Il 2 aprile si terrà l’ennesima asta giudiziaria per la clinica fallita e gestita temporaneamente dal Gemelli. Il 1° novembre scorso i 750 dipendenti non sapevano se recarsi al lavoro. I lavoratori: “Oggi ci scoprono indispensabili, ieri quasi finivamo per strada”

Domani la Columbus di Roma sarà chiusa diventando un secondo Covid Hospital con sorpresa del personale che oggi diventa indispensabile come dichiara un’infermiera al giornale HuffPost.

“Oggi ci scopriamo indispensabili, ieri quasi finivamo per strada”, dice un’infermiera. Quello della clinica Columbus di Roma è il classico caso di scuola utile a fotografare l’insensatezza che sembra perseguire il sistema sanitario nazionale. La Regione Lazio si sta preparando a fronteggiare un possibile incremento di casi da Coronavirus attivando un secondo Covid Hospital che supporterà il più noto Istituto Spallanzani, in prima linea dall’inizio dell’emergenza nella cura dei pazienti e nelle analisi dei tamponi. I dati in possesso dell’Iss mostrano che anche nella Capitale il virus sta iniziando a circolare, ha detto il direttore del Dipartimento di malattie infettive Giovanni Rezza, e non si può quindi escludere un picco nei prossimi giorni. E’ partita quindi la caccia ai posti letto aggiuntivi, in particolare di terapia intensiva dedicati esclusivamente all’emergenza sanitaria per il virus che arriva dalla Cina. La Regione ha quindi disposto che la clinica Columbus diventi il secondo centro dedicato al Coronavirus: entro le prossime 4 settimane, il Presidio che già vanta eccellenze in diverse specialistiche, sarà progressivamente trasformato in “un ospedale con 80 posti letto singoli (specialità infettivologia, pneumologia e medicina interna) e 59 posti letto di terapia intensiva, interamente dedicato ad accogliere i pazienti positivi al Coronavirus.

Forse pochi sanno, però, che la Columbus, struttura privata ma accreditata al Ssn, ha rischiato seriamente di chiudere il 31 ottobre scorso. Quel giorno lo ricordano molto bene i 750 dipendenti tra medici, infermieri e personale amministrativo che si occupano dei 250 posti letto della struttura, e che non sapevano se il giorno dopo si sarebbero dovuti recare sul posto di lavoro. Furono ore molto concitate per i lavoratori della clinica: chat di lavoro incendiate e pressanti telefonate ai rappresentanti sindacali si susseguivano incessantemente tra una assemblea e l’altra, in un vortice di paura e incertezza. 

La Columbus è entrata in crisi nel 2015, anno in cui il Policlinico Gemelli era già intervenuto nel salvataggio della struttura per garantire la continuità aziendale e sanitaria. Aveva quindi rilevato la gestione attraverso l’affitto di ramo d’azienda fino al 31 ottobre 2019. A quella data si è arrivati completamente impreparati. La Fondazione Gemelli aveva presentato una offerta per l’acquisto della clinica nel 2018, rifiutata dalla curatela fallimentare perché presentata in forma diretta e non in sede d’asta. Solo nei primi giorni di novembre scorso, a scadenza del contratto già intervenuta, grazie anche all’intervento dell’assessorato alla Sanità della Regione Lazio, si è trovato un accordo in extremis tra giudice e curatela fallimentare per la gestione straordinaria del presidio Columbus da parte del Gemelli, chiudendo così il periodo di fitto durato 48 mesi al canone di 200mila euro mensili. Una soluzione solo temporanea valida fino al 30 giugno 2020. Nel frattempo, si sarebbero tenute le aste fallimentari.

Tutte le aste da allora sono andate deserte. Sia quelle per il ramo d’azienda, partito da una valutazione di dieci milioni e mezzo di euro secondo la perizia di stima del valore depositata al Tribunale civile, sia per la struttura di via Moscati adiacente al Policlinico Gemelli, partita da una valutazione di 50 milioni di euro. Non è finita: perché la prossima asta per il ramo d’azienda, cioè il cuore pulsante della clinica, si terrà il 2 aprile e partirà da una offerta minima di 5,376 milioni di euro, quasi la metà del prezzo di partenza. Avverrà cioè in piena emergenza Coronavirus, quando si spera che i cittadini laziali potranno già contare sui nuovi posti letto dell’Ospedale Covid2 assegnati alla lotta dell’epidemia.

Sui dipendenti fa un certo effetto scoprire di essere diventati improvvisamente indispensabili nel fronteggiare una emergenza sanitaria senza precedenti, quando solo quattro mesi fa non sapevano se recarsi al lavoro o meno. “La scelta della Columbus ci fa onore, perché è una attestazione di stima per il lavoro di tanti professionisti. Qui siamo tutti pronti a combattere questa guerra in prima linea”, dice all’HuffPost Alessandro Cammino della Uil-Fpl. 

Basti pensare che stava per chiudere una struttura che nel 2015 consuntivava circa 17mila ricoveri all’anno, per un totale di 75mila giorni di degenza, con prestazioni ambulatoriali per 680mila pazienti. Una clinica di eccellenza, in un contesto ospedaliero regionale che vede sì miglioramenti dovuti ai piani per l’abbattimento delle liste d’attesa, ma che continua a presentare diverse e pesanti criticità

Anche se l’asta incombe, i dipendenti iniziano ora a sperare che la chiusura sia definitivamente scongiurata. Anche perché l’emergenza epidemiologica ha messo in luce tutte le conseguenze non solo della mala gestio che spesso ha guidato le aziende ospedaliere, ma anche dei tagli alla sanità pubblica in tutto il Paese, in un decennio di austerità fiscale. I romani ne sanno qualcosa: nel 2008 è stato chiuso il San Giacomo, a pochi giorni dall’inaugurazione di alcuni reparti e di lavori di riqualificazione della struttura; nel 2015 hanno visto chiudere il Forlanini, uno dei sanatori storici della Capitale e all’avanguardia nella lotta alle malattie polmonari e in particolari di tubercolosi. Dismesso nel 2015, le sue funzioni sono state ripartite tra il San Camillo e lo Spallanzani. Oggi, nel pieno dell’emergenza da Coronavirus, sono più di 20mila i cittadini che hanno firmato in 48 ore la petizione per la sua riapertura. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *