Anche noi genitori, oltre ai nostri figli, siamo vittima di questo nuovo forzato modo di fare scuola che ci è piombato addosso e ha stravolto le nostre giornate ai limiti dell’assurdo.

Sono due mesi   che, come tutti gli altri genitori che vivono ad orvieto, cerco di organizzarmi e adattarmi alla DAD, apprezzandone l’utilità teorica ma constatandone i limiti concreti. Spesso sono limiti oggettivi legati alla connessione lenta e saltellante e all’uso della tecnologia o al possesso degli strumenti idonei …ma non solo questo.

Nel mio piccolo mi permetto di esprimere  osservazioni e preoccupazioni che pare trovino riscontro nelle criticità evidenziate da molti genitori ma anche da tanti docenti.

I problemi maggiori si evidenziano nelle famiglie con più figli a scuola, che devono seguire le lezioni in modalità DAD con uso di tablet e pc e collegamenti adsl che si accavallano. Collegamenti spesso interrotti da improvvisi scollegamenti della rete.

Per non parlare della non omogeneità dell’insegnamento, che, Costituzione alla mano, dovrebbe essere parimenti garantito a tutti. E con la DAD non tutti gli alunni hanno le stesse possibilità e opportunità di seguire le lezioni in videoconferenza.

L’Istat, nel rapporto pubblicato in questi giorni, evidenzia che il 33,8% delle famiglie in Italia non ha computer o tablet in casa, percentuale che scende al 14,3% nelle famiglie con almeno un minore.

La percentuale di famiglie senza computer a casa sale 41,6% al Sud (rispetto a una media di circa il 30% nelle altre aree del Paese): Calabria (46% ) e Sicilia (44,4%) in primis. Nel Mezzogiorno inoltre solo il 14,1% ha a disposizione almeno un computer per ciascun membro della famiglia.

Altro aspetto da non trascurare della DAD è che, in questo momento particolare a causa della emergenza sanitaria che genera ansia e apprensione in tutti, dovrebbe essere attuata con raziocinio e giusta misura per non creare ulteriori tensioni e conflitti nei già precari equilibri degli alunni e delle famiglie.

Io nel mio piccolo, in questo periodo, non chiedo altro che di  trascorrere questi giorni godendomi la figlia  e la famiglia visto che anche ad Orvieto, come in tutto il mondo, la situazione si è fatta così seria e precaria da farci apprezzare  tutti i giorni ogni secondo in più vissuto serenamente.

Ci sono giornate nelle quali io e la moglie arriviamo alla sera  distrutti, dopo ore passate davanti agli schermi non solo per le videolezioni ma anche, e soprattutto, per lo svolgimento dei compiti assegnati e per l’elaborazione dei lavori da caricare.

Il tutto complicato dall’uso di piattaforme diverse.

In questa confusione di “ricezione/invio” materiali e nozioni  c’è poca vera didattica, zero contatto umano, e scarsa attenzione all’aspetto psico-emotivo dei nostri figli, che sono sempre più nervosi e frustrati dalla situazione già di per sé pesantissima.

Come al solito, si pensa di riempire gli alunni come vuoti scatoloni di cartone  e, purtroppo, la bocca dell’imbuto sta sempre dalla stessa parte. E ci dobbiamo improvvisare insegnanti, maestri, docenti, tra compiti e videolezioni che assorbono buona parte della giornata: e le spiegazioni? E la dialettica? E l’inclusione? E l’empatia?

Per non parlare delle difficoltà e  particolarità del comprensorio orvietano scarsamente “servito”da adsl e fibra, dove i collegamenti senza interruzioni continue sono pura utopia.

Una scuola valida e formativa, anche in modalità a distanza, come scopo primario dovrebbe avere quello di rassicurare e coccolare gli studenti, non logorarli ulteriormente (per questo basta e avanza la presenza nella nostra vita del coronavirus).

Ai nostri figli serve una didattica che li faccia respirare, riflettere. Che li astragga in qualche modo dal trauma generato da questa emergenza sanitaria.

L’assurdo e il controsenso di una didattica  a distanza organizzata e concepita in questo modo è che toglie ai nostri figli  il tempo per riflettere e pensare.

E l’aspetto drammatico e da non sottovalutare è che genera tensione e nervosismo.

Proprio ieri sera la figlia, al termine della solita giornata maratona dedicata a fare compiti, mi ha detto che era stanca.

Che non vedeva l’ora di tornare in classe.

Perché ai tempi della scuola in presenza si  stancava meno, comprendeva le spiegazioni e le lezioni spiegate  in classe riuscendo, di conseguenza a, svolgere con autonomia e serenità anche i compiti a casa.

E aveva più tempo per pensare, per respirare, per i  suoi giochi e le sue attività di svago.

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