Da pochi giorni è arrivata su Netflix una miniserie che racconta la storia di una ragazza ebrea in fuga dalla sua comunità.

Bella, profonda, coinvolgente, intensa, sconvolgente, sono tanti gli aggettivi che potremo usare per descrivere la nuova serie di Netflix, “Unorthodox”. Sicuramente è una serie che non dimenticheremo facilmente, che apre uno spaccato su un mondo sbalorditivo e inimmaginabile, soprattutto perché coesiste all’interno di uno dei quartieri più vivaci di New York.
Siamo a Williamsburg, uno degli isolati di Brooklyn, proprio qui vive una comunità di ebrei ultra-ortodossi, figli e nipoti dei sopravvissuti dell’Olocausto nazista. La ferita degli orrori della seconda guerra mondiale ha inasprito le loro già rigide regole, le donne sono viste solo in funzione della capacità di generare figli, hanno un’unica missione: devono restituire i sei milioni di ebrei morti nei campi di concentramento.
Non possono studiare, cantare, truccarsi, indossare jeans, accettano matrimoni combinati in giovanissima età. Infagottate in abiti modesti e castigati, per tutta la vita devono nascondere il cranio rasato sotto parrucche o turbanti, perché nessuno deve osare guardare i loro capelli.  Hanno una media di nove figli a testa.
Parlano in yiddish, perché anche l’americano è una lingua straniera, mal tollerata all’interno della comunità conservatrice.
I quattro episodi della serie sono in parte tratti dall’autobiografia di Deborah Fildeman, tutte le scene che si svolgono a Williamsburg, i rituali ebraici del fidanzamento e del matrimonio, i bagni rituali, le regole rigidissime che limitano la libertà individuale e infine la fuga, raccontano la storia autentica dell’autrice. Il viaggio di liberazione verso Berlino, invece, è finzione scenica.

Seguiremo la storia di Esty, interpretata dall’attrice israeliana Shira Haas, esile, minuta, elegante e dotata di una straordinaria bravura, riesce a farci amare immediatamente la protagonista della serie.

La giovane Esty ha provato a seguire le regole, si è sposata con l’uomo che le hanno imposto, ha cercato d’avere rapporti sessuali nonostante il dolore, ha accettato i consigli di un’improvvisata terapista che le ha fornito una serie di dilatatori, ma nonostante il suo impegno non è riuscita ad essere come volevano, a un certo punto quando capisce di essere incinta comprende che quel figlio la condannerà per sempre allo stesso destino delle altre. L’unica soluzione è scappare, andare in Germania dove vive sua madre. Appena arrivata notiamo che Esty, già nel viaggio in taxi dall’aeroporto in città, sembra assaporare ogni cosa, il suo sguardo disarmante è quello di una bimba che scopre il mondo per la prima volta.

Si ritrova in una Berlino multiculturale, laica e gaudente, aperta alla diversità, una Germania che le appare subito così distante dall’immagine ostile che le hanno inculcato. Una delle scene più belle della serie, avviene alla metà del primo episodio, quando Esty incontra il gruppo di giovani musicisti che le cambierà la vita.
Non sa cosa fare e li segue sulla riva del lago Großer Wannsee, le spiegano che la conferenza in cui si decise il genocidio ebreo avvenne proprio in una villa che sorge sulle sponde del lago. Esty si chiede come sia possibile nuotare in un luogo legato a un tragico evento, intorno a sé ci sono tanti giovani e famiglie che si godono la spiaggia e la bella giornata di sole. Le spiegano che anche quando c’era il muro, le guardie sparavano verso chiunque nuotasse nel lago, ma oggi è soltanto un lago. Non si tratta di indifferenza, è la vita oltre la morte, oltre gli orrori. Quella rinascita che la comunità di Esty non ha saputo compiere, chiusi nel loro dolore hanno perpetrato la paura, infingendo nuove ferite alla propria gente.
Esty entra nel lago, completamente vestita, si libera della parrucca e s’immerge, è un meraviglioso atto di ribellione, somiglia a un battesimo, è la rinascita per una nuova vita.

 

Ma la comunità ebraica non ammette fughe, dopo essersi consultati con il rabbino, il marito abbandonato e suo cugino partono per Berlino intenzionati a riportare la fuggiasca a casa. Ci riusciranno? Oppure Esty sceglierà la libertà?

Una storia davvero bella, una serie che si guarda come un film, che ha il respiro, i tempi e la fotografia di una produzione hollywoodiana.  Una serie che ci mostra anche un altro aspetto inedito, gli uomini della comunità sono a loro volta vittime. Lo è Yanky suo marito, che in una scena agrodolce cerca di farsi spiegare da una prostituta come deve avvicinarsi alla moglie, mettendosi per la prima volta in discussione.
E lo è Moishe, il cugino delinquente, che si perde proprio perché oscilla tra il desiderio di modernità e le rigide regole della sua religione.
La serie non vuole imporre nessuna morale, non ha alcun contenuto xenofobo, ogni aspetto è trattato con estrema delicatezza, ma fa comunque piacere vedere che la Berlino di Hitler, oggi è diventata la città dove un omosessuale nigeriano, una yemenita, un polacco, una israeliana e un tedesco, si incontrano e diventano amici. Il passato deve necessariamente essere ricordato, ma non può e non deve influire sul presente.

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