nei giorni precedenti. C’è una seconda direttiva, tuttavia. Che nulla ha a che fare con la protezione della salute pubblica, ma con l’ossessione del Regime per il controllo dell’informazione. Con la pedagogia del governo del popolo. E’ fatto obbligo – questo si legge in quel documento – di non diffondere informazioni sull’epidemia «senza autorizzazione».Il sistema di allarme sanitario precoce, testato solo qualche mese prima e magnificato dalla propaganda, resta dunque muto. La questione non è innanzitutto e soltanto faccenda di medici e infermieri. E’ faccenda che va gestita rispettando i numerosi e multiformi livelli della gerarchia del Partito comunista. Nessuno sa, o immagina forse, che il countdown dell’epidemia ha cominciato a correre da tempo. Che il tempo è già scaduto per la Cina. E non solo per lei.

La strana curva di Colmar

Michel Schmitt è il capo del dipartimento di radiologia nell’ospedale di Colmar, regione dell’Alsazia, Francia orientale, ai confini con la Germania. Ha avuto l’intuizione qualche settimana fa, alla fine di un’altra lunga giornata passata a osservare tac e radiografie dei pazienti Covid ricoverati nell’ospedale di Colmar. Ha ricordato di aver già visto quelle immagini nell’autunno del 2019. Ha così rimesso a posto le lancette dell’orologio del contagio. Un giro più indietro. Forse due. Mentre Wuhan ospita i suoi giochi militari, la Francia è concentrata sulle manifestazioni e gli scioperi per la riforma delle pensioni. Ma nell’ospedale di Colmar si moltiplicano i ricoveri per polmoniti. Polmoniti di nuovo tipo, per lesioni, sintomatologia e durata. Nella sua esperienza decennale – è ormai vicino alla pensione – Schmitt non ha mai visto niente di simile.

I pazienti ricoverati vengono sottoposti a Tac e radiografie al torace. Centinaia di referti. Che, riletti oggi, danno la vertigine. Passati al vaglio di una tripla lettura sulla base dei criteri internazionali di diagnostica per immagini del Covid-19, quei referti dicono che 482 pazienti erano ragionevolmente positivi al virus. Il 53 per cento era composto da uomini con una media di 65 anni.
La “paziente zero” di Colmar, secondo la ricerca che Repubblica ha potuto consultare, è una francese di 28 anni ricoverata il 16 novembre, mai stata in Cina.

16 novembre 2019. Un giorno prima del primo caso accertato di Covid in Cina. Dunque, l’epidemia in Francia ha cominciato a girare ancora prima di quella fine di autunno. “Si – dice il dottor Schmitt – A questo punto, è verosimile che in Cina il virus fosse in circolazione quattro, cinque mesi prima l’inizio ufficiale dell’epidemia. Diciamo durante l’estate”.

Whistleblowers

Il 30 dicembre 2019, il divieto da parte delle autorità cinesi di comunicare “senza autorizzazione” i dati dell’epidemia di un virus di cui ancora si ignora l’esatta natura non fa i conti con un formidabile strumento della contemporaneità – le chat dei servizi di messaggistica – e con la passione che, nelle corsie dell’ospedale di Wuhan, muove la dottoressa Ai Fen.

La mattina stessa del 30 dicembre, dopo aver avvertito i responsabili dell’ospedale, Ai ha cerchiato la con un evidenziatore rosa la parola “Sars” sul referto ricevuto dal “Capital Bio Medlab”, il laboratorio di Pechino, e ne ha spedito la fotografia, insieme alle immagini delle Tac dei pazienti, a un compagno della scuola di medicina. Il messaggio inizia a circolare tra i medici dell’Ospedale Centrale, finché non raggiunge un giovane oftalmologo 33enne, Li Wenliang. A sua volta, Li lo inoltra a un gruppo su WeChat, il social media dei cinesi, di cui fanno parte un centinaio di contatti che hanno studiato medicina con lui.

«Sette casi di Sars confermati al Mercato di Huanan. Messi in quarantena nel nostro ospedale», scrive Li Wenliang alle 17 e 43, confermando che in quel momento gli indizi puntano verso un mercato. Ma anche che i medici in prima linea hanno già intuito il livello di rischio. Qualcuno lo avverte: “Fai attenzione a quello che scrivi o cancelleranno il gruppo”. Un’ora dopo, Li risponde. Precisa che il virus è una variante diversa di coronavirus rispetto alla Sars, prega di «non far circolare le informazioni fuori dal gruppo» e consiglia di «avvertire le vostre famiglie e i vostri cari di prendere precauzioni».

La Cina ha ufficialmente un whistleblower. E, con lui, un grosso problema. Come spesso succede in questo Paese, dove i social network sono un moltiplicatore potentissimo di informazioni – vere, false, finte, approssimative – il messaggio inizia infatti a diffondersi con una rapidità impressionante. A Wuhan e non solo.

Nonostante la precisazione di Li, il messaggio che passa è che quel virus che ha aggredito Wuhan è “Sars”. Quella parola è una cicatrice profonda nella mente di tutti gli asiatici. Un fantasma che all’improvviso torna a prendere corpo. Durante la notte e la mattina successiva, l’allarme di Li, che contribuiscono a diffondere anche altri sette medici, raggiunge e accende migliaia di smartphone. Lorenzo Mastrotto, manager italiano che vive da anni a Wuhan con la famiglia, lo ricorda bene. Come ricorda l’ondata di panico che attraversa immediatamente la città. Comincia la corsa alle mascherine, che vengono rapidamente esaurite. Fino a diventare introvabili.

Non è chiaro come la notizia delle polmoniti di Wuhan arrivi alle autorità di Pechino. Non fosse altro perché la versione ufficiale del Regime cinese è e resta vaga. È possibile che siano i funzionari locali dello Hubei ad avvisare il centro, come da protocollo. O, al contrario, che abbia ragione un noto economista cinese, Hua Sheng. Se la sua ricostruzione coglie nel segno, è il direttore del Centro per il controllo delle malattie di Pechino a imbattersi nella notizia rilanciata da Li che fluttua in Rete e ad allertare la catena gerarchica del partito, la Commissione sanitaria nazionale, equivalente del nostro ministero della Salute.

La macchina si mette comunque in moto e la mattina successiva, il 31 dicembre, un team di esperti viene inviato a Wuhan. In quel momento, come ormai sappiamo, diversi laboratori privati hanno confermato la presenza di un coronavirus. Ci sono anche indizi che la trasmissione possa avvenire all’interno della stessa famiglia, cioè tra uomo a uomo, come dimostrano le precauzioni prese dalla dottoressa Zheng e della dottoressa Ai.

Eppure, il primo messaggio pubblico che il Centro per la prevenzione delle malattie di Wuhan recapita alla popolazione è di tutt’altro tenore: «L’investigazione non ha trovato casi evidenti di trasmissione da uomo a uomo o infezioni allo staff medico – si legge – la malattia è prevedibile e controllabile». Se non è una menzogna (il contagio da uomo a uomo sarà conclamato dalla pandemia) è un catastrofico errore scientifico. E, in ogni caso, la cattiva coscienza del Regime è nella comunicazione edulcorata che decide di trasmettere all’ufficio di Pechino dell’Organizzazione mondiale della Sanità: «A Wuhan si sono verificati una serie di casi di polmonite di causa sconosciuta».

Il mondo ora comincia a sapere. Non troppo, a ben vedere.Non troppo da guastare le feste di Capodanno di qualche miliardo di essere umani che abitano il pianeta. Abbastanza per convincere le cancellerie europee che qualcosa in Cina non sta andando per il verso giusto.

Il laboratorio BSL-4

Wuhan è la più francese delle città cinesi. Dal tempo in cui venne siglato un partenariato tra il Generale de Gaulle e Zhou Enlai, il primo ministro francofilo di Mao Zedong. Cento gruppi come Psa, Eurocopter, L’Oréal o Pernod-Ricard, hanno sedi operative a Wuhan, che concentra circa il 40 per cento degli investimenti francesi in Cina.

E’ anche per questo che è nella capitale dell’Hubei che l’ex premier Bernard Cazeneuve ha inaugurato il 23 febbraio 2017 il laboratorio BSL-4, collegato all’Istituto di virologia e destinato a diventare il perno del dossier con cui la Casa Bianca accusa Pechino. Il luogo dove il Covid-19 sarebbe stato coltivato e da cui sarebbe tracimato per un catastrofico incidente. Il BSL-4 è in ogni caso un regalo francese. Dopo l’epidemia di Sars, l’ex presidente Jacques Chirac aveva voluto aiutare gli amici asiatici, mettendogli a disposizione la sofisticata tecnologia necessaria per la ricerca sugli agenti patogeni più letali. In cambio, la Francia otteneva un avamposto scientifico in Cina in caso di nuove epidemie.

La storia era andata e sarebbe andata diversamente. Dopo aver superato molti ostacoli – dai dubbi sollevati dai Servizi segreti francesi alle proteste della diplomazia americana – i vari governi francesi avevano accompagnato il progetto fino al 2017, salvo interrompere subito dopo la collaborazione scientifica. Le autorità cinesi non avrebbero mai accolto i cinquanta ricercatori francesi che dovevano collaborare a formazione e progetti. I cinque milioni di euro che Parigi aveva stanziato sarebbero rimasti congelati. Nel laboratorio, sarebbe stato presente un solo rappresentante del patto bilaterale, nella persona del microbiologo René Courcol.

Poco, si dirà. Ma abbastanza, nei giorni a cavallo di Capodanno, perché Parigi comprenda tra le prime in Europa cosa stia accadendo a Wuhan. “Non appena le autorità cinesi hanno annunciato la nuova pneumopatia, il 31 dicembre 2019, il console generale di Wuhan ha allertato contemporaneamente il Centro di crisi e sostegno del ministero e l’ambasciata a Pechino”, spiega un portavoce del Quai d’Orsay. “A partire dall’inizio di gennaio, sono stati poi effettuati diversi aggiornamenti negli avvisi ai viaggiatori”, prosegue il ministero degli Esteri.

Sicuramente, il 5 gennaio, la rete diplomatica francese segnala che le autorità cinesi dichiarano 59 persone contaminate, sette delle quali in gravi condizioni. “In quel momento la situazione era tutt’altro che allarmante”, sottolineano oggi le autorità di Parigi.
E tuttavia, al Quai d’Orsay, il Presidente Emmanuel Macron viene informato di quanto accade a Wuhan tra il 30 e il 31 dicembre, come racconta una fonte vicino all’intelligence francese a Repubblica: “L’allerta arriva al Presidente attraverso due diversi canali. Uno diplomatico e uno della comunità scientifica”. L’informativa cita una “polmonite atipica con sintomi della Sars” ed è sostanzialmente identica a quella fornita all’Oms in quelle stesse ore.

L’Eliseo – che, al contrario di quanto riferisce la fonte di Intelligence, colloca il pieno coinvolgimento del Presidente soltanto il 23 gennaio, quando la Cina annuncerà il confinamento di Wuhan – deciderà il rimpatrio dei francesi residenti in Hubei solo il 30 gennaio.

“Il problema della nostra intelligence, come di molte altre in Occidente, non è l’assenza di informazioni, che sono persino troppe, ma la capacità di leggerle e metterle in ordine di priorità”, chiosa la fonte con Repubblica. In ogni caso, i voli diretti tra Roissy e Wuhan continueranno regolarmente fino al 30 gennaio. E fino a inizio marzo, come ha rivelato un’inchiesta di Le Monde, il ministero della Sanità continuerà a distruggere scorte di milioni di mascherine perché scadute o lasciate ammuffire in qualche deposito. Le stesse che drammaticamente mancheranno negli ospedali durante l’emergenza.

Il 30 dicembre del 2019 è anche il giorno in cui si accende una luce a Berlino. L’Istituto Koch (RKI), l’Agenzia governativa tedesca che centralizza i dati sulla sanità, riceve un minuto prima della mezzanotte una mail che avvisa di una “polmonite di origine ignota” che si sta diffondendo a Wuhan. Il mittente della comunicazione è la ProMED-mail, un programma della Società internazionale delle malattie infettive. La Promed rilancia la comunicazione ufficiale delle autorità di Pechino, che parla di quattro casi, appunto, di una misteriosa polmonite. Il “paziente uno”, si legge, “viene dal mercato del pesce di Wuhan”.

E tuttavia, secondo quanto Repubblica ha potuto raccogliere da una fonte governativa, già a fine dicembre i servizi segreti interni tedeschi, il “Bundesnachrichtendienst”, avrebbero ricevuto un’allarmante mail da Wuhan che racconta del pericolo di un nuovo virus. L’allarme – secondo la ricostruzione della fonte – viene girato al ministero della Sanità e all’Istituto Koch. Che, tuttavia, perdono giorni preziosi, restando inerti fino al 31 dicembre, quando Pechino informa l’Oms e dunque il mondo.
Passerà un mese prima di censire il primo paziente Covid tedesco. Ammesso e non concesso che quello sia stato il primo.

In morte del dottor Li

Tra Wuhan e Pechino, quelle tra il 30 e il 31 dicembre, sono ore infernali. Il lavoro degli investigatori sanitari nello Hubei è convulso. I casi su cui indagano sono diversi e localizzati in diversi ospedali. Ed è possibile, perfino naturale, che il loro sguardo sia catturato dal filo che tiene insieme molti degli ammalati con la frequentazione del mercato di Huanan. Si convincono che lì sia l’origine del problema. E, in assoluta buona fede, trasmettono questa convinzione alle autorità centrali.

Su una cosa, del resto, centro e periferia sembrano senza ombra di dubbio essere d’accordo: la necessità di tenere sotto controllo le informazioni. Evitare una fuga di notizie che metta in ginocchio il Paese e ne comprometta l’immagine nel mondo. Nel giro di due giorni, la Commissione sanitaria di Wuhan e quella nazionale mandano infatti un messaggio a tutti i centri diagnostici che hanno sino a quel momento rilevato tracce di coronavirus, spiegando che i campioni della misteriosa polmonite devono essere trattati come «microorganismi altamente patogeni e che tutti devono essere spostati ai laboratori approvati oppure distrutti».

La dottoressa Ai Fen viene convocata dal Comitato di ispezione disciplinare dell’ospedale e duramente rimproverata per aver «diffuso pettegolezzi» e «danneggiato la stabilità» del sistema sanitario di prevenzione. Mentre il dottor Li Wenliang riceve la visita di agenti della polizia locale, che gli notificano una lettera di ammonizione per «aver fatto commenti falsi su Internet» e gli fanno firmare una dichiarazione in cui si impegna formalmente a desistere di lì in avanti da comunicazioni di quel tipo. Sulla televisione di Stato, i telegiornali della sera danno la notizia di otto medici arrestati per aver diffuso dicerie.

Pochi giorni dopo, Li tornerà al lavoro. Si ammalerà di Covid-19 e morirà, diventando il simbolo di quale sia il prezzo della verità in un paese come la Cina. Ma la vita di Li conta nulla, evidentemente, nella partita che sta giocando il Regime. Aver chiuso gli spifferi che arrivano da Wuhan ha consentito di spegnere sul nascere un potenziale focolaio di panico tra la popolazione. Il primo gennaio il mercato di Huanan viene sterilizzato distruggendo ogni traccia di organismo animale, comprese quelle che avrebbero potuto aiutare a ricostruire la genesi dell’epidemia. Da allora, per altro, i campioni raccolti al mercato restano un mistero per la comunità scientifica internazionale.

Alla popolazione viene data notizia che il virus non si diffonde tra gli uomini. Pechino è convinta che la scommessa contro il tempo possa essere ancora vinta. Perché è vero che il Mondo ormai sa di una generica “epidemia di polmoniti di origine sconosciuta”, ma potrebbe dimenticarla se la progressione di quell’epidemia, così come le sue origini possono essere contenute e gestite.
E’ una scommessa che, almeno per altre tre settimane, funzionerà con il mondo intero. Non con chi la Cina comunista la conosce bene e le è nemica. Con Taiwan, la Cina democratica, dove, dal 3 gennaio, le autorità dell’isola cominciano a prendere la temperatura a tutti i passeggeri che sbarcano da aerei in arrivo da Wuhan. È una delle primissime mosse di prevenzione messe in campo al mondo. E si rivelerà decisiva. Taiwan sarà uno dei pochi Paesi che è riuscito a contenere il virus senza nessun lockdown.

Batwoman

Bisogna restare al 30 dicembre, perché ne succedono di cose in quelle ore. Shi Zhengli, una delle virologhe più famose di Cina, sta partecipando a una conferenza a Shanghai. Qualcuno la chiama Batwoman, la signora dei pipistrelli. Con qualche ragione. Piccola di statura e minuta di complessione, Shi ha passato anni a infilarsi nelle grotte più oscure, umide e impenetrabili dello Yunnan, per prelevare campioni di pipistrelli “ferro di cavallo” e comporre nell’Istituto di virologia di Wuhan uno dei più grandi archivi di coronavirus al mondo.

Lo smartphone di Shi vibra. La cerca il capo del suo laboratorio nello Hubei, quello dell’Istituto di virologia. Le chiede di rientrare immediatamente, per indagare su un nuovo focolaio di polmonite virale scoppiata negli ospedali della città. Shi sale sul primo treno veloce e mette subito al lavoro la sua squadra per isolare il virus e mapparne il genoma. E’ tormentata da un sospetto che si le toglie il respiro. Che quel patogeno possa essere scappato per un incidente proprio da lì, dal laboratorio.

Mesi dopo, racconterà di «non aver dormito per giorni», finché, con il genoma alla mano, non avrebbe verificato che il nuovo virus non corrispondeva a nessuno di quelli archiviati nelle sue provette. Lo giurerà sulla sua vita, prima di tutto ai suoi concittadini: la pandemia non è inizia all’Istituto di virologia. Ma questo non basterà, lo vedremo, a far si che quel cubo grigio nel Sud di Wuhan, dono dei francesi, l’unico laboratorio di massima sicurezza biologica in Cina, non resti oggetto di sospetto, e fulcro dell’atto di accusa che gli Stati Uniti si preparano ad istruire contro Pechino.

La Cina rivendica la rapidità con cui i suoi scienziati, a cominciare da Shi, hanno identificato il nuovo virus. Anche qui, però, la storia si muove su due piani. Quello dell’ufficialità e quello della verità. Il 5 gennaio, infatti, nonostante non ne abbia i requisiti, un laboratorio dello Shanghai Public Health Clinical Centre, diretto dal professor Zhang Yongzhen, è il primo a isolare il coronavirus, a partire da un campione ricevuto da un ospedale di Wuhan. Il dottor Zhang avverte subito la Commissione sanitaria nazionale, raccomandando di adottare «misure di prevenzione e controllo adeguate».

I laboratori designati isolano il virus solo due giorni dopo, il 7 gennaio, e la comunicazione ufficiale che annuncia al mondo che ha a che fare con un nuovo coronavirus viene data solo il 9, dopo che un articolo del Wall Street Journal aveva già rivelato la scoperta. Non solo: l’11 gennaio, il dottor Zhang condivide su un database globale, e dunque aperto, il genoma completo del virus. Cosa che le autorità cinesi faranno solo il giorno successivo. L’Organizzazione mondiale della sanità loda il tempismo della Cina, che a suo avviso, dimostra così «l’accresciuta capacità di gestire l’epidemia». Qualche giorno dopo, il laboratorio del professor Zhang verrà chiuso per “rettifica”. 

Certo, rispetto ai grossolani insabbiamenti agli inizi dell’epidemia di Sars, le capacità scientifiche della Cina e la sua disponibilità a collaborare fanno passi da gigante in quei primi giorni di gennaio. Ma è sul campo, a Wuhan, che l’opacità della gestione cinese emerge nella sua dimensione e volto più evidenti e macroscopici. E dunque conviene ritornare a quel 31 dicembre, quando la versione ufficiale confezionata dal Regime viene recitata con un copione che non ammette improvvisazioni o sbavature. I messaggi sono due. Il primo: la situazione è sotto controllo. Il secondo: il virus non si trasmette da uomo a uomo.

La menzogna

È una menzogna. Da qualunque parte la si voglia guardare. Che – è da dimostrare con quanta dose di consapevolezza – viene puntellata per giorni, contro ogni evidenza, in un misto di incompetenza, presunzione e ottuso ossequio alle priorità dell’agenda politica. Il 3 gennaio, i casi confermati di Covid a Wuhan salgono a 41, e risultano tutti trasferiti all’ospedale che in città si occupa di malattie infettive, lo “Jinyintan”.

Ma, da quel momento, il numero dei nuovi contagi non viene più aggiornato per giorni. Occultando così il dato che darebbe al mondo la prova che la situazione è fuori controllo, la commissione sanitaria di Wuhan ha imposto criteri che escludono dal computo dei nuovi contagiati molti degli ammalati. Può infatti essere conteggiato solo chi ha visitato il mercato del pesce di Huanan o chi è entrato in contatto con una persona che lo ha visitato. Uno scherzo, se non fosse vero.

Per i medici in corsia, le prove di trasmissione da uomo a uomo sono infatti sempre più evidenti. Ci sono almeno due cluster familiari, ma non possono dirlo: «Sapevo che doveva esserci la trasmissione umana», ammette la dottoressa Ai Fen in una intervista al magazine Renwu, che il periodico cancellerà dai suoi archivi e che verrà “salvata” dagli utenti cinesi in varie forme, tra cui il linguaggio delle emoticon. «Se avessimo avuto un coordinamento migliore avremmo potuto trovare prima la trasmissione tra uomo e uomo», riconoscerà anche il decano degli epidemiologi cinesi, Zhong Nanshan.

Ma ai papaveri di Wuhan va bene così. In ossequio al principio di ogni Regime. Che una cosa, per essere vera, deve essere detta. Altrimenti, è una “diceria”. Dal 6 al 17 gennaio, in città si tengono così le “Due sessioni”, la più importante riunione annuale del parlamento provinciale. I titoli dei giornali di regime sono tutti dedicati a quell’appuntamento. La polmonite di origine ignota sparisce dall’agenda. Cessa di esistere. Il regime farà poi sapere che il 7 gennaio, lassù a Pechino, Xi Jinping è stato per la prima volta informato dell’epidemia e ha dato disposizioni perché venga contenuta con decisione. E’ ragionevolmente il primo chiodo cui appendere un aggiustamento della versione ufficiale che il Regime si prepara a spendere con il mondo e che prevede – anche qui con scarsa originalità – che la responsabilità dei ritardi e le omissioni sul contenimento della pandemia vadano caricate sulle spalle di funzionari locali.

Certo, è possibile che i mandarini dello Hubei provino davvero a minimizzare. L’imperatore è lontano, severo, e nessuno ha voglia di guastargli l’umore con delle brutte notizie. Sta di fatto che la cronaca di quei giorni mostra una serie di tentativi di rassicurare, di nascondere un’emergenza ogni giorno più preoccupante. Il 9 gennaio muore ufficialmente il primo paziente: un uomo di 61 anni con patologie precedenti, ma il decesso viene reso noto solo due giorni dopo. Nel frattempo, Wang Guangfa, membro di un secondo gruppo di esperti inviati da Pechino, ribadisce alla tv di Stato che la situazione è «controllabile». Qualche giorno dopo si ammalerà anche lui, diventando oggetto di un rabbioso scherno in Rete.

La Cina, del resto, ha un grande alleato: l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ancora il 12 gennaio, l’Oms ribadisce la sua totale fiducia nella versione governativa cinese, «rassicurata dalla qualità delle investigazioni in corso e dalle misure di risposta implementate a Wuhan e dall’impegno a condividere informazioni con regolarità». In un comunicato, l’organizzazione spiega che «le evidenze suggeriscono che l’epidemia è associata con l’esposizione al mercato (…), mentre non c’è chiara evidenza di trasmissione umana».

Peccato che il giorno successivo le autorità tailandesi trovino il primo caso positivo di Covid-19 fuori della Cina. È una turista proveniente da Wuhan, che non ha mai messo piede tra le bancarelle di Huanan, anche se è stata in altri mercati della città. Agli occhi di molti epidemiologi questo è un enorme campanello d’allarme. Soprattutto è il momento decisivo in cui la Cina perde il monopolio delle informazioni sull’epidemia.

I dati che cominciano ad affluire da altri angoli di mondo contraddicono la versione ufficiale di Pechino. Il 14 gennaio, il ministro Ma Xiaowei, potentissimo capo della Commissione sanitaria nazionale, tiene una conferenza con i leader provinciali in cui li avvisa di prepararsi a un «evento sanitario maggiore». Senza dubbio è al corrente che due giorni prima, a Shenzhen, nel Sud della Cina, sono stati ricoverati due pazienti risultati positivi al coronavirus, familiari. I casi però per il momento non vengono confermati, perché il protocollo prevede che vengano validati da Pechino. Ma per il Regime è la conferma che la scommessa di tenere chiusa dentro i confini dello Hubei e della censura del Paese la peste che sta per abbattersi sul mondo è perduta.

Il 15 gennaio, persino l’Oms capisce che è meglio sfilarsi dall’abbraccio mortale con Pechino prima che sia troppo tardi. Un funzionario dell’Organizzazione dice in conferenza stampa che ci potrebbe essere «trasmissione limitata tra uomo e uomo, potenzialmente all’interno delle famiglie» ed è a questo punto che anche la Commissione sanitaria locale di Wuhan decide di allineare la sua versione. Naturalmente, le voci rassicuranti non si spengono. Il rischio è «basso», viene ripetuto. E’ vero, a Wuhan, molti portano la mascherina, ma per il resto la vita scorre normale.

Ci si prepara al Capodanno lunare cinese, la più grande migrazione di massa sulla faccia della terra, durante la quale milioni di studenti e lavoratori lasciano le metropoli in cui vivono e tornano nei villaggi d’origine per festeggiare con le famiglie. Le riunioni politiche sono finite il 17 gennaio e il giorno successivo, come ogni anno, il sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, tiene un grande banchetto di Capodanno, a cui partecipano 40 mila famiglie, che si servono da piatti comuni. Non c’era ragione per cancellarlo, sosterrà Zhou, visto che la trasmissione tra uomo era giudicata limitata. Il giorno successivo c’è anche il concerto ufficiale per l’anno nuovo, il suo evento più esclusivo con invitati scelti. Il giornale locale scriverà che molti dei musicisti hanno sfidato «brutti raffreddori».

Gli acerrimi nemici

Se il report del Thanksgiving alla Casa Bianca doveva suonare come un allarme precoce, ha fallito. Nelle settimane che vanno tra la fine del 2019 e la prima metà di gennaio, gli Stati Uniti dormono apparentemente tra due guanciali. Non fosse altro perché quella misteriosa e lontana epidemia di polmoniti di origine ignota nel cuore della Cina centrale cade in un momento politico peculiare. Washington e Pechino stanno negoziando una tregua sulla guerra dei dazi. Il Presidente Trump sta strappando a Xi Jinping delle promesse su un forte aumento delle importazioni di prodotti made in Usa (molte decine di miliardi in derrate agricole, e non solo). E, il 13 dicembre del 2019, è stata firmata una tregua della guerra dei dazi tra i due Paesi – detta anche fase uno – che ha bloccato una nuova escalation dei dazi, poi finalizzata nei dettagli in gennaio. E’ insomma un periodo delicato. Trump sta incassando un risultato per lui strategico, e lo attribuisce in parte a un buon rapporto personale con Xi Jinping. Rovinare l’intesa per un virus ancora “clandestino” agli occhi dell’opinione pubblica americana e mondiale, può essere un errore. Per l’America in senso lato – inclusa tanta parte dell’establishment, e l’intero corpo medico – il coronavirus fa dunque capolino in modo molto discreto l’8 gennaio. I media Usa riportano una notizia data dalla tv governativa di Pechino, la Cctv: la Cina ha identificato un nuovo virus che provoca una malattia polmonare. Non sembra che si trasmetta fra umani, bensì soltanto da animale a uomo.

Avrebbe infettato decine di persone in Asia, innescando timori in regioni già colpite dalla Sars nel 2003. “59 ammalati a Wuhan”, è il titolo del notiziario ufficiale cinese. Due giorni dopo, il 10 gennaio, i quotidiani americani riportano la notizia di un morto a Wuhan, “ma – scrivono – non ci sono prove di contagio fra persone”. La fonte è l’agenzia stampa governativa Xinhua, ripresa come tale dai media americani: si ammalano solo persone a contatto con selvaggina viva, in vendita in un mercatino locale. Fine della storia.

Nessuno in America mette in dubbio questa versione. Il New York Times si limita a rilevare che mancano due settimane all’inizio delle vacanze del Capodanno lunare, quando, in media, ben tre miliardi di esseri umani si mettono in viaggio in Cina. Osserva che il mercatino di Wuhan è vicino alla stazione ferroviaria. E che nella stessa data, a Hong Kong, ci sono già ricoverati, e che la Corea del Sud ha messo in isolamento totale una donna arrivata da Wuhan. A tranquillizzare i più ansiosi arrivano i primi elogi dell’OMS alle risposte della Cina.

E tuttavia, negli apparati dell’Intelligence americana qualcuno si muove. E’ un uomo che di nome fa Anthony Ruggero, che dirige la sezione specializzata sulle armi di distruzione di massa (e quindi bioterrorismo, guerre batteriologiche) all’interno del National Security Council. Non è d’accordo con l’appeasement e gli elogi di Trump a Xi Jinping, dal quale evidentemente attende gli ultimi dettagli delle concessioni commerciali già stabilite in linea di massima a dicembre.

Ruggero mette in allerta la comunità dell’intelligence per saperne di più sull’origine esatta del coronavirus. E trova un alleato prezioso in Matthew Pottinger, ex corrispondente del Wall Street Journal a Pechino durante la Sars, ora numero due del NSC, e, soprattutto, uno degli uomini che hanno maggiore influenza sulla politica cinese di Trump. Pottinger dà ordine a tutte le agenzie d’intelligence americane di indagare sul complesso di laboratori epidemiologici di Wuhan. Nella convinzione che lì sia la chiave dell’epidemia e del pasticcio che la Cina sta nascondendo al mondo.

Quei laboratori sono una “vecchia conoscenza”, per tante ragioni. Per anni, le loro ricerche – originate dalla Sars – hanno ricevuto finanziamenti dagli Stati Uniti e dalla Francia. E almeno uno di quei laboratori, il BSL-4, è finito sotto accusa da parte degli stessi scienziati cinesi: un documentato rapporto pubblicato da Yuan Zhiming sul Journal of Biosafety and Biosecurity denunciava “carenze e negligenze” proprio negli esperimenti sui contagi da animale a uomo. Non solo. Altri due ricercatori cinesi avevano lanciato l’allarme su incidenti in quel laboratorio.

In due saggi pubblicati nel 2017 e 2019, un biologo di Wuhan, Tian Junhua, aveva rivelato di essersi messo in quarantena dopo essere entrato in contatto con dell’urina di pipistrello. C’era poi anche il giallo di uno studio pubblicato e poi eliminato da due scienziati cinesi, Botao Xiao e Lei Xiao, del Politecnico di Guangzhou. “Il coronavirus – si leggeva in quell’analisi – probabilmente ebbe origine in un laboratorio di Wuhan. I livelli di sicurezza vanno rafforzati nei laboratori di biologia batterica ad alto rischio”. L’intero articolo, apparso sul sito ResearchGate, era stato rimosso dagli stessi autori.

L’NSC non è il solo a lavorare alla pratica Wuhan. Alla Cina cominciano a guardare anche i “Five eyes”, “I Cinque occhi”, i servizi di spionaggio alleati dei paesi anglofoni. E se è vero quello che Trump annuncerà solo tra aprile e maggio, le prove che raccolgono sulla Cina sarebbero concludenti. “Hanno cercato – dice Trump – di insabbiare le notizie, di nasconderle. E’ come cercare di nascondere un incendio. Non ci sono riusciti”.

La Casa Bianca avrebbe insomma le prove di come la Cina avrebbe cominciato a fermare le sue esportazioni di materiali medici essenziali e accumulare riserve sanitarie prima ancora di comunicare del contagio all’OMS. Mentre la tesi sull’origine del virus non sarebbe quella di un patogeno fabbricato in laboratorio, bensì di una manipolazione negligente nel corso di esperimenti che hanno provocato il contagio animale-uomo. Sia come sia, quelle evidenze resteranno in un cassetto per un po’. Pronte ad essere brandite come la “pistola fumante” che a molti pure ricorderà la “smoking gun” della guerra contro Saddam Hussein, le false prove presentate dall’Amministrazione di George W. Bush sulle armi di distruzione di massa per giustificare l’invasione dell’Iraq.
Difficilmente se ne avrà la prova. Mentre è certo, questo sì, cosa accade a Wuhan in quella metà di gennaio 2019.

Epilogo

A Wuhan, come a Pechino, la versione dell’epidemia sotto controllo sta ormai cedendo da ogni lato. Non può più reggere alla pressione che le si scarica addosso dall’esterno e dall’interno del Paese. Venerdì 17 gennaio, alla fine delle “Due Sessioni”, il numero che indica la progressione dei contagi torna improvvisamente ad essere aggiornato. Si impenna, raggiungendo i 198 malati durante il fine settimana. Un numero che potrebbe essere ben maggiore. Se è vero, come è vero, che un report dell’Imperial College di Londra, redatto da alcuni dei maggiori esperti mondiali di epidemiologia, stima sulla base dei primi tre contagi all’estero, in Thailandia e Giappone, che a Wuhan ci potrebbero già essere già 1700 casi, e spiega che una «sostanziale trasmissione da uomo a uomo non può essere esclusa».

L’ultima spallata alla verità ufficiale la dà un nuovo team di esperti, il terzo inviato dalle autorità di Pechino. A guidarlo è una gloria nazionale, l’83enne pneumologo Zhong Nanshan, già in prima linea nella lotta contro la Sars. È informato dei casi di Shenzhen, e gli bastano poche ore a Wuhan per vedere ciò che era già evidente a molti, e che ora non si può più nascondere. In un ospedale della città, 14 membri del personale sanitario si sono infettati durante un’operazione chirurgica. Ci sono diversi focolai familiari e malati senza legami con il mercato di Wuhan. La relazione che Zhong e gli altri presentano alla Commissione sanitaria nazionale, e che ipotizza già la misura estrema della quarantena, non lascia dubbi sulla gravità della situazione: la trasmissione umana non può essere più negata.

Non sapremo mai, probabilmente, se l’anziano Zhong Nanshan abbia risparmiato al mondo ulteriori lutti. Se è a lui che deve andare il nostro grazie. Alcuni sostengono che solo una figura come la sua, con il suo carisma e la sua età, potesse guardare negli occhi Xi Jimping e dirgli quello che non avrebbe voluto sentirsi dire. Altri, che l’anziano luminare sia stato chiamato a fare da foglia di fico di un apparato che aveva già compreso la catastrofe. Anche se, forse, non tutto l’apparato. Visto che dal 17 al 19 gennaio, anche a Pechino, si tengono una serie di ricevimenti legati al Capodanno cinese, tra cui quello che il ministro degli Esteri Wang Yi offre a centinaia di esponenti della comunità diplomatica internazionale. Tra gli invitati, quella sera, ci sono anche persone che provengono dallo Hubei. Lo avrebbe fatto sapendo di rischiare così tanto?Di certo, il 20 gennaio, per la Cina e quindi per il mondo, è il giorno della verità senza più infingimenti. Il presidente Xi Jinping parla per la prima volta pubblicamente del virus, ordinando «sforzi risoluti» per contenerne la diffusione. L’epidemia diventa la prima notizia di tutti i telegiornali, l’ossessione di ogni funzionario comunista in ogni angolo della Cina. Poche ore dopo, alla televisione nazionale, lo stesso Zhong Nanshan ha il compito di confermare la trasmissione umana del virus.

Wuhan precipita nel panico. In città, abita Wang Fang, una delle scrittrici più note di Cina, che, di lì in avanti, pubblicherà online un Diario della quarantena. In uno dei post descrive lo choc e la rabbia per le informazioni ricevute quel 20 gennaio, «del tutto in contrasto con quello che ci avevano detto fino a quel momento». Qualcuno ancora non vuole credere, né rassegnarsi. La sera del 22, a poche ore dal lockdown della città, mentre negli ospedali già vicini al collasso centinaia di persone fanno la fila per farsi visitare, nei parchi coppie di anziani ballano ancora al ritmo della musica tradizionale, stretti e senza mascherina.

La città viene chiusa la mattina dopo, 27 giorni dopo il primo allarme ufficiale, 18 giorni dopo che il coronavirus è stato isolato, diversi giorni dopo i primi indizi di contagi tra membri della stessa famiglia. Soprattutto, dopo che 5 milioni di residenti hanno già lasciato la metropoli per le festività del Capodanno. Uno studio dell’Università di Southampton calcola che adottando le misure di contenimento una, due o tre settimane prima, il contagio poteva essere ridotto del 66, dell’86 e del 95 per cento. E lo stesso Zhong Nanshan ha riconosciuto, parlando a un media di regime come il Global Times, che c’è stato un «ritardo» senza il quale i numeri dell’epidemia sarebbero stati inferiori.

Il Regime, intanto, riscrive la storia. Vengono epurati i dirigenti di Partito di Wuhan e dello Hubei, due funzionari molto legati a Xi Jinping, che pagano per tutti. Il dottor Li Wenliang viene riabilitato come un martire di Stato, con tanto di punizione esemplare per chi lo aveva messo a tacere. Una sola cosa il Regime di Xi non fa, né può fare. Rispondere a quanto Wang Fang annota nel suo Diario, in una delle pagine della quarantena in cui sogna la liberazione di Wuhan. Un’invocazione che è poi la richiesta del mondo intero. «Tutto quello che abbiamo è una attesa senza fine – si legge – Attesa per la riapertura della città, attesa di una spiegazione». Ecco, la riapertura è arrivata, la spiegazione no.

Cambridge

La Cina non risponderà. L’Occidente continua a provarci. “Se prendiamo per vera l’ipotesi che il virus sia arrivato direttamente dalla Cina nel 2019, allora ne deduco che non si sarebbe diffuso in maniera efficiente. E questo anche sulla base di un’altra considerazione. Le infezioni di oggi in Regno Unito e in Occidente sono più del tipo più dominante di Covid-19”, vale a dire la versione europea “G614”, più letale, che si sarebbe sviluppata in Europa evolvendosi dal tipo base del virus “D614”, più blando e presente in Cina a inizio epidemia.

A parlare a Repubblica è il professor Peter Forster, genetista dell’università di Cambridge e autore di uno studio, pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”, che individua il momento della prima trasmissione del Covid-19 all’uomo in Cina “in un periodo di tempo tra 13 settembre e il 7 dicembre 2019”.

Il professor Forster spiega come ha fatto: “Abbiamo studiato circa un migliaio di genomi di ottima qualità del virus, raccolti tra il 24 dicembre e il 24 marzo, tre mesi: abbiamo identificato le mutazioni del SARS-CoV-2, e quante ne sono avvenute al mese. Bene, abbiamo scoperto che c’è una differenza sostanziale tra Asia e resto del mondo. Nell’Asia orientale, il virus registra 1,5 mutazioni al mese, mentre in Europa e Stati Uniti due mutazioni al mese. Ossia, muta molto più velocemente”.

E come mai? “Non lo sappiamo ancora. Teoricamente, potrebbe essere il segno di un virus manipolato in laboratorioma è l’ipotesi meno probabile. Più credibilmente, in Asia c’è un sistema di replicazione del Dna migliore degli europei. O, forse più probabilmente, il virus deve mutare per diffondersi il più possibile. Forse, nel sistema immunitario asiatico, ha meno bisogno di cambiare, mentre in Usa e Europa, paesi più eterogenei a livello antropico ed etnico, il virus deve adattarsi in più forme”. In ogni modo, continua Forster, “calcolando la “regressione lineare del virus, ossia tornando indietro nel tempo, possiamo risalire al momento in cui il virus aveva zero mutazioni, cioè quando ha infettato per la prima volta un uomo. Secondo i nostri calcoli, e abbiamo un grado di fiducia del 95%, ciò può essere accaduto tra il 13 settembre e il 7 dicembre 2019”.

Sorprendente. “No, non tanto”, replica il professor Forster. “Sappiamo che il primo paziente documentato in Cina risale al 1 dicembre o addirittura al 17 novembre, una donna, secondo uno studio locale. Secondo me, invece, è probabile che la prima infezione nell’uomo da Covid-19 sia avvenuta tra fine ottobre e inizio novembre in Cina. Vedremo: la mia stima ha un problema. Presuppone mutazioni costanti del virus, quando in realtà abbiamo visto che spesso sono incostanti. Ma, attualmente, non abbiamo altri dati per condurre ricerche più precise. In questi giorni, è in corso uno studio del professore americano W. Ian Lipkin della Columbia University, che forse potrebbe essere ancora più preciso in questo senso. I risultati dovrebbero arrivare tra qualche settimana”.

Il professor Forster è anche scettico sul fatto che il Covid-19 abbia avuto origine a Wuhan: “Purtroppo non abbiamo molti dati. Ma dei ventitré campioni del virus raccolti a Wuhan che ho studiato, solo tre sono del tipo primordiale ‘A’. Mentre per esempio, nel Guangdong, ben cinque su nove sono di tipo ‘A’. E nello Hunan, uno su uno. Ovviamente il campione complessivo è limitato. Ma questi pochi dati mi fanno pensare che il Covid-19 forse non sia apparso nella regione dello Wuhan”. Il che smentirebbe anche l’ipotesi di virus “scappato” dal laboratorio.

Già, non è finita. Né la caccia, né lei. La peste del 2020.

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