Non c’è miglior momento in cui poter fare affari che quando l’opinione pubblica è distratta e concentrata su altre storie, e non ci sono occasioni migliori da cogliere se non quelle che si originano proprio durante le emergenze.

Quelli del PD (chiameremo così quel gruppo di irriducibili dall’orientamento politico ben noto) che oramai da decenni si sono strutturati in una élite finanziaria di alto livello, non potevano trovare momento migliore per raggiungere uno degli obiettivi al quale in assoluto hanno tenuto manifestatamene di più.

Era il 31 dicembre del 2005 quando il Giornale pubblicava la trascrizione di una telefonata tra l’onorevole Piero Fassino e Giovanni Consorte, durante la quale l’allora segretario dei DS chiedeva all’allora amministratore delegato di Unipol «Ma abbiamo una banca?» e, dopo 15 anni sembra che la risposta stia arrivando.

A metà Febbraio, quando chi doveva sapere già sapeva o poteva ragionevolmente ipotizzare cosa sarebbe successo di lì a poco, il gruppo Intesa lancia senza nessun segnale premonitore una Ops su Ubi Banca, la terza banca italiana per capitalizzazione, con l’obiettivo di creare un campione del credito a livello Europeo.

Al di là dell’onorevole iniziativa e della sua validità strategica, affinché l’Ops si concretizzi è necessario superare, tra le tante cose, anche i paletti dell’Antitrust, pena la nullità dell’operazione o la non sostenibilità economica che farebbe di fatto naufragare l’ambizioso progetto, e questo Intesa lo sa bene, lo sa talmente bene che, propedeuticamente al lancio dell’acquisizione si organizza, attraverso accordi strutturati e contrattualizzati, coinvolgendo nell’assoluta riservatezza Bper Banca, la quale si impegna ad accollarsi le 500 filiali di UBI che risulteranno in surplus ed in sovrapposizione.

E’ di questi giorni l’approvazione, da parte degli azionisti forti di Bper Banca, della proposta di aumento di capitale a servizio dell’acquisizione di 500 filiali di UBI, confermando tra l’altro la chiara intenzione di diventare così il terzo gruppo nazionale per punti vendita e per capitalizzazione.

E’ ben nota, perché sta su tutti gli organi di stampa, la ferma opposizione di due gruppi di azionisti storici di UBI Banca, costituiti in due patti di sindacato, i quali hanno dichiarato a destra ed a manca e senza mezzi termini la loro contrarietà all’adesione all’Ops di Intesa non solo in quanto non ritenuta congrua a livello di prezzo ma anche perché, oltre a disperdere il valore che attualmente la Banca rappresenta nei rispettivi territori storici di riferimento, verrebbero  depauperate le professionalità riconosciute a tutto il personale.

Sebbene sia piuttosto evidente che tale presa di posizione serva in primo luogo a salvaguardare gli interessi privati dei soci forti di UBI che in prospettiva verrebbero diluiti perdendo la loro autonomia, bisogna comunque ammettere che in soldoni, dal loro punto di vista, non hanno proprio torto, perché tale processo è normalmente ciò che avviene quando una banca più grande acquisisce un Istituto dimensionalmente più piccolo.

Un altro aspetto, per altro ben noto perché anche questo riportato con trasparenza sugli organi specializzati ma passato ultimamente quasi in sordina, riguarda la presa di posizione del terzo gruppo di azionisti che rappresenta circa l’8% del capitale di UBI che fa riferimento all’ala bresciana della banca, capitanata da Giovanni Bazoli, attualmente Presidente emerito di Banca Intesa. Ebbene costoro non si sono ancora espressi e non hanno fornito nessuna indicazione circa con chi si schiereranno: se a favore di Intesa oppure contro l’offerta di acquisto.

Un ultima nota da aggiungere al simpatico quadretto riguarda l’azionariato di Bper. E non ci vuole molto per accertare che, guarda caso, l’azionista di maggioranza dell’Istituto modenese ovvero colui che dovrà, mettendo mano al portafoglio, sostenere il massimo sforzo economico per ricapitalizzare Bper onde poter procedere all’acquisizione delle 500 filiali in eccedenza, è niente po’ po’ di meno che Unipol Assicurazioni.

Inutile rimarcare la collocazione politica di Unipol ben nota a tutti e che, meno di un anno fa, fu proprio Unipol Assicurazioni a cedere le proprie filiale bancarie a Bper Banca consolidandone la posizione a livello nazionale.

E’ quindi piuttosto evidente che tutta l’operazione di Intesa si regge sull’assenso che la stessa Unipol Assicurazioni ha promesso e si è preventivamente impegnata a garantire. Ove infatti Unipol buttasse all’aria, ma ha già come dicevamo dato formalmente parere favorevole, l’aumento di capitale di Bper, Intesa si ritroverebbe a chiudere 500 filiali con una conseguente devastante perdita di valore per l’intero progetto oltre che il pressoché certo non assenso delle autorità di vigilanza le quali non permetterebbero l’operazione.

La domanda sorge spontanea: ma perché Unipol si è impegnata in questo progetto? A quale fine?

Ebbene le ragioni sono molte e non solo riconducibili alla storica condivisione di valori etici e politici che hanno contraddistinto la vita privata e professionale di Giovanni Bazoli e la storia societaria di Unipol, ma riguardano e potrebbero riguardare diverse rese dei conti e diversificati obiettivi da raggiungere.

Innanzi tutto non bisogna dimenticare che UBI Banca, nata per precisa volontà di Giovanni Bazoli sulle ceneri di Bpu Banca e Banca Lombarda, da circa un anno sta progressivamente passando di mano in quanto il gruppo di soci Bresciani che fanno capo al grande vecchio della finanza italiana è stato quasi estromesso dal controllo della Banca. Con il loro scarso 8% hanno ora poca voce in capitolo contro gli altri due patti di sindacato che raccolgono circa il 20% e, sebbene pochi anche se di peso, hanno dovuto sopportare pure qualche pesante defezione di taluni azionisti che ultimamente hanno preferito consociarsi con i nuovi patti voltando le spalle al più datato patto bresciano. Ed onestamente per Giovanni vedersi sfilare l’asso dalle mani dopo essere stato il possessore del mazzo non deve essere stata una grande soddisfazione.

E poi alla fine c’è il “allora abbiamo una banca”!

MPS, oramai decotta, non ha trovato in tutti questi anni un compratore e c’è da ritenere che oramai non ci sia nessuno sul territorio italiano in grado e disponibile a sobbarcarsi l’onere. Solo le cause di risarcimento ammontano a circa 20 miliardi e dopo due capitalizzazioni completamente bruciate, una terza andata a male e l’immissione di circa 5 miliardi da parte dello stato oggi ne vale circa uno. Un pozzo senza fondo.

UBI, guarda il caso di nuovo, che è stata spesso eletta ed auspicata, almeno fino a poco tempo fa, come il cavaliere bianco che avrebbe dovuto salvare l’Istituto di Siena, per un motivo o per un altro ha sempre declinato l’offerta.

E poi c’è l’Europa con la quale l’Italia si è impegnata in tempi certi, abbondantemente procrastinati, a risolvere una volta per tutte il problema MPS.

Ed infine c’è da chiudere la pentola di Pandora sulla storia recente e passata della Banca più vecchia del mondo che, a partire dagli affari e malaffari che venivano dall’URSS per finire alle garanzie su transazioni che chiamarle discutibili parrebbe un eufemismo, ha un estremo bisogno di seppellire per sempre il proprio passato avendo evidentemente ed inevitabilmente accumulato troppi stracci sporchi assolutamente da non esporre al pubblico e possibilmente da lavare a casa.

E chi meglio di colui che ha dimostrato di essere il principe di questo mestiere? Non fu proprio Giovanni Bazoli a dirigere il Nuovo Banco Ambrosiano nato sul disastro dello Stesso Istituto ma senza Nuovo?

Finalmente, sempre che l’operazione di Intesa vedrà la luce, probabilmente verso fino anno, avremo una Banca in grado di fagocitare la sorella sfortunata e così, oltre a far sparire tutta una serie di vergognose indecenze protratte nel tempo, risolvere definitivamente l’annoso problema dell’Istituto di Palazzo Salimbeni seppellendo nel contempo un pezzo di storia del nostro paese che è meglio far finta non sia mai esistita.

Ad Majora!

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