Spettacolare, intenso, immaginifico, a tratti confusionario e indimenticabile, tanto da non poterne fare a meno. “Cent’anni di solitudine ” di Gabriel García Marquez, manifesta pienamente lo stile dell’autore, del quale oggi ricorre l’anniversario della morte, avvenuta il
17 aprile 2014, a Città del Messico.

È considerato da molti il miglior romanzo di Gabriel García Márquez. È stato letto e amato da generazioni di lettori ed è caratterizzato da un realismo magico di matrice sudamericana.

È un romanzo davvero unico per stile narrativo e storia tanto da aver ispirato anche altri autori e altri libri. È recente inoltre la notizia che la piattaforma Netflix vorrebbe trasformarlo in una serie televisiva.

Scritto in soli 18 mesi e pubblicato nel 1967 a Buenos Aires, fu da subito un fenomeno editoriale di larga portata: in due settimane vendette ben 8mila copie. Tradotto in 46 lingue, si stima che, dall’anno della sua pubblicazione, abbia raggiunto oltre 50 milioni di copie.

Fin dall’inizio, mentre si legge, si comprende subito che il libro ha qualcosa di unico: ci si trova trasportati in un modo fiabesco e particolare, oltremodo somigliante a quello che conosciamo.

“Cent’anni di solitudine” non è affatto semplice da leggere: tutt’altro! È un romanzo estremamente complesso, con intrecci e tanti personaggi, ma che affascina, pagina dopo pagina.

La trama è una mescolanza di elementi soprannaturali ed elementi quotidiani che si risolve talvolta in comicità.

Narra la storia bizzarra della famiglia Buendìa, con i suoi strani ed egoisti personaggi, i suoi luoghi, il suo contesto. Un intreccio di nomi che si ripetono, profezie che si avverano, di misteriosi accadimenti, magici e reali.

José Arcadio Buendía, patriarca di una stirpe molto numerosa e tribolata, abbandona il villaggio natale per sfuggire a un fantasma che lo perseguita. Dopo un lungo viaggio in compagnia della moglie Ursula, incinta del primo figlio e terrorizzata all’idea di partorire un bambino con la coda di maiale frutto di un amore incestuoso, approda nel luogo in cui fonderà “un paese felice, dove nessuno aveva più di trent’anni e dove non era morto nessuno”.

L’autore, nel testo, riesce così a fondare e a far immaginare ai lettori Macondo, che rappresenta il paradigma della solitudine umana e del destino.

Lì Ursula darà alla luce Aureliano, “il primo essere umano nato a Macondo”, che diventerà un colonnello leggendario, che guiderà la rivoluzione liberale. Egli combatterà ben trentadue guerre, perdendole tutte. Finirà la sua esistenza avventurosa a fabbricare pesciolini d’oro per poi fonderli e ricominciare, assecondando il vizio ereditario della famiglia di fare per disfare.

Col passare del tempo, si succedono fatti e nomi, dai vari José Arcadio e Aureliano, tutti diversi ma estremamente simili tra loro; ciascuno di loro è ineluttabilmente condannato a un destino di solitudine. Fin quando l’ultimo Aureliano, il primo e solo padre dell’animale mitologico, un bambino con la coda di maiale, non decifrerà le misteriose pergamene dello zingaro Melquíades.

La “solitudine” accompagna per cent’anni la stirpe dei Buendìa, come l’egoismo che affligge l’uomo da sempre e per l’eternità.

I componenti della famiglia vengono al mondo, si accoppiano e muoiono per inseguire un destino segnato.

Le stirpi umane, purtroppo, condannate a cent’anni di solitudine, non avevano e non avranno una seconda opportunità sulla Terra.

La solitudine è la nostra condizione primaria all’interno del microcosmo. Il libro contiene, nel finale, tutto il senso della tragedia umana: l’affanno non ha alcun risvolto positivo. Tutte le nostre speranze e i desideri finiranno per rimanere semplici illusioni e lasceranno tutti quanti noi in una ineluttabile condizione di solitudine.

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