L’avvocato Carlo Taormina lancia una forte considerazione di inefficienza dei nostri governanti nella sua pagina facebook.

Giorno dopo giorno oltre ad incrementare il numero dei contagiati incrementa anche l’indignazione delle persone.

 

Migliaia di morti non per coronavirus ma per criminale mancanza di respiratori e di letti per terapia intensiva. Ci hanno strozzato i nostri nonni, i nostri padri, i nostri parenti, i nostri figli, hanno decapitato una generazione capace ancora di testimoniare ai giovani le grandezze del Paese. La criminalità politica ha sottratto 37 miliardi alla sanità, ha cacciato i medici e li ha costretti ad emigrare, ha dato specializzazioni agli amici degli amici o su base corruttiva ignorando qualsiasi merito, ha ignorato la ricerca con finanziamenti uguali a meno di niente, ci ha lasciato con 5000 letti di terapia intensiva per 60 milioni di abitanti. Mi auguro che, finita questa drammatica emergenza, si faccia giustizia non solo politica ma a suon di anni di galera con chi ha causato questo sfacelo e con chi si è arrogato il potere di governare questa fase compiendo errori nel presupposto di poter occultare lo stato in cui versa il nostro Paese. Si deve sapere che i contagiati sono stati fatti morire a casa o fuori dei portoni degli ospedali senza nemmeno tentare di salvarli, per mancanze strutturali.

 

Purtroppo l’inefficienza e la mancanza di strutture ed organizzazione ha portato ad infettare categorie, che con la loro abnegazione, stanno salvando vite e si impegnano a tenere sotto controllo la diffusione del contagio.

 

I medici di famiglia sono una delle categorie professionali più colpite dal contagio, che spesso affrontano il problema senza alcuno strumento di protezione individuale.

Una lista ogni giorno più lunga, con i nomi di medici in grandissima parte vittime del dovere, perchè impegnati in una lotta senza quartiere al coronavirus. Una lotta il più delle volte combattuta – insieme agli infermieri – quasi a mani nude, spesso dalla prima trincea di difesa, quella dei medici di famiglia. Mancano infatti quasi ovunque i Dispositivi di protezione individuale (Dpi) per evitare il contagio, dalle mascherine alle maschere facciali, dai camici ai guanti monouso.

Anche per questo, come denunciano da giorni i sindacati e gli ordini professionali di una categoria in prima linea, in Italia medici e infermieri contagiati dal nuovo coronavirus superano ampiamente le 3.700 unità (3.770 secondo il dato rilevato dall’Iss al 21 marzo), ben oltre il doppio rispetto a quelli infettati in Cina.

La risposta dei sistemi sanitari regionali arriva, ma in ordine sparso e ci vorranno giorni prima che i medici di base, i più colpiti, possano avere uno scudo efficace per continuare a combattere. Questi i nomi e queste le storie dei medici che, dall’inizio del contagio, il 21 febbraio, hanno perso la vita facendo il proprio lavoro.

Roberto Stella
«Siamo qui per lavorare e combattere». Sono le ultime parole, riferite da un amico e collega, pronunciate da Roberto Stella, medico di base di Busto Arsizio, morto di coronavirus all’età di 67 anni l’11 marzo all’ospedale di Como, per un peggioramento dopo cinque giorni in terapia intensiva. Per anni ha avuto un ruolo da protagonista tra i medici di famiglia, come presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Varese e responsabile dell’Area Formazione della FNOMCeO, la Federazione degli Ordini dei Medici. Tra i suoi incarichi, anche quello di esperto del Consiglio superiore di sanità. Mobilitato sin dalle prime battute del contagio, Stella è stato fino all’ultimo al fianco dei suoi molti pazienti, ma al suo funerale hanno potuto partecipare solo il sindaco, il prete e un cugino: la cerimonia era off limits per le restrizioni anti-contagio.

Giuseppe Lanati
Notissimo pneumologo, 73 anni, una lunga carriera negli ospedali comaschi, Giuseppe Lanati è rimasto vittima di complicazioni legate al coronavirus dopo una vita nelle corsie dell’ospedale S. Anna, dove è morto il 12 marzo. Il ricovero era stato deciso dopo che lo stesso Lanati aveva chiesto l’intervento di un’ambulanza del 112 dopo essersi auto diagnosticato – forte della sua esperienza di responsabile della Medicina toracica dell’Asl di Como – i sintomi del contagio. In particolare, una forte e persistente tosse. Tra i suoi molti incarichi, anche quello di Direttore del Dispensario cittadino.

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