Le grandi aspettative intorno al primo fantasy italiano deludono l’attesa. Le buone intenzioni e un tema decisamente interessante, purtroppo, non riscattano un risultato mediocre. La serie italiana appare una superficiale rivisitazione della caccia alle streghe con qualche incongruenza di troppo.

C’era grande fermento intorno al primo fantasy italiano di Netflix, ne avevamo parlato in questo articolo, ma dopo aver visto le sei puntate che compongono la prima stagione di Luna Nera, riteniamo che le aspettative non siano state soddisfatte in pieno.
Seppure si trattava di un fantasy popolato da streghe dotate di evidenti poteri sovrannaturali, l’argomento principale della serie era la donna in una società maschilista. Donne costrette a vivere in ruoli prestabiliti, senza alcuna libertà, impossibilitate ad esprimere il proprio potenziale, condannate a morte da uomini per ogni minimo sbaglio. Un tema attuale, oggi come ieri.
Purtroppo un argomento così ricco di sfumature e di possibilità, non è stato approfondito come meritava, le protagoniste risultano delle figure inconsistenti, prive di personalità, senza spessore.

La serie ruota intorno ad Ade e alla banale storia d’amore con Pietro. Tutta la tematica, molto più interessante della stregoneria e della caccia alle streghe, è messa in secondo piano, soffocata dalle esigenze di un copione che strizza l’occhio in modo palese alle serie TV americane per adolescenti.
Tutto si concentra intorno al classico amore contrastato tra due ragazzi, che essendo molto affrettato non riesce nemmeno ad appassionare, perché non convince, non risulta reale. 

Ci sarebbe piaciuto che Luna Nera affrontasse la caccia alle streghe in un corretto contesto storico. E invece non c’è alcuna traccia dei processi alle streghe, dei famigerati tribunali dell’inquisizione, delle terrificanti torture che avrebbero fatto confessare anche gli innocenti, del marchio del diavolo ovvero quelle piccole anomalie della pelle che, secondo il Malleus Maleficarum, servivano ad individuare le streghe.

Nella serie Roma sembra molto vicina, eppure non c’è alcun rapporto tra i Benandanti e la sede della Cristianità. Chi erano questi uomini? Sappiamo che nella realtà storica erano dei contadini eretici, essi stessi accusati di stregonerie. In Luna Nera li vediamo detenere il potere di un intero borgo e dei suoi dintorni, il capo, Sante, è un ricco tintore. Nel borgo pare che non esista un vero potere politico, i Benandanti non si confrontano mai con nessuna carica pubblica. Sono affiancati e incoraggiati solo da un prete insulso e da un cattivo quasi caricaturale.

Le prime incongruenze di Luna Nera nascono proprio da questo piccolo drappello di invasati, sono loro che perseguitano le streghe, che le catturano e le imprigionano in luoghi improbabili, pur avendo a disposizione una vasta prigione sotterranea nel loro borgo. Non è chiaro l’oscuro motivo di questo comportamento bizzarro.

E quali sono i motivi per cui hanno imprigionato queste donne? Di quale grave colpa si sono macchiate? Non è dato saperlo. Sappiamo solo che ogni volta che Ade e le altre cercano di liberarle, i Benandanti compaiono improvvisamente, manco avessero il dono di essere ovunque. Oppure come se tutta la vicenda si svolgesse in uno spazio esiguo.
Inoltre le storie di queste donne sembrano non interessare minimamente le sceneggiatrici della serie, sono personaggi marginali senza importanza, devono solo fare trucchi di magia da manuale. Anche le quattro streghe che vivono nel regno fatato hanno storie personali solo abbozzate. 

Non sappiamo perché sono lì, né da quanto tempo si nascondano, non sappiamo nemmeno quale sia il loro vero scopo. Pare che debbano difendere il mondo dal Male, che sono in attesa dell’Eletta, che nel frattempo accolgano tutte le donne perseguitate dagli uomini, per poi scoprire, come sempre, che si tratta di un circolo esclusivo per sole streghe. E il femminismo? E la sorellanza? E i nobili intenti di insegnare alle donne che l’unione fa la forza? E tutte le belle frasi femministe che declamano ad ogni piè sospinto? Sembra che non valgano per tutte. 

Continuiamo con le incongruenze e andiamo a sviscerare il ruolo della madre di Ade, che invece di mettere a sicuro se stessa e i figli nel regno delle streghe, preferisce vivere nel borgo, celandosi dietro falsa identità in una casetta appena fuori l’abitato. Con sé ha anche il magico libro del Regno. A cosa le serva non si sa, così come non si capisce perché pur consapevole che il libro possa finire nelle mani sbagliate, non l’abbia portato nell’unico posto sicuro. Lì dove vivono le sue sorelle, nel profondo di un bosco intricato, in un luogo magico e impenetrabile.

Peccato che nello svolgimento della storia questo luogo segreto appaia vicinissimo al borgo, con Pietro che va e viene e Ade che scruta l’apparire del suo amato dalla finestra. Eppure il bosco dove è stato girato è l’impenetrabile Selva del Lamone, un bosco selvaggio, attorno al quale si raccontano misteri e leggende. Ecco, forse un altro dei limiti della serie è non aver saputo sfruttare pienamente la bellezza dei luoghi in cui è stato girato. Location perfette usate al minimo del loro potenziale.

L’ultimo difetto e senz’altro il più fastidioso, è stata la recitazione monocorde, tutti gli attori erano oltre le righe, recitavano in modo teatrale, artefatto, eccessivo, con dialoghi poco credibili e quasi infantili.

La recitazione eccessiva, la qualità tecnica non eccelsa, il mancato approfondimento psicologico dei personaggi e la mancanza di coerenza sono stati i più grossi limiti della prima stagione. La serie in questo modo stenta a poter competere con analoghe produzioni internazionali.

Speriamo che il colpo di scena finale tutto giocato con i contrasti tra l’ombra e la luce e tra il bene e il male, sia il preludio di una prossima stagione più efficace.

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