L’emergenza coronavirus cesserà solo quando arriverà un vaccino, come accadde per la poliomielite, che colpì le generazioni degli anni Cinquanta. Ecco la storia.

Siamo qui, rinchiusi nelle nostre case, con una sola certezza: torneremo alla vita di sempre quando arriverà un vaccino in grado di fare sparire questo nuovo coronavirus. E di colpo capiamo perché le stupidaggini degli antivaccinisti facevano presa fino a pochi mesi fa: avevamo dimenticato cosa vuole dire avere tra i piedi un virus pericolosissimo e non avere un vaccino per combatterlo. Ma basta andare qualche decennio indietro per sapere cosa significa dovere combattere un virus senza un vaccino. Basta tornare agli inizi degli anni Cinquanta e parlare della poliomielite.

La poliomielite

La poliomielite è, o meglio era, perché il vaccino l’ha fatta sparire, una malattia terribile: un bambino – ma anche un adulto – si metteva a letto con la febbre e la mattina dopo si risvegliava con una gamba, un braccio o tutto il corpo paralizzato per sempre, quando addirittura la paralisi non lo portava alla morte. La malattia colpiva esattamente come questo coronavirus senza fare distinzione: ricchi e poveri, umili e potenti, bambini e adolescenti. Colpì anche Franklin Delano Roosevelt, 32esimo presidente degli Usa, che raccontò la sua malattia in modo terribile e chiaro:

«Una sera ho cominciato ad avere brividi, che sono durati tutta la notte. La mattina mi sono accorto che i muscoli della gamba destra erano deboli, e nel pomeriggio non ero più in grado di reggermi su questa gamba. In serata anche la gamba sinistra cominciò a indebolirsi e la mattina dopo non ero più in grado di alzarmi… Alla fine del terzo giorno, praticamente tutti i muscoli dal petto in giù erano paralizzati».

Poliomielite era un nome che faceva paura, una spada di Damocle che incombeva su tutte le famiglie e proiettava una terribile ombra sull’estate, il periodo dell’anno in cui si verificavano solitamente le epidemie. Provate a chiedere a una persona nata all’inizio degli anni Cinquanta, o prima ancora: verrete a sapere che ha almeno un amico che cammina con le stampelle, che vive sulla sedia a rotelle o, peggio, che è mancato prematuramente a causa della malattia. Proprio come capita a noi adesso con il coronavirus: tutti conosciamo qualcuno che si è ammalato, e conosciamo anche qualcuno che è morto.

Il picco dell’epidemia negli Stati Uniti fu raggiunto nel 1952, con quasi 58 mila casi; in Italia nel 1955 con oltre 8 mila paralisi. A un certo punto, agli inizi degli anni Cinquanta, in alcuni Paesi – come la Svezia – il virus della polio era il più spietato killer dell’infanzia: un bambino su cinque moriva a causa della terribile infezione. Meglio di me, per chi vuole capire quale spavento e quante tragedie provocava, ne ha detto lo scrittore americano Philip Roth nel bellissimo Nemesi, che racconta un’epidemia di poliomielite in un campeggio nell’estate del 1944.

La cosa strana era che, mentre le altre infezioni diminuivano nel tempo o rimanevano costanti, quest’infezione virale diventava più grave, più mortale e più terribile con il passare degli anni. Come si poteva spiegare l’anomalia? Lo vedremo nel prossimo articolo.

 

di Roberto Burioni

Fonte: https://www.medicalfacts.it/2020/04/12/coronavirus-un-giorno-suoneranno-tutte-le-campane/

 

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