La ricostruzione di una dottoressa – ora in isolamento volontario – all’AdnKronos Salute: “Tutto ciò che dovevamo fare, da protocollo, era chiedere ai pazienti se erano stati in Cina”. Ma nessuno dei positivi aveva avuto contatti con il Paese asiatico. “Fra i primi ammalati ci sono medici. Questo è indicativo: non è che in 10 minuti di visita lo prendi. Il virus girava già, almeno da una dieci giorni”

“I casi sono cominciati ben prima del paziente uno. Io la settimana prima avevo visto tante polmoniti insolite fra i miei assistiti: buona parte è risultata essere da coronavirus”. A raccontarlo è medico di famiglia in quarantena a Castiglione d’Adda, in provincia di Lodi, epicentro dei contagi in Lombardia. Quando il 38enne ricoverato a Codogno, il cosiddetto “paziente 1” ha svelato a tutti la presenza del nuovo coronavirus in Lombardia, il virus, secondo la dottoressa “circolava già da un po’”, spiega intervistata dall’Adnkronos Salute. La dottoressa poi racconta di essere “in quarantena” precauzionale insieme a una collega nel suo studio medico perché è stata in contatto con almeno una ventina di suoi pazienti risultati positivi al nuovo coronavirus: “Dormiamo qui da venerdì”.

“Nell’ultima settimana – spiega la dottoressa – c’era state queste brutte polmoniti, alcune delle quali avevano richiesto ricoveri. Le abbiamo viste nonostante quest’anno l’epidemia di influenza fosse bassa. Però non c’erano particolari allerte”. Tutto quello il protocollo per il nuovo coronavirus imponeva, spiega, era “chiedere agli assistiti se venivano dalla Cina: e non è che in una cittadina piccola come Castiglione d’Adda ci fosse tutta questa ressa di pazienti rientrati dalla Cina. I nostri assistiti quando facevamo la domanda si mettevano a ridere”. Nessuno dei pazienti poi risultato positivo al nuovo coronavirus, però, aveva avuto contatti con la Cina. “È stato assodato che si è trattato di contatti di secondo o terzo livello“. In pochi giorni si è assistito all’esplosione di casi positivi. “E fra i primi ammalati ci sono medici. Questo è indicativo: non è che in 10 minuti di visita lo prendi. Il virus girava giàalmeno da una settimana, dieci giorni”.

Anche secondo l’epidemiologo Luigi Lopalco, docente all’Università di Pisa, il virus potrebbe circolare in Lombardia già da gennaio: quindi, quelli che vengono identificati ora, sono la ‘terza generazione’ di contagi. La cronaca sembrerebbe avvalorare l’ipotesi della dottoressa: l’anziana che è stata ricoverata al Policlinico san Martino di Genova perché positiva al test per il coronavirus proviene da Castiglione d’Adda e faceva parte di un gruppo i turisti provenienti sia da Castiglione d’Adda che da Codogno. La donna si era fatta curare in pronto soccorso l’11 febbraio al pronto soccorso di Albenga, in provincia di Savona, prima che emergessero i casi lombardi e quindi prima che venisse emanata l’ordinanza regionale di tutela. Lo ha confermato il governatore Giovanni Toti: “La paziente è entrata in contatto con il personale del pronto soccorso prima che scattasse l’ordinanza. Sono già stati individuati i professionisti con cui la paziente è entrata in contatto”.

La dottoressa intervistata spiega all’Adnkronos l’emergenza che le strutture si sono trovate a gestire nel giro di 24 ore: “Fino a oggi non avevamo più ambulatori aperti e medici di famiglia che potessero visitare i pazienti. Su 4, uno è ricoverato per coronavirus e gli altri 3 siamo tutti in quarantena precauzionale. Sono giorni di fuoco“. La dottoressa tiene a puntualizzare che la quarantena è una forma precauzionale di sorveglianza attiva, diversa dall’isolamento riservato ai pazienti positivi. In attesa dei risultati del tampone (poi risultato negativo) non voleva far correre rischi ai figli. “Siamo qui anche per senso di responsabilità. I nostri assistiti hanno bisogno di noi. Non possono venire in studio, ma siamo qui non stop e rispondiamo alle loro chiamate”. Uno dei problemi, aggiunge, sono le informazioni false circolate online, che hanno contribuito a diffondere il panico: “Anche questo ha ritardato la gestione corretta del problema: le persone hanno avuto informazioni prima dalle chat che dalle autorità sanitarie della regione”.

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