Massimiliano De Vecchi è in prima linea nella battaglia al Pronto soccorso del «Papa Giovanni» di Bergamo. Ha vissuto il dramma da medico e da figlio: «Ho pensato alla Siria, adesso so com’è vivere nell’angoscia costante».

Il 3 marzo Massimiliano De Vecchi monta di turno alle 20. Medico, 45 anni, dal 2010 nei ranghi del centro di emergenza alta specialità del «Papa Giovanni», quella notte infinita è il responsabile dell’area Pemaf- Piano emergenza maxi afflusso feriti. È un martedì. Arriva e vede. E pensa: «Non ce la farò mai, non ce la faremo mai».

È l’area sub intensiva del Pronto soccorso, già indirizzato a quel veloce stravolgimento che porterà a contare circa 40 medici e circa 130 infermieri nella prima linea di trincea dove vengono accolti i malati Covid-19. «Quella sera solo nell’area dove c’ero io, ma poi ce n’erano altre, erano già assistiti una dozzina di malati, tutti con gravi insufficienze respiratorie, quadri clinici severi, tutti a rischio della vita. Nel corso della notte ne arriveranno altri. Barelle a destra e sinistra, caschi e ventilazione non invasiva, gli allarmi continui dai monitor delle apparecchiature. Era atroce. Quella notte ho avuto la percezione chiara di quello che stava accadendo. Una malattia di cui non si sapeva nulla, in grado di infettare tutti. Alla fine di quella settimana ci sono stati giorni in cui arrivavano in Pronto soccorso anche 100 pazienti al giorno, tutti con gli stessi sintomi, tutti gravi. O gravissimi». È andata avanti così per settimane.

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 CORONA VIRUS OSPEDALE Papa Giovanni PRONTO SOCCORSO  (Foto by Yuri Colleoni)

Quella successiva il papà del medico, Giovanni, comincia ad avere la febbre. De Vecchi già all’indomani di quella prima notte aveva lasciato la casa dei genitori con cui vive – a Grumello del Monte -, per non rischiare di contagiarli. «Per via di varie patologie, papà non usciva di casa da tre anni. Quindi, qualcuno il virus l’ha portato a lui». Il medico ha pochi dubbi. O nessuno.

Ma in quel momento realizza di essere anche dall’altra parte della barella, quella dove ci sono i figli, i familiari, le mogli o i mariti. E i limiti di anni di studio e lavoro. Papà Giovanni finirà nello stesso Pronto soccorso in cui lavora il figlio. «Gli esami non lasciano dubbi. Ma sapevo, avevo ormai capito osservando i miei pazienti, che il mio papà non ce l’avrebbe fatta e che nessuna cura l’avrebbe salvato». Così lo portano a casa dove spirerà il 16 marzo, nel pieno di quell’onda che nessun medico a memoria d’uomo aveva mai visto. «L’abbiamo curato a casa, siamo andati a cercare mascherine, la bombola dell’ossigeno e sì, papà aveva vicino me che sono un dottore, magari un po’ più fortunato di altri». Ma il medico di lungo corso e di prima linea vive la stessa tragedia di mille e mille altri bergamaschi.

«Ho dedicato al papà tutta la fatica, il dolore, l’impotenza e la resistenza di questi giorni che non si possono nemmeno definire – racconta –. Papà era bergamasco nel midollo, severo, pochi complimenti e un sacro rispetto per il lavoro». Così Massimiliano rinuncia al congedo per lutto e torna subito in pronto soccorso. «L’unico momento in cui davvero ho pensato che non ce l’avrei fatta a reggere non tanto il peso del lavoro, ma quello del dolore, è stato quando ho scoperto che il papà era positivo e ho avuto ben chiaro che non sarebbe sopravvissuto». Ma anche lui ha retto, il dolore degli altri, il dolore di tutti. «A un certo punto, nella stanza erano ricoverate un’infermiera e la mamma di un’altra nostra infermiera. L’altra collega ha chiesto a lei di pregare al suo posto al letto della mamma, in fin di vita. Allo strazio della morte, questa guerra ha tolto anche la possibilità dell’ultimo saluto. Le salme dei nostri cari sono diventate subito cadaveri, non abbiamo potuto nemmeno vestirle, nè accompagnarle al cimitero. Da sempre l’Uomo cura e seppellisce le salme dei propri affetti, riti necessari al congedo… Qui no ed è strazio aggiunto a strazio». E all’impotenza della medicina, della scienza, della tecnologia, seppur in un ospedale di eccellenza come il «Papa Giovanni».

«Tutti i Pronto soccorso del mondo sono abituati al sovraffollamento, è un problema comune, ma nulla di paragonabile a quel che abbiamo visto ora: siamo stati vicinissimi al punto di rottura, quando le pur ingenti risorse a disposizione non bastano rispetto a quel che serve. Non siamo certo mai arrivati alle salme abbandonate a terra o a persone morte in attesa di essere prese in carico come abbiamo visto in alcune agghiaccianti immagini di altri ospedali nel mondo. Qui tutti sono stati presi in cura». E molti sono morti. Come papà Giovanni De Vecchi: «Nessuna cura a disposizione avrebbe potuto salvarlo». Così insieme alla mamma e alla sorella, il medico che in tanti anni di lavoro ha salvato tante vite, ha deciso di portare a casa il suo papà, perché non c’era nulla da fare, se non dargli la possibilità di morire accanto ai suoi cari. «Ho pensato alla Siria, a chi vive in guerra sempre. Adesso sappiamo com’è l’angoscia».

 

Fonte: https://www.ecodibergamo.it/stories/bergamo-citta/io-medico-e-mio-padre-morto-di-covidmassimiliano-in-prima-linea-al-pronto-s_1349902_11/

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