Le nostre giornate procedono più o meno uguali tra abbuffate di libri, di film e di cucina fatta in casa. Abbiamo riscoperto gli affetti familiari e le telefonate vere agli amici, non ci bastano più le faccine demenziali delle chat virtuali, adesso abbiamo bisogno di ascoltare i toni di voce, di condividere preoccupazioni e speranze. Certo ogni tanto ci manca l’aria, ripensiamo alla libertà di prima e quasi ci sembra di affogare.

 

Quante piccole cose ci mancano dall’inizio della quarantena, le consuetudini, le frivolezze, le risate al lavoro, le chiacchiere al bar, il suono della campanella quando finisce la lezione.  
Ma anche se soffriamo di nostalgia, è importantissimo restare a casa per salvare gli altri. La nostra reclusione è un’azione civile, molti tra noi ritengono moralmente inaccettabile eludere un divieto, altri non riuscirebbero mai a perdonarsi di contagiare qualcheduno con una condotta irresponsabile.
Restiamo a casa, facendo mille progetti su cosa fare quando tutto sarà finito. Restiamo a casa, in silenzio e senza fare storie. Siamo il bello di questo Paese, consapevoli di non essere né virologi né economisti.

Per una volta, lasciatemelo dire, dobbiamo essere orgogliosi della nostra Italia.  Stiamo indicando al mondo intero quali strategie utilizzare. Sbagliando sul campo, certamente, ma nessuno di noi avrebbe fatto meglio o di più.

Oggi dobbiamo essere orgogliosi di essere rappresentati da un uomo garbato e autorevole come Giuseppe Conte, altro che la stolta arroganza di Johnson, di Trump o di Bolsonaro.

Si poteva fare altro? Si poteva chiudere prima? Le partite Iva, il Mes, l’uscita dall’Europa, il virus creato in laboratorio, il nuovo ordine mondiale, le autocertificazioni, i decreti con il contagocce, i tagli alla sanità, tutto quello che volete, ma adesso sono solo polemiche che servono ad inasprire gli animi. E noi, invece,  abbiamo bisogno di serenità, abbiamo bisogno di sostenerci l’uno con l’altro, abbiamo bisogno di far fronte comune perché stiamo combattendo la stessa battaglia. Ogni nostra piccola azione serve all’altro. C’è chi cuce mascherine, chi fa la spesa per gli anziani, chi prepara cibo da condividere con i vicini. Serve questo. Serve l’umanità che avevamo perduto smarriti dentro al nostro egocentrismo digitale.

Ogni giorno leggo sulle bacheche di amici del nord Italia una disperata conta dei morti, tanti hanno perso amici, conoscenti o vicini di casa. Persone che un attimo prima erano vive e in salute, e un attimo dopo erano attaccate a un macchinario per respirare. Mettiamocelo bene in testa, questa non è una semplice influenza, perché sfido chiunque a sostenere d’aver veduto prima una cosa del genere.

In rete circola una foto che è l’emblema di questa pandemia, un funerale, sul sagrato della chiesa una bara senza fiori, un prete che impartisce l’ultima benedizione, un figlio solo con il suo dolore, che non ha potuto manco abbracciare la sua mamma, consolarla, baciarla, dirle addio, darle un’ultima carezza, chiuderle gli occhi. A volte sono le foto a dire più di tante parole inutili. E di foto in questi giorni ne abbiamo viste tante, eppure sembra che non bastino mai.
No, non accetto congetture e complotti, non in questo momento che ci sono medici, infermieri e personale sanitario in prima linea che stanno cercando con tutti i mezzi di contenere questo virus, improvvisando, sperimentando, sbagliando, rischiando la propria vita.  

E non voglio nemmeno ipotizzare quale sarà il futuro economico dell’Italia, perché è ancora in atto un virus di portata mondiale che ci ha trovati impreparati tutti quanti.  La conta dei morti, purtroppo, non è ancora finita.

Quando non avremo più contagiati, allora ricostruiremo come abbiamo sempre fatto, tutti i paesi del mondo si troveranno ad affrontare il dopo e a far la conta dei danni. Sarà come dopo le guerre, come dopo la peste, come dopo il diluvio, ci stringeremo un po’ la cinta e andremo avanti, a poco a poco ricostruiremo, avremo nuove opportunità, forse chissà saremo anche migliori.  

 

 

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