Daniela ha il Covid-19, una polmonite e parla a macchinetta, incurante dei tubicini della bombola che da giovedì scorso, per 24 ore al giorno, le garantisce un po’ d’ossigeno in più. È inarrestabile. Un fiume in piena di ricordi recenti, polemici, puntuti, scalpellati nella memoria.

Ricordi che nessun malato (non si trovasse in una situazione come questa) riuscirebbe a mettere a fuoco e a esporre così velocemente. Il tutto inframmezzato a crisi di pianto repentine, che spuntano dal nulla e poi altrettanto velocemente spariscono, ma che tolgono il fiato anche a te che ascolti.

Daniela Lupini ha 36 anni, un marito e due figli piccoli (che ormai vede dalla finestra che s’affaccia sul giardino), e abita in una villetta a Bolgare, comune di 6mila anime a 18 chilometri da Bergamo, una tra le zone più colpite dalla pandemia. Le lacrime le affiorano soprattutto quando parla di papà Antonio, 69 anni, morto nei giorni scorsi, senza il conforto della famiglia, al San Raffaele di Milano.

Daniela, come sta?

Oggi respiro meglio grazie all’ossigeno. Un giorno si migliora, un altro si peggiora. Un passetto avanti, uno indietro. Va così.

Com’è iniziata la sua storia?

Mia suocera lavora in una RSA, la clinica San Francesco, a Bergamo, dove sono morti i primi pazienti Covid, non verificati. Lei spesso mi aiutava in casa con i bambini. A un certo punto ha poche linee di febbre, le fanno la Tac e il tampone in qualità di sanitaria; risulta positivo al Coronavirus. Un’asintomatica. Che però nel frattempo, suppongo, ha passato il virus ai miei figli (37.5 di febbre per un paio di giorni, in una forma lieve) e a mio cognato. I miei figli l’hanno poi passato a me.

Ma suo padre?

Era in vacanza ad Alassio con mia madre, c’era qualcuno febbricitante. Torna l’8 marzo e di notte inizia ad avere febbre alta. Quella che a me aveva preso già dal 5. Il 9 chiamo il medico di base dicendo che sia io che mio padre stiamo male. Il medico già non visitava più. Ci dà solo un antibiotico ad ampio spettro. Da lì in poi, abbandonati a noi stessi.

Papà passa a 39-39,5 di febbre, e faccio notare che era sanissimo, una roccia come fisico. Aveva solo una piccola demenza. Peggiora a vista d’occhio e io inizio a chiamare tutti i numeri sul Coronavirus: il 1500, l’800 e qualcosa. Ce sono quattro. Non sono mai riuscita a prendere la linea e avrò chiamato almeno 100 volte. Mai. Il medico di base era irrintracciabile, non rispondeva manco più al telefono. Mercoledì mia madre chiama il 112 per papà, arrivano i volontari, molto gentili, verificano che l’ossigenazione del sangue è buona e diagnosticano una bronchite. Sabato notte peggiora, richiamiamo il 112 e viene portato al San Raffaele di Milano. Lo attaccano all’ossigeno, lotta, sembra riprendersi, ma l’altra mattina è morto. Solo e abbandonato in un letto d’ospedale.

Intanto lei?

Continuo a stare male, finisco l’antibiotico, chiamo la guardia medica e mi sento dire: “Guardi signora, sta male lei come tutti: gli antibiotici non curano il Coronavirus”. Grazie al cavolo, ma almeno, visto che sono quasi sicura di avere una polmonite in corso, almeno agiranno lì. Mando mio marito, trova il tizio chiuso dentro, sprangato tipo carcere, e gli passa dalla cassettina la ricetta: una confezione di Augmentin, quello che do ai miei figli per il mal di gola. Tramite la chat delle amiche riesco a trovare una persona gentile che aveva il turno al pronto soccorso di un altro paese, e mi porta a fare il tampone e una Tac: risulta una polmonite interstiziale con due focolai grandi ed entrambi i polmoni pieni di lesioni. Non mi fossi fatta vedere, oggi forse non sarei qui a parlarle. Mi dà Azitromicina 500 e Plaquenil. Poi arriva l’esisto del tampone: positivo.

Una brutta situazione.

Anche perché posti per il ricovero non c’erano, ma io l’avrei comunque rifiutato: ho posto a casa in una stanza isolata e mi ero comprata un saturimetro, lo strumento per vericare l’ossigenazione del sangue. Poi mio cognato è stato attaccato a una bombola d’ossigeno e anch’io ho avuto una crisi respiratoria. Da lì è iniziata una lunga odissea per procurarmene una, che poi è arrivata ma senza ricarica. Il problema è che in tutte le farmacie e i presidi della Bergamasca, non se ne trovano più e te la deve assegnare l’ATS, ex Asl. Sono tutti a casa malati, penso la metà del Paese. Ovunque chiami c’è gente chiusa in casa che sta male con, tra virgolette, “un’influenza”. Che è poi Coronavirus, ma nessuno se li caga, scusi il termine, nessuno fa tamponi e sono tutti abbandonati a se stessi dalla Sanità.

In effetti…

La mia vita non può essere stata salvata dal piacere personale di un’amica, da un medico che ha infranto la legge e si è messa d’accordo con me per farmi visitare. È inaccettabile. Medici e infermieri sono eroi, angeli, e magari anche genitori col timore di portare a casa il virus. Ho un’altra amica che fa turni di 18 ore.

Ma non si può fare proprio nient’altro?

Ci sono gli espedienti: sapevo di un’azienda vista su Facebook: due medici che avevano aperto una società che fa i Raggi X a domicilio, facendosi pagare un sacco di soldi. Ma ti può salvare la vita perché dai raggi riesci a vedere se hai il Coronavirus. Accertato quello puoi chiamare il 112 e allora forse qualcuno ti caga. Altrimenti qui s’è creata una rete di responsabilità sociale per cui lo si chiama solo se si è in crisi respiratoria. C’è il mercato nero delle bombole d’ossigeno: andrebbero restituite, ma visto che sono introvabili quando qualcuno passa via le teniamo e le giriamo a chi ne ha bisogno. Ho un’amica con suocero, suocera, mamma e papà chiusi in casa con 38.5 da una settimana, e nessuno sta facendo niente.

E sua madre?

È in quarantena da sola, senza tampone, mai messa in sicurezza, e io son qui a sperare che non si ammali perché potrei perdere anche una madre, oltreché un padre. Una situazione surreale. E ho fatto finta di aver perso la ricetta del pronto soccorso per procurare medicinali in più per mio marito Simone, 38 anni, che con la mascherina cura qui accanto i miei due figli, di nove e tre anni, Stella e Andrea, e li tocca con i guanti. Non so neppure se sia positivo. Se si ammala lui, che cosa faccio?! A me passano il cibo dalla finestra.

Tutto il paese in ginocchio, insomma.

Qui muoiono mediamente sette persone al giorno. Prima due al mese. I negozi ci stanno consegnando generi alimentari e altro e lasciano tutto vicino al cancello, facendoci credito. Pagheremo. Ho la solidarietà di sindaco e parroco, che mi hanno chiamato, ma non possono fare nulla. E la protezione civile è in giro a controllare i deficienti che vanno ancora a correre, perché ce ne sono ancora. Non hanno capito, neppure Conte, che c… sta succedendo qua. Ci dite da tutta Italia che siete con Bergamo, ma non siete con Bergamo, perché a Bergamo le fabbriche sono state aperte sino all’altroieri. Qui chiunque ha almeno un morto o un malato in casa, e siamo il paese più giovane della Bergamasca. Ma muore anche gente di 36, di 46 anni.

Che cosa non si è ancora capito nella prevenzione?

Stanno venendo medici da tutta Italia ma non basta, se ci sono file ai supermercati da 45 minuti: c’è gente che esce a prendere acqua e uova. Anche col malato in casa pensano che sia influenza e che non tocchi ancora a loro. A me non interessa finire sui giornali: voglio far capire che cos’è quest’incubo e salvare vite. E anche voi giornalisti smettatela di scrivere “aveva patologia pregresse”: stiamo morendo di Coronavirus, non perché uno aveva l’asma! È terribile dire questo. Non siamo numeri, ma persone. Mio padre avrebbe potuto campare ancora 15-20 anni! Invece di morire solo senza un funerale decente. È terribile, terribile. Per fortuna una caposala del San Raffaele ha preso a cuore la mia storia, e mi ha dato qualche notizia, mi ha detto che alla fine l’hanno accarezzato per noi.

Che lavoro fa?

Ho un’azienda di rottami e rifuti, ma l’ho chiusa: fanc… i soldi, fanc… tutto. Ho fatto mettere in quarantena la mia babysitter e la mia impiegata, era inevitabile. Ho disinfettato qualsiasi cosa avessi in ufficio. Ho due operai che lavorano all’aperto con guanti e mascherine che per portare a casa lo stipendio hanno deciso di continuare, ma ho chiuso tutto il resto. Però qui attorno c’è un’azienda gigantesca dove il 60 per cento degli operai sino all’altroieri è stato costretto ad andare.

È vero che ha festeggiato il suo compleanno a letto, con l’ossigeno?

Sì, anche quello di mia figlia. Mi hanno passato la torta e lo spumante dalla finestra. Ieri sarebbe stato quello di mio papà. Ho commentato il post di un’amica che ha un blog di mamme, chiedendo a tutti di brindare per mio padre. Tutti hanno messo una loro foto con il bicchiere in mano. Lui voleva quello: una grande festa. Dovevamo andare in un ristorante con 40 persone che gli volevano bene.

E lei, quando finirà tutto questo, quale sarà la prima cosa che farà?

Abbracciare mio marito e i miei figli. Sono molto fisica, e ciò mi manca. E poi, magari a settembre, fare una crociera tutti assieme in omaggio a papà. Lui aveva girato tutto il mondo in crociera e ne avevamo in programma una per giugno. Con mia madre sono stati 47 anni d’amore.

 

Fonte: https://www.tpi.it/cronaca/coronavirus-bergamo-abbandonata-mercato-nero-bombole-20200323571717/

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