I giovani hanno imparato dai giochi a vivere nella trincea del virus. Di malumore a volte, spesso sdraiati, ma è ovvio per delle pile di energia trattenuta. Ma sono anche soldati ligi alle regole, capaci di consolarci e di ridere. Di nominare la paura e di affrontarla.

Dovremmo ringraziarli, i ragazzi. Loro non leggono i giornali, non sono interessati al paternalismo dei sermoni e dei plausi, giustamente se ne fregano – come tutti abbiamo fatto a diciott’anni – delle raccomandazioni adulte, in specie quando la sola cosa che conti, l’esempio, è quello che è. Gli chiediamo continuamente di mollare quei telefoni mentre coi nostri abbiamo iniziato a fotografarli dalle prime ecografie, li abbiamo dotati di un cellulare “per la loro sicurezza” che non avevano ancora dieci anni, li abbiamo monitorati dalle chat di classe, di scuola, di gita, per tutta la vita. Ma per favore mollate – voi, ragazzini – quei telefoni.

Perciò diciamocelo noi, fra di noi: dovremmo ringraziarli per la serietà, la forza d’animo e la consapevolezza che stanno dimostrando. Altro che choosy, schizzinosi, viziati, smidollati. Osservateli bene, nelle loro stanze. Sono soldati. Bambini soldato, soldati giocattolo – come nella canzone in testa alla lista del loro Spotify. Sì, sdraiati, spesso. Preveggenti, diciamo: la consuetudine è adesso comune ad ogni età. Sono spesso di malumore, certo. Quando sei una pila di energia e una bomba di insicurezze e fragilità da mettere alla prova e non puoi camminare per strada con le mani in tasca fare tardi la notte vedere il tuo ragazzo i tuoi amici bere fumare (perché non si fa, giusto? Solo gli adulti possono bere e fumare: ai ragazzi fa male) non puoi fare l’amore non puoi fare sport sei di malumore, è ovvio. Ma sono anche capaci di consolarci, in certi momenti e basta uno sguardo. Di nominare la paura e affrontarla, di fare una battuta e ridere – spesso. Sanno come si fa. Sarà per via dei loro giochi.

Mi ha raccontato un’amica, in sofferenza (lei) per l’imminente compleanno solitario del figlio: gli ho proposto, per la festa dei diciott’anni. Vuoi metterti d’accordo con Alessandro? (il suo migliore amico) magari gli dici di venire sulla terrazza condominiale, state a distanza, mettete le maschere e i guanti, bevete una birra. Vuoi? “Non si può, mamma. Non dire sciocchezze. Non si può fare e basta”, ha risposto il figlio. Certo, non tutti. Dei sei milioni, a spanne, di ragazzi ci sono quelli che scappano, quelli che “si assembrano” o che si danno un bacio – nel linguaggio dei verbali di polizia: “effusioni illecite”. Ci sono anche, tuttavia, diversi milioni di adulti che si accaparrano carta igienica nei supermercati, che accampano scuse incredibili per andare dall’amante e che – quando hanno potuto – sono corsi a prendere un treno per tornare al Sud. Erano andati a Nord per cercare soldi, sono tornati a sud per cercare salute – un altro grande sottotesto, un po’ la storia di un secolo. Poi però c’è Arianna, 17, che trovo ogni mattina alla distribuzione di pasta e pane a Sant’Egidio. C’è Jacopo, 18, che suona Morricone sui tetti di Roma. C’è Elisa, che scrive una lettera e racconta che quando è finita la lezione on line chiama i due compagni di corso che non hanno il computer e condivide gli appunti.

Marco Rossi Doria dal Forum delle Disuguaglianze ha appena scritto un documento sulle fragilità di chi non ha niente: perché non tutti hanno il wifi, un portatile, una stanza, una famiglia comprensiva e tutto sommato paziente. Tanti vivono nella violenza, nella miseria. La crisi aumenta la distanza fra chi ha e chi non ha, e mette in pericolo gravissimo chi è già in difficoltà grave. Pensare a chi non ha niente, nel momento in cui sia ha meno – i ragazzi lo fanno. Matteo Lancini, psicoterapeuta dell’età evolutiva, mi ha raccontato del dolore che sia per i ragazzi la perdita dei nonni, in queste ore: i nonni che li hanno cresciuti quando i genitori non c’erano, avevano da fare, i nonni supplenti amatissimi. Altro che ragazzi che se ne infischiano di contagiare i vecchi: che ne sapete voi, che ne sappiamo delle loro notti insonni. Forse il mondo non sarà salvato dai ragazzini, ma certo questa sarà la leva della ri-generazione. La generazione della rinascita. Il post-coronialismo li aspetta. Speriamo che sappiamo fare meglio di noi.

Non è da escludere che dopo l’epidemia ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente, ha scritto David Grossman. E’ sicuro. Certo sarà meglio non portarla in giro e sciuparla nel quotidiano gioco balordo degli incontri, la prossima vita. “Noi quando giochiamo on line in realtà parliamo. Giochiamo anche, ma soprattutto stiamo insieme. Parliamo”, mi ha detto il figlio piccolo. “Se fosse successo prima Kobe sarebbe rimasto a casa e non sarebbe morto”, ho sentito che si dicevano in cuffia mentre giocavano a Fortnite in modalità ‘Battaglia reale’. L’altra modalità si chiama “Salva il mondo” ma va meno, è a pagamento. E’ da tutta la vita che passano pomeriggi così: in scenari di guerra, il gioco è sopravvivere eliminando il nemico. Tutto sommato li abbiamo preparati: i giochi dove sono cresciuti li abbiamo inventati noi, non loro. Anche che combattere sia gratis e che per salvare il mondo si debba pagare lo abbiamo deciso noi, il sottotesto è molto chiaro. Una cosa costa, una no. “Almeno Kobe non sarebbe morto”. Perché c’è qualcosa che li rassicura, anche, in questa prigionia. Se stai a casa ti rompi, e ti annoi, e ti immalinconisci nel letto o ti incazzi col primo che incroci in corridoio perché ti manca tutto quello che ti serve, là fuori, ma non muori.

C’è qualcosa di struggente, persino, nel fatto che un diciottenne possa associare la sicurezza alla casa anziché fremere per andarsene. E’ l’evidenza di un errore. E’ contro la natura delle cose, per questo struggente: una difesa, l’unica possibile. Tornare bambini. E seriamente, come fanno i bambini, osservare le regole di questo gioco nuovo, il gioco vero e terribile del mondo. Non barate. Non fate la spia, voi grandi. Siate seri. Molti di loro suonano, qualcuno scrive canzoni. Fanno bit coi programmi scaricati gratis da internet. Se ascolti ti accorgi. “Eminem è il più grande perché fa rimare parole che non rimano”, ho sentito dalla porta chiusa – era la voce di un amico lontano. Per esempio? Stay off con radar, mi è sembrato di sentire, ma non potrei giurare. Poi ho trovato un appunto su un foglio. “Una via d’uscita, un computer, una base, una voce”. “Sono le cinque non ho fretta”. “Se siamo alla fine il calice lo alzo”. Versi, strofe. Hanno paura anche loro, ma non lo dicono se glielo chiedi. Figurarsi. Siamo noi che dobbiamo imparare a fare silenzio. A porre le domande giuste. Non dire cosa fai, in camera, ma come stai. Magari condividere un bicchiere, e persino – nell’alzare il calice – un segreto. Abbiamo sbagliato tanto, dovremmo chiedere scusa. Se sembra troppo, possiamo almeno pensare – senza dire: grazie. E’ una generazione fortissima. Ce la faranno e ci porteranno con loro. Saranno loro, alla fine, a prenderci sulle spalle e per mano. Come nei libri antichi che abbiamo studiato da ragazzi e che loro ci pareva non avessero studiato abbastanza, ma invece chissà come, chissà perché. Invece lo sanno.

DI CONCITA DE GREGORIO

FONTE: Repubblica.it

https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/04/02/news/pezzo_concita_de_gregorio-252982834/?ref=RHPPTP-BH-I252996102-C12-P5-S1.4-T1

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