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Sono solo i primi 17 giorni successivi all’applicazione delle misure di contenimento a determinare l’entità della diffusione del contagio nella pandemia di Covid-19, che sembra dipendere esclusivamente dai focolai divampati per caso nei primi giorni (come quello successo all’ospedale di Codogno o la partita Atalanta–Valencia) e non dalle differenze nel rigore del lockdown.

Di conseguenza, qualsiasi misura restrittiva applicata dopo i primi 17 giorni (come la chiusura delle industrie o i divieti alla libertà di movimento dei cittadini) incide poco o nulla sull’andamento dei contagi e sul numero finale delle vittime.

E’ questo il risultato di una serie di studi avviati da un team internazionale di scienziati a guida italiana, sfociati in un modello predittivo delle vittime estremamente preciso, che coincide in tutti i Paesi, anche in quelli dove le industrie non sono mai state chiuse e i cittadini sono liberi di muoversi, come la Germania o la Svezia.

L’analisi e il confronto tra modello predittivo e casi reali
L’analisi e il confronto tra modello predittivo e casi reali

«Tra gli ultimi giorni di febbraio e la prima settimana di marzo siamo stati assaliti al pronto soccorso da un numero impressionante di persone che manifestavano i sintomi gravi dell’infezione da SARS-CoV-2. Mi è sembrato quindi utile e opportuno costituire un team di ricerca internazionale che potesse darci tempestivamente numeri precisi sullo sviluppo dell’epidemia», racconta Stefano Centanni, ordinario di Malattie dell’apparato respiratorio all’Università di Milano e direttore dei reparti di pneumologia degli Ospedali San Paolo e San Carlo, sempre a Milano, tra gli ospedali più validamente in prima linea nella lotta contro il Covid-19.
In poche ore il team è costituito, con i professori Giovanni Sotgiu (Epidemiologia, Università di Sassari), Monica Miozzo (Genetica Medica, Università di Milano), Giorgio Walter Canonica (Asma e Malattie respiratorie, Humanitas University, Milano), Joan Soriano (Epidemiologia, Università di Madrid), J. Christian Virchow (Pneumologia e Terapia Intensiva, Università di Rostock) e Alberto Giovanni Gerli, ingegnere esperto di big data, imprenditore e «cervellone matematico» del gruppo.

 Le equazioni e le previsioni di sviluppo dell’epidemia

«Ho ricostruito la curva dei contagi e dei pazienti deceduti partendo dai dati cinesi, in particolare della provincia dell’Hubei. Il segreto è stato nel dividere la curva in due parti, prima e dopo il picco giornaliero di casi. Le curve di tutte le nazioni del mondo si assomigliano per forma: una polinomiale di terzo grado prima, una asimmetrica sigmoidale poi. La magnitudine è invece dipendente solo da quanto crescono i dati nei primi giorni», spiega Gerli, autore anche di un sito interattivo (www.predictcovid19.com) dove, usando le equazioni da lui ricostruite, è possibile ottenere le previsioni di sviluppo dell’epidemia in ogni comunità del mondo, piccola come un quartiere o grande come un continente, solo a partire dall’andamento dei primi 17 giorni.

Dati reali e previsioni

I numeri sembrano quasi magici: è il 10 marzo, in Italia si registrano 631 morti e il modello prevede – ad esempio – per il 18 aprile 23.873 morti, indipendentemente dalle misure restrittive: nella realtà i casi registrati sono stati 23.227, poche centinaia di meno. La previsione per fine maggio è invece di poco meno di 30.000 vittime, ed è molto probabile che si avveri.

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La pubblicazione dei risultati

Dopo l’analisi dei dati italiani, si è passati ad un’analisi comparativa più dettagliata tra Italia, Germania, Spagna e Stato di New York, in pubblicazione su Allergy, rivista scientifica internazionale. I risultati? Sempre gli stessi. Partendo dai dati dei famosi 17 giorni, si arriva a previsioni con una correlazione tra dati reali e stimati superiore al 99%.

 Gli scienziati non si fermano e, rispondendo ad una esigenza forte in Europa ma soprattutto negli Stati Uniti, stanno lavorando a un modello previsionale dei posti in terapia intensiva, ad oggi fondamentale approccio clinico per fronteggiare i casi gravi. Chissà che Anthony Fauci, l’immunologo consigliere della Casa Bianca per la pandemia, non abbia voglia di affidarsi a un modello sviluppato in Italia, Paese d’origine della sua famiglia.

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