In questi giorni un po’ ovunque impazza il Carnevale, è il momento giusto per scoprire la vera origine di questa festa. Siamo davvero certi che sia attendibile la versione riportata in tutti i dizionari moderni? La parola Carnevale deriva dal termine tardo latino Carnem Levare oppure ci sono altri significati che riguardano una antica Dea egizia?

È scritto in tutti i dizionari e nei libri di scuola. Lo leggiamo continuamente negli articoli che parlano del Carnevale. Fin da bambini c’inculcano che la stramba parola derivi da una formula ecclesiastica, l’ennesima nozione cristiana, per indicare il periodo precedente alla Quaresima.
Eppure già nel 1911 Clemente Merlo, uno dei più grandi linguisti del Novecento, pubblicò un saggio “I nomi romanzi del Carnevale” in cui qualche dubbio lo sollevava. 
Come tutti sanno la Quaresima inizia subito dopo il Martedì grasso, la Chiesa medievale aveva  assegnato al periodo quaresimale vari nomi per caratterizzare l’astinenza dalla carne, ne ricordiamo giusto un paio contenuti in testi ecclesiastici: carnem  laxare (attestato in una charta del 1050), carnelevamen (1195), carnisprivialis (1297).  
Consultando antichi testi appare evidente che il termine Carnem Levare servisse a indicare proprio la Quaresima, ma per qualche oscura ragione è stato forzatamente utilizzato per denominare anche il nostro Carnevale.
Non vi sembra una contraddizione attribuire lo stesso significato a due tradizioni totalmente diverse?  Come se il gaudente Carnevale non fosse altro che la preparazione della triste Quaresima.  

La realtà è che da sempre la Chiesa cattolica ha osteggiato il Carnevale, una festa popolare con caratteristiche sfacciatamente pagane.

In passato il contrasto fra il Carnevale e la Quaresima doveva essere così marcato che Pieter Bruegel nel 1559, lo raffigura in un famosissimo dipinto. Nella metà sinistra del quadro il Carnevale è simboleggiato da un uomo grasso a cavallo di una botte di vino, in una mano impugna uno spiedo con polli ed è spinto nella sua folle cavalcata da due uomini in maschera. Nella parte destra la Quaresima è rappresentata da una donna smunta e cadaverica che fronteggia l’avversario impugnando una pala con due aringhe striminzite. La donna è trainata da un frate e da una monaca.

Ma cosa era questa festa pagana che così tanta paura faceva alla Chiesa cattolica?
 Il nostro Carnevale deriverebbe da una rito di origine orientale, nel corso del quale si svolgeva una lunga e bizzarra processione, il cui fulcro era una nave con le ruote, secondo molti studiosi la parola Carnevale discenderebbe proprio dall’espressione latina Carrus Navalis.
Anche se la festa, in epoca romana, era conosciuta come Navigium Isidis (la nave di Iside).
Il culto della dea egizia era stato importato a Roma intorno al 150 d.C. era stato subito accolto con grande favore dalla popolazione per i legami della Dea con il mondo ultraterreno.
La Dea Iside era una divinità universale, sposa e sorella di Osiride, quando l’amato era stato ucciso e smembrato, non aveva esitato a partire con una nave alla ricerca di tutte le parti disperse nel Nilo. Grazie a degli unguenti magici ricompose il corpo di Osiride, costruì un fallo d’oro in sostituzione dell’unica parte mancante e riuscì a riportare in vita lo sposo, giusto il tempo per generare un figlio.
Per questi motivi Iside era il simbolo esemplare di sposa e di madre. Il suo culto si diffuse rapidamente in tutto l’Impero.

Il complesso cerimoniale del Navigium Isidis, rappresentava le forze del caos che contrastavano la procreazione, nello stesso tempo celebrava il sacro accoppiamento, propiziatorio per la fertilità dopo l’inverno.
La festa si teneva ogni anno, nel giorno della prima luna piena dopo l’equinozio di primavera. L’immagine della dea Iside era portata in processione su un’imbarcazione di legno a ruote, riccamente ornata di fiori, seguita da un corteo in maschera e accompagnata dalle danze e dai canti.

Lo scrittore romano Lucio Apuleio, nelle sue “Metamorfosi o L’asino d’oro”, descrisse come si svolgeva la festa (libro XI), grazie al suo racconto particolareggiato sappiamo che dei gruppi mascherati sfilavano davanti al carro navale della Dea. E ogni maschera aveva un preciso significato simbolico. 
C’era chi si mascherava da soldato romano con cinturone e spada; chi indossava un corto mantello e si tramutava in cacciatore; chi indossava una veste di seta, stivaletti dorati, gioielli e parrucca per assumere l’aspetto di una donna, completando il travestimento con mosse languide.
Poi c’era il gladiatore con lo scudo, l’elmo e la spada. E il magistrato con i fasci e la porpora. C’era il filosofo coperto di mantello, bastone, sandali e barbetta da capro. Immancabili erano il pescatore e l’uccellatore. C’era perfino un’orsa addomesticata vestita da matrona romana e portata in lettiga, una scimmia vestita di giallo e un asino con un paio d’ali posticce. 

Dopo le maschere sfilavano delle bellissime ragazze vestite di bianco, con il capo ornato di ghirlande primaverili, avevano i lembi delle lunghe vesti ripiegati sul grembo da cui lanciavano fiori, per cospargere la via da cui sarebbe passato il sacro carro navale.
Seguivano un gran numero di uomini e donne che recavano lucerne, fiaccole e ceri o qualsiasi altro oggetto che potesse far luce, procedevano invocando il favore della madre degli dei, genitrice delle stelle del cielo.

Non mancava l’accompagnamento musicale, c’era il gruppo dei musici che suonavano flauti e zampogne e dietro dei ragazzi, tutti vestiti di bianco, che cantavano in coro. Dopo di che, ecco i flautisti consacrati al dio Serapide che suonavano un flauto ricurvo che gli arrivava sino all’orecchio destro.

Il lungo corteo continuava con gli iniziati ai sacri misteri: uomini e donne di tutte le età abbigliati con candide vesti di lino. Le donne avevano i capelli profumati acconciati in veli trasparenti, gli uomini il capo completamente rasato. Entrambi stringevano tra le mani dei sistri (strumenti musicali) di bronzo, d’argento e anche d’oro che emettevano un acuto tintinnio.  

Finalmente era il turno dei sacerdoti, abbigliati con lunghe tuniche bianche di lino, strettamente fasciate dal petto sino ai piedi. Avevano un aspetto austero e portavano in trionfo i simboli della Dea. Il primo recava una lucerna d’oro a forma di barca che sprigionava una grande fiamma, il secondo sacerdote portava un ramo di palma finemente lavorato in oro, simbolo della vittoria dell’immortalità; un altro offriva un vaso d’oro a forma di seno (simbolo della dea madre) colmo di latte; un altro ancora recava un setaccio d’oro per il grano (simbolo della rinascita).

Nella processione sfilavano per ultimi gli stessi dei: Anubis con la testa canina; Iside sotto forma di vacca e Osiride sotto forma di acqua dolce nell’urna sacra.

Il lungo corteo si snodava per la città e arrivava fino al mare, dove ad attenderli sulla spiaggia c’era una vera nave decorata in oro. Il sommo sacerdote compiva i riti di purificazione con una fiaccola ardente, un uovo e dello zolfo. Dopo di che i doni per la Dea venivano portati sulla nave, tutti i partecipanti al corteo versavano in mare, una crema fatta col latte.

A quel punto la nave, carica di doni e d’oggetti votivi, partiva. E solo quando spariva alla vista verso l’orizzonte il corteo ritornava al tempio, per riporre il carro navale, riformando la bella processione di prima.

Questo rito, conosciuto in tutto il bacino del Mediterraneo, era particolarmente vivo nelle maggiori città marittime o fluviali del mondo antico.

Giampaolo Di Cocco nel suo saggio “Alle origini del Carnevale – Mysteria isiaci e miti cattolici” ha notato che, non a caso, i più famosi Carnevali del mondo, con i loro “carri navali” allegorici, sono quelli che si festeggiano, o si festeggiavano, in città sul mare come Viareggio, Venezia, Fano e Rio de Janeiro, o su grandi fiumi, come Colonia e Basilea sul Reno, e Roma sul Tevere.

Quando  il  cattolicesimo, divenne l’unica religione dell’Impero Romano, il Navigium Isidis fu diviso in due parti: la morte e la resurrezione del corpo smembrato di Osiride confluì nella nostra Pasqua, mantenendo la datazione legata alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera.  Mentre, non riuscendo ad abolire la processione delle maschere perché il popolo era profondamente legato al rito, si decise di spostarla indietro di quaranta giorni, trasformandola nel nostro Carnevale.

Insomma, la prossima volta che parteciperete a una sfilata di maschere e interpreterete un personaggio diverso da voi stessi, ricordatevi che, in realtà, state compiendo un rito antichissimo, in onore della Dea Iside per propiziare la fertilità della terra e celebrare la rinascita della primavera. Altro che la triste Quaresima e la rinuncia ai peccati della carne, la Natura che si risveglia dopo l’inverno richiede gioia e allegria. E canti e balli.  

L’articolo è liberamente tratto dal libro di Mario Alinei, “Carnevale: dal carro navale di Iside a Maria Stella Maris”

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