Lutto nel mondo dell’arte, è morto all’età di 76 anni l’artista tedesco Ulay. Il suo nome è legato indissolubilmente al grande amore vissuto con Marina Abramovic, insieme hanno creato le più famose performance artistiche dell’arte contemporanea. È ingiusto limitare la sua complessa produzione artistica solo a quel periodo, Ulay è stato un pioniere della performance art, uno spirito libero rimasto sempre fedele al suo motto «l’estetica senza etica è cosmetica».

Si definiva tedesco senza Germania a causa di un lacerante senso di colpa che si portava dietro fin da piccolo. Era nato nel 1943, figlio di un gerarca nazista, l’inaccettabile eredità lo spinse appena raggiunta l’età adulta a rinunciare al suo vero nome, Frank Uwe Laysiepen, e alla nazionalità tedesca.
Alla fine degli anni Sessanta si trasferì ad Amsterdam, si era avvicinato alla fotografia analogica durante gli anni universitari e nella città olandese cominciò a fare foto con la Polaroid, mettendo presto in luce un notevole talento.  
Come era prevedibile per un uomo che non riusciva a riconoscersi nella propria storia familiare, rivolse la sua attenzione alla ricerca spasmodica dell’identità, i suoi primi modelli furono travestiti e transessuali, persone dall’identità incerta,  poi cominciò a utilizzare il suo corpo come strumento d’espressione e con il passare del tempo mise in scena delle vere e proprie esibizioni di se stesso. Documentando il tutto con l’adorata Polaroid. La prima mostra di foto è del 1974, Renais sense.
L’anno dopo fu fondato il De Appel, una galleria d’arte contemporanea, un ritrovo di artisti performativi di cui Ulay faceva parte. Le esposizioni si susseguono in un clima di fermento per la nascita di qualcosa di incredibilmente nuovo.   

In realtà la performance art nasce con il movimento Dadaista durante gli anni della prima guerra mondiale. Attori, pittori, musicisti e poeti si esibivano al Cabaret Voltaire di Zurigo, mettendo in scena delle esibizioni stravaganti e irripetibili. Ma è solo negli anni Settanta, proprio grazie a Ulay e Marina Abramovic, che viene riconosciuta dalla storia dell’arte

I due si incontrano al De Appel, il 30 novembre 1976, il giorno del compleanno di entrambi, l’artista serba si era da poco trasferita ad Amsterdam. Fu amore a prima vista.

Una passione irrefrenabile che li portò a vivere insieme da quella stessa sera. Girarono il mondo a bordo di un furgoncino Citroën che diventò casa e atelier. Senza riscaldamento, senza acqua corrente, vivevano vendendo le foto Polaroid realizzate da Ulay, pochi spiccioli. Eppure erano incredibilmente felici, la totale simbiosi rese fertile l’immaginazione di entrambi.  S’interessarono al tema delle relazioni uomo-donna, mettendo a nudo la provvisorietà dei sentimenti, gli inspiegabili equilibri del rapporto di coppia. E realizzarono una serie di performances provocatorie destinate a passare alla storia, le «Relation Works» che turbarono e scandalizzarono anche l’Italia bigotta di quegli anni.
Come dimenticare l’arrivo della polizia per interrompere Imponderabilia, nel 1977, all’ingresso della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna. I due artisti, si erano posizionati completamente nudi, uno di fronte all’altro, dal momento che lo spazio era strettissimo, i visitatori dovevano per forza passare tra i loro corpi, scegliendo se rivolgersi verso l’uomo o verso la donna. Gli italiani furono costretti a scegliere se offrire la parte più vulnerabile del proprio corpo o guardare dritto in faccia colui o colei su cui strusciarsi addosso. Il senso del pudore fu messo a dura prova da un’esibizione particolarmente intelligente.  I due artisti erano sfacciati nella loro nudità, ma allo stesso tempo si percepiva la grande complicità che li univa “Questo è il gioco di Imponderabilia. Nel volgere di un secondo devi prendere una decisione, ancora prima di poter comprendere. Se non ci fossero gli artisti, non ci sarebbero i musei, noi siamo delle porte viventi” fu il loro commento per spiegare la performance. 

Nel 1980 si cimentarono con Rest Energy, la pericolosa rappresentazione della fiducia e della vulnerabilità che contrassegna qualunque relazione.
 Lei impugnava un grande arco tirandolo verso di sé, mentre lui tendeva la corda, la freccia appuntita puntata al cuore della donna. Entrambi si abbandonarono al gesto, assumendo una posizione inclinata. Il minimo errore avrebbe potuto ucciderla, la vita umana in balia di un equilibrio precario. Niente di più vero, ogni coppia potenzialmente può ferire mortalmente l’altro. Per vivere, paradossalmente, bisogna fidarsi e lasciarsi andare.

Purtroppo i più grandi amori portano incisa una data di scadenza per la stessa furia che li devasta, quando poi i due partner hanno personalità forti, caratteri che non scendono a compromessi, il finale appare scontato. Nel loro caso il tempo aveva cambiato anche il modo di intendere l’arte, la diversità diventò inconciliabile.  Era subentrata l’abitudine e Ulay aveva avuto anche altre donne.
La fine di una storia importante non è mai piacevole, ma loro decisero di farla diventare grandiosa con un’ultima performance, la più commovente e la più poetica: The Lovers: The Wall Walk in China.
In novanta giorni percorsero a piedi la grande Muraglia Cinese partendo dai due estremi opposti per venirsi incontro un’ultima volta e dirsi addio definitivamente. Lei partì dal Mar Giallo, Ulay dal deserto dei Gobi.
In realtà questa performance aveva una genesi molto più romantica, i due artisti sognavano di sposarsi sulla Muraglia Cinese con le stesse modalità che poi utilizzarono per l’addio. Avevano richiesto i permessi alle autorità cinesi molto tempo prima, ma questi arrivarono solo nel 1988, l’anno della separazione. Ulay lo interpretò come un segno per celebrare i dodici anni di vita artistica e sentimentale, il cammino diventò una sorta di meditazione, l’occasione per riflettere sul loro rapporto, l’estremo tentativo di un ripensamento che non arrivò. 
2.500 km per dirsi il più doloroso e struggente degli addii, dopo tre mesi di un viaggio che li portava inesorabilmente l’uno verso l’altro, si ritrovano, si presero per mano, si abbracciarono un’ultima volta. E poi si lasciarono per sempre.

Dopo la fine della relazione, Ulay tornò ad Amsterdam per dedicarsi alla sua prima passione: la fotografia, concentrandosi su alcuni esperimenti innovativi come i Fotogrammi e i Polagrammi.
Mentre Marina scalava i gradini del successo trasformandosi in una star, un’icona popolare, un artista mediatica, un’istituzione pop, Ulay indietreggiò dalle luci della ribalta, non si lasciò tentare dalla spettacolarizzazione dell’arte.  Preferì preservare la sua autenticità, rimanendo fedele alla sua idea di arte pura e anarchica, al suo concetto di avanguardia artistica come rottura di schemi. Si concentrò sul tema dell’emarginazione con Homeless (1992), affrontò il problema del ritorno del nazionalismo, del razzismo e della disuguaglianza con la serie Berlin Afterimages (1994-’95).

 Intanto la storia con Marina Abramovic arrivò a un triste e inevitabile epilogo, la battaglia legale sui diritti d’autore delle opere comuni. Ulay denunciò Marina per aver venduto opere appartenenti ad entrambi.  Per anni gli avvocati si fronteggiarono per ridefinire diritti e proprietà. Marina fu costretta a risarcire 250 mila euro all’ex partner.

Nel 2009 Ulay si trasferisce a Lubiana dove sposa Lena Pislak, ha ancora entusiasmanti progetti, si dedica con passione a un nuova tematica ambientale: la salute delle acque nel mondo. Crea l’Earth Water Catalogue, un progetto multimediale che raccoglie opere legate all’acqua realizzate da artisti di tutto il mondo. È affascinato dal paradosso dell’uomo che produce lacrime salate ma non può vivere di acqua salata. Il progetto lo porta in Israele, Patagonia, Palestina e anche in Italia, vorrebbe catalogare tutti i suoni legati all’acqua, perfino il fruscio dei ghiacciai. Vorrebbe creare una composizione sonora, da diffondere a livello globale. Uno dei suoi lavori Whose water is it? Di chi è l’acqua è una domanda a grandi lettere luminescenti, sotto la quale sono impressi altri simboli, come l’euro o il dollaro. Ulay fornisce la risposta alla sua domanda, l’acqua non è più accessibile a tutti, non è più una risorsa naturale.   

Nel 2010 rincontra Marina Abramovic, l’artista serba è al MoMa di New York dove è in corso una sua performance, ogni giorno è presente per sette ore seduta davanti a un tavolo, di fronte a lei c’è una sedia vuota. Ogni giorno i visitatori possono accomodarsi e fare ciò che vogliono per due minuti. La maggior parte delle persone si limitano a fissarla in silenzio. Lei sostiene lo sguardo di tutti. Ma un giorno in fila con gli altri visitatori, inaspettatamente, c’è anche Ulay, si siede sulla sedia vuota e aspetta che lei riapra gli occhi. È un confronto di sguardi commovente e intenso, gli occhi di Marina si riempiono di lacrime. Sono immagini e video che fanno il giro del mondo, è lo spettacolo dell’arte che diventa condivisione mediatica, ma è anche la dimostrazione che un grande amore resta confinato in una stanza del cuore, in quel momento guardandosi negli occhi erano spariti il dolore, la rabbia, il rancore, le cattiverie, i litigi in tribunale, dai loro sguardi affioravano solo i ricordi di ciò che era stato e di tutto il bene che si erano voluti.  Era il vero addio, perché denso di perdono autentico.  

Qualche tempo dopo ad Ulay viene diagnosticato un cancro. Dopo la diagnosi e le prime cure decide di trasformare la malattia nel più grande progetto artistico della sua vita, torna nei luoghi più importanti in cui ha vissuto, incontra compagni e amici per un ultimo saluto. Dalla fine del 2011 una videocamera lo segue per un anno intero, dall’istituto di oncologia di Lubiana fino a Berlino, New York e Amsterdam. Un viaggio che è metafora di un viaggio interiore per interrogarsi sulla natura della vita, dell’amore e dell’arte. Il tutto diventa un documentario intitolato The Project Cancer uscito nel 2013.
Ulay ha ottenuto il riconoscimento nel panorama dell’arte contemporanea come uno dei pionieri della performance art. 
Recentemente lo Stedelijk Museum di Amsterdam ha annunciato una mostra che sarà inaugurata a novembre 2020.

 

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