Secondo una ricerca condotta dal team di una società Usa con sede a Bitono, il 35 per cento della popolazione è entrata in contatto con il Covid-19 a partire da ottobre, da quando il virus era già in circolo in Italia.

Coronavirus, lo studio sulla diffusione: “35 per cento della popolazione infettata”

“Almeno un italiano su tre è già entrato in contatto con il virus. Anche al Sud si registrano percentuali molto alte”: è quanto emerso dallo studio sulla diffusione del Coronavirus condotto da un team di ricercatori e medici del Meleam spa – società di proprietà statunitense con una sede anche a Bitonto – e di cui parla oggi, lunedì 20 aprile, La Stampa. Pasquale Maria Bacco, amministratore delegato della società, medico e co-autore della ricerca, ha dichiarato al quotidiano: “Noi stessi ci siamo sorpresi. Oltre al nostro test, ne abbiamo utilizzato uno cinese e uno statunitense. Stessi risultati e nessuno li ha mai smentiti. Su un campione di 100 persone, a Napoli 38 erano positive e a Bari 36. La verità scientifica è questa. Poi se questi dati non devono emergere e si vogliono raccontare altre verità, è un discorso diverso”. Questi dati, secondo quanto raccontato dal medico, sono stati comunicati alla presidenza del Consiglio dei ministri, ma la protezione civile non ha mai contattato il team.

Lo studio parla del 35 per cento di popolazione infettata, e per Bacco è dunque impossibile che il 90 per cento degli italiani sia ancora estranea al virus. “Per noi che studiamo la microbiologia, è folle. Significa negare l’elemento caratterizzante, e cioè la forte propagazione”. Nella ricerca di anticorpi sono state coinvolte oltre 5mila persone sane, divise per regioni, sesso, età. “È il classico prelievo di una goccia di sangue dal polpastrello”, osserva Bacco. “Sono emersi picchi del 50 per cento: una persona su due manifestava anticorpi. Una conferma della capacità di infettare del Coronavirus e di essere prevalentemente asintomatico. Indagando sugli anticorpi, abbiamo scoperto quanto fossero datati. Ecco perché il nostro studio è insidioso: il virus era in Italia da ottobre. Le famose polmoniti da legionella erano già da Coronavirus, ma non di questo”. Il virus, circolato anche al Sud, ha trovato il clima ideale al Nord, ed è li che si è modificato per diventare più aggressivo.

“Il virus lombardo è diverso da quello siciliano. Credo che nel meridione non avremo mai quello che è accaduto al Nord: non come numero di infettati perché la differenza non è tanta, ma come incidenza clinica. Qui si può essere fiduciosi per la stagione estiva perché il clima gioca a favore. Il virus ci sarà ancora, ma non ce ne accorgeremo”. Intanto, il laboratorio pugliese ha anche prodotto un test sierologico “interamente made in Italy” che sarebbe già sul mercato, utilizzato da aziende come Amazon e Ferrari, con ordini da oltre 20 milioni. L’esame potrebbero essere ampiamente adoperato nel passaggio alla fase due, permettendo addirittura di non utilizzare protezioni se positivi al test sugli anticorpi e negativi al tampone. “Abbinando test e tamponi, potremmo liberare il 25 per cento della popolazione, individuando i soggetti immunizzati naturalmente”, ha spiegato Bacco.

“Se sono positivo all’anticorpo, faccio il tampone e, se sono negativo, non posso infettare né essere infettato. Chi è negativo al tampone e ha gli anticorpi può tornare nella società. Nei reparti Covid potrebbero lavorare medici e infermieri immunizzati. E operare senza protezioni, di cui c’è grande carenza, proprio perché hanno sviluppato questo vaccino naturale. Poi fare la stessa cosa per le fabbriche, i servizi pubblici”. Nonostante la comunità scientifica non abbia ancora decretato se la presenza di anticorpi equivalga all’immunità, e sia ancora in fase di studio, per Bacco essere positivi al test significa essere immuni “almeno per quattro mesi”. “Per sicurezza l’esame va ripetuto a distanza di 7 giorni. I tamponi possono dare risultati anomali, invece il test si basa su un elemento che contiene tutto di noi e cioè il sangue. L’utilizzo di entrambi può indirizzare le istituzioni per la fase 2”, ha concluso il medico nell’intervista. “In Italia ci sono anche altre aziende che li producono e sono tutti validi. L’importante è capire che vanno utilizzati”.

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