Entro qualche giorno, la nuova traduzione del Padre Nostro sarà obbligatoria per i credenti.

Questa traduzione buonista – non ci ABBANDONARE in tentazione anzichè non ci INDURRE in tentazione – è coerente con la via dell’antispiritualità ateista che i Cristianesimi inseguono da duemila anni o giù di lì. Si è indotto l’essere umano all’abbandono sempre più definitivo dello stupore panìco per ciò che lo circonda, lo thâuma aristotelico, illudendolo platonicamente che la verità sia dentro di lui.

Truffatori d’accatto, venditori di statuette antiche che spacciavano per nuove – l’iconografia cos’è se non lo studio filologico delle trasformazioni temporali di immagini archètipe – schiavi di probabile origine cartaginese, di seconda e terza generazione, che prendono una religione semitica da una cultura vicina e affine alla propria, trasformandola per vendicarsi dell’uccisore romano. Distruggono il concetto di divino (aggettivo, o meglio attributo, proveniente da Zeus) come Altro da noi, ridipingono un dio usando solo tinte pastello, pur sapendo che la realtà delle teologie semitiche è di una unità essenziale tra bene e male, per evitare l’accusa di iconoclastìa.

È così che, per esempio, Zeus diventa Dio, da Padre degli Dei e degli Uomini a Padre degli uomini di buona volontà. Zeus, ossia Giove, Juppiter, Dio Padre dall’originale Dyaus Pita, Dio Padre nell’alto dei cieli, il Grande Architetto dell’Universo che fa dissolvere la Dea Madre Terra.
Zeus, che nella lingua greca usata in alcune parti del Nuovo Testamento diventa il Padre di Gesù: Gesù figlio di Zeus è Gesù Dio. Paolo, o chi per lui, dice ai suoi lettori della koinè che stiano tranquilli, chi viene loro presentato è il figlio e l’erede di Zeus, l’ultimo di una serie pressoché infinita di semidei.

In un singolo abbinamento avvengono diversi fenomeni: Gesù viene divinizzato, il genitivo di Zeus diventa una parola a se stante (Dio, cfr. l’etimo di fegato), lo Zeus filosofico in quanto dio ante litteram, dio per antonomasia di cui le altre divinità olimpiche possono essere ridotte a specifiche manifestazioni, si trasforma nel Dio geloso dell’Antico Testamento, nel Dio virtuoso e ingiudicabile, il cui figlio non ha alcuno dei difetti di infedeltà dello Zeus originale, e il Padre è addirittura inconoscibile, se non nelle manifestazioni che noi esprimiamo nei suoi confronti e di cui è fonte teologica ispiratrice.

Insomma, ha ragione chi dice che il traduttore è un traditore.

La favola di Esopo, del sole e del vento e del viandante che il vento non riesce a denudare strappandogli le vesti, e il sole gentilmente spoglia con il suo tepore, è trasposta in un dio che nell’Antico Testamento induce in tentazione, e non potrebbe essere altrimenti, mette alla prova, Abramo Giobbe Giona, così come pretende fedeltà mandando la sciagura nel Nuovo Testamento.

E che cos’è il male se non l’igiene del divino che noi violiamo? Fatti suoi di cui ci impicciamo? Volerne prendere il posto senza capire nulla? Comandarlo tramite la preghiera che chiede anziché ringraziare, orazione che si fa tentazione nel deserto? Ecco: nella traduzione/tradimento proposta da Papa Francesco il concetto di “Padre” da cui ereditare il comando si sostituisce a quello di “Dio” da temere, e a cui stare a rispettosa distanza, e a cui l’unica cosa che si può domandare è che si sveli la Sua Volontà, la Provvidenza, lo Spirito di Zeus (divino, santo) che Atena incarnava nella coscienza degli Eroi come Ulisse.

Quanto antica, quanto omerica suona infatti, in questo senso, l’accusa di Gesù a Pietro, e per suo tramite alla Chiesa di oggi: “Lungi da me, Satana! Perchè tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!”. Accusa che Ulisse avrebbe potuto tranquillamente rivolgere, in tante diverse e avventurose occasioni dell’infinito viaggio di ritorno a Itaca, a uno qualsiasi dei suoi compagni, privi della luce sulle cose ulteriori.

Il padre che ammazza il vitello grasso (il bovino più simile all’esecrato maiale dalle religioni semitiche) è l’immagine di uno Zeus che, sperabilmente nelle menti di quell’epoca, si fa spodestare da uno dei suoi figli, spesso nati da vergine, non importa se Atena o Eracle, Ares o Efesto, seguendo la profezia oracolare e il destino del padre Crono e del nonno Urano. È la concretizzazione, sotto mentite spoglie semitiche, dell’escatologia olimpica, che in età ellenistica e augustea si percepiva reale.

I Cristianesimi sono religioni sincretiche per eccellenza, ma sono legione per via del loro monoteismo settario e maschilista, e dunque incapaci di portare la pace religiosa – l’unità nella diversità – nell’ecumene post romana. Sono il vero fallimento dell’elite intellettuale romana che, seguendo la preoccupazione degli imperatori, cercava di dare una patria a tanti popoli differenti, partendo dall’eredità di Alessandro Magno, e riuscendovi solo in parte. Quell’elite che ci ha trasmesso il concetto di Monarchia Universale, ossia Cattolica, intesa in senso romano, di pax romana, e non certo in senso cristiano.

Prossima tappa? Il Filioque.

Luigi Menta

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