Quelle rapine in serie del papà della vittima

Il documento porta la data del 28 giugno 2018, e costringe a leggere diversamente la tragica storia di Ugo Russo, il ragazzo napoletano ucciso sabato notte durante il tentativo di rapina a un carabiniere.

Il documento aiuta a capire il contesto, il percorso umano e familiare che ha portato un adolescente a infilarsi nell’impresa che lo ha portato alla morte. Perché il documento, firmato dalla Procura generale di Milano, riguarda il padre di Ugo: Vincenzo Russo. trentotto anni, l’uomo che in questi giorni ha raccontato davanti alle telecamere il suo strazio. Ma che la Procura di Milano accusa di essere un professionista dello stesso tipo di rapine costate la vita a suo figlio. Non ha dovuto guardare lontano, il povero Ugo, per cercare un esempio sbagliato da imitare.

L’impresa che la Procura di Milano attribuisce a Vincenzo Russo è la fotocopia – più organizzata, più professionale – di quella che sabato suo figlio realizza a Napoli. Il 24 settembre 2013 in via Ripamonti, nel capoluogo lombardo, l’auto di un avvocato viene accostata da uno scooter che gli urta lo specchietto, poi il guidatore si ferma e accusa l’avvocato di avergli fatto male alla mano. Appena l’avvocato abbassa il finestrino, arriva un altro scooter, il passeggero lo colpisce al volto e gli strappa una Audermars Piguet da 40mila euro. Nel pomeriggio dello stesso giorno, dall’altra parte di Milano viene messa a segno un’altra rapina identica. La Volante si mette alla caccia degli autori, intercetta due scooter, li insegue. Uno dei motocicli si schianta. A bordo c’è Vincenzo Russo, il padre di Ugo. Viene portato in ospedale, indagato dalla Volante per entrambi i colpi. La sua fotografia viene mostrata all’avvocato rapinato al mattino: che lo riconosce senza ombra di dubbio. «É lui». Ai poliziotti che gli chiedono conto della sua presenza a Milano, Russo spiega di essere disoccupato e di essere salito al nord per cercare di vendere dei profumi. Ma non vengono trovate tracce né di flaconi né di boccette. E dalla banca dati della polizia saltano fuori altre condanne già ricevute dall’uomo per imprese analoghe. Per la Procura, Vincenzo Russo fa parte delle batterie di napoletani che salgono a Milano per i «colpi dello specchietto». E nella richiesta di rinvio a giudizio gli viene contestata la «recidiva reiterata e specifica».

Russo chiede di essere ammesso al rito abbreviato: e il 28 maggio 2018 viene assolto, il giudice non crede al riconoscimento effettuato dall’avvocato rapinato. Ma la Procura generale non si arrende e attraverso il sostituto Massimo Gaballo presenta ricorso contro l’assoluzione. Gli elementi contro il padre di Ugo, scrive il pg, sono «chiari, univoci, concordanti». C’è il riconoscimento da parte della vittima, «assolutamente certo ed esente da qualsiasi indecisione o dubbio», ma non solo. Ad incastrarlo, secondo l’accusa, c’è lo scooter, quello con cui si è schiantato nel pomeriggio mentre scappava dalla Volante. «Conferma ulteriore della responsabilità del Russo si rinviene dai filmati e dal sequestro del motorino  si allegano due fotogrammi dai quali emerge in maniera evidente che il ciclomotore sequestrato al Russo è lo stesso ciclomotore utilizzato dal rapinatore n. 1 nella rapina in via Ripamonti». Ora ci sarà l’appello. Ma Vincenzo Russo ha altre angosce con cui fare i conti.

Abbiamo letto un articolo dove il padre del ragazzo 15enne ucciso per aver tentato di rapinare un carabiniere in borghese da del criminale al Carabiniere, vogliamo ricordare il caso del carabiniere Cosimo Miccoli, che nell’87 affrontò da solo, in abiti civili, tre banditi che stavano rapinando gli esattori del casello autostradale a Pomigliano d’Arco. Nella sparatoria, il militare ventottenne rimase ucciso. Uno dei malviventi, a sua volta ferito, fu catturato. Il carabiniere, che era in macchina con la fidanzata, vedendo i tre rapinatori che puntavano le pistole contro gli esattori, scese dalla vettura e affrontò i tre, intimando loro di alzare le mani. Ma uno dei banditi gli sparò due colpi al petto. Benché ferito, Miccoli rispose al fuoco. Uno dei banditi, colpito, cadde a terra.

I complici fuggirono abbandonandolo. Il carabiniere, soccorso dalla fidanzata e da altri automobilisti, morì durante il trasporto in ospedale. In questo caso la morte del collega fu subito dimenticata.

Ora è successo al contrario, un rapinatore, un ragazzo, un 15enne ucciso per aver tentato di rapinare un Carabiniere, una tragedia sicuramente in quanto si parla di un ragazzo, ma un ragazzo che a soli 15 anni faceva rapine che purtroppo, come abbiamo letto sopra, aveva un esempio sbagliato.

Ora prima di giudicare il carabiniere per un delinquente si dovrebbe comprendere quanto è dura la vita di chi indossa una divisa e tutti i rischi che corre, se lo uccidono chi gli sta vicino lo piangerà per una vita intera, ma il resto dimentica, se invece si difende e uccide allora la sua vita sarà comunque finita, viene subito allontanato dal posto dove presta servizio per motivi di sicurezza, processi che dureranno una vita dove nessuno si assume la responsabilità a difenderlo ma dovrà spendere soldi di tasca sua per farsi seguire da un legale per non parlare poi dello stato psicologico in cui vivrà per tutta la vita….

Questa è la realtà dei fatti quindi in entrambi i casi si sentirà abbandonato dallo Stato. Nessuno Ricorda Cosimo Miccoli carabiniere eroe fuori servizio ucciso per compiere il proprio dovere, ma diversi carabinieri non hanno dimenticato, soprattutto chi in quel Casello Autostradale ci passa spesso ricordando sempre questo episodio dove si poteva trovare nella stessa situazione.

Purtroppo questo non è stato un caso isolato se ne potrebbero raccontare tanti altri.

Ora ci si chiede, quando lo stato deciderà di riformare la giustizia affinché vengano tutelati i cittadini e chi ci protegge da soprusi e violenze?  

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