Si stanno chiudendo in questi minuti le ultime sezioni allo spoglio delle urne. Ormai il dato assodato è che Bonaccini vince, la Bergonzoni perde: vi sono otto punti percentuali di differenza, e quindi si tratta di vittoria piuttosto netta. 

Quella che segue è un’analisi di parte, oserei dire partigiana ma in senso opposto a ciò che è ormai il senso comune dato a quel termine. Proverò a spiegare perché non poteva andare altrimenti, anche attingendo alle mie conoscenze ed esperienze di vita vissuta per anni nella parte romagnola della regione. Donc.

Innanzitutto c’è da dire che l’Emilia Romagna, ormai anticamente, era insieme alla Toscana definita regione fascistissima. Ciò significa che la popolazione aderiva entusiasticamente al PNF e entusiasticamente lavorava grazie al partito. Un tratto che, sostituendosi al PNF il PCI/PDS/DS/PD, è rimasto, perché gli aspetti corporativistici si trasformano in cooperativistici. Ma la sostanza rimane la stessa: una corporazione si invera in cooperativa, in coop, e fa lobby sui politici locali, promettendo voti in cambio di atti legislativi e commesse pubbliche.

Tutto questo è raffigurato mirabilmente, poeticamente da Guareschi: la scena dello scampanìo di Don Camillo come azione di disturbo del comizio di Peppone lascia spazio alla Canzone del Piave, alla vecchia retorica dei ragazzi del ’99, e di lì è lacrima e commozione per tutti.

Come si vede, la confusione propagandistica è grande e tale rimane ancor oggi. Il PD non viene mai citato da Bonaccini in campagna elettorale, si teme l’effetto Umbria, mentre le piazze sono okkupate dalle Sardine. Chi sono le Sardine?

In Umbria buona parte della sconfitta la si deve a quelle famiglie bene che, abbandonate dal PD, vedono i loro figli stipendiati meno del costo mensile degli extracomunitari gestiti dalle onlus: ragazzi di belle speranze, precarizzati dalla globalizzazione che non fa sconti a nessuno, dall’europeismo liberista o meglio liberista nei paesi PIIGS che il PD appoggia (bisogna sempre avere un santo in paradiso e, in mancanza di meglio, va bene anche la Valle del Reno).
Le Sardine servono fondamentalmente a fare da margine a questo meccanismo di ripicca familiare: nascono negli stessi luoghi geografici (Modena, Reggio, Parma) del Triangolo Rosso, delle BR, tra diocesi, sezioni/circoli, ambienti universitari, fondazioni messe su dai boiardi di stato e dai baroni dell’Alma Mater per non pagare tasse e non mostrare l’origine delle tangenti.

Sono studenti molto fuori corso del DAMS, spesso habitué della Montagnola, che loro intendono la Montmartre bolognese, magari anche con un tocco di Giamaica, e invece è almeno da trent’anni solo il melting pot magrebino dello spaccio, e insomma non ci sarebbe da citare nemmeno tutti i morti per overdose, da Andrea Pazienza in giù, che proprio il DAMS con la sua offerta monca e priva di sbocchi occupazionali ha creato, e che la creazione di Scienze della Comunicazione (ribattezzata non a caso Scienze delle Merendine) ha raddoppiato.
Un limbo di cui le Sardine stesse sono segno, il sacro solipsismo della gioventù di cui parla Jim Morrison, uno dei miti intramontabili dello studente bolognese di ogni età, il proverbiale studente tutto teso a allungare interminatamente quello stato di confusione mentale.
Le Sardine che sfilano servono a dire alle famiglie in pena per loro: ormai sono nostri, sono del Partito. Non a caso escono dichiarazioni di intellettuali e artisti che su Bibbiano dicono che i figli appartengono allo Stato (ogni totalitarismo è fascista, come ho cercato di dire indirettamente all’inizio) e non certo ai genitori.

A questo combinato disposto di limbi, corporativo e studentesco, che con le sue contraddizioni (compro la droga dal marocchino/tunisino ma manifesto in piazza contro le mafie italiane che nella mia narrazione gliela forniscono) si contrappone con molta fatica la società civile, messa in crisi dalla morte dei figli per droga, dalla Bolkenstein sugli stabilimenti balneari, dalla pressione fiscale punitiva della libera iniziativa e delle imprese che agiscono nell’economia reale. Qui, soprattutto nell’area delle fabbriche automobilistiche (Ferrari, Lamborghini, Pagani) si fa più stridente la frizione tra padroni e operai, con i primi che non conoscono orario e i secondi che chiedono sempre più diritti.

In tutto ciò da diverse legislature cerca di inserirsi il centrodestra. L’Emilia Romagna, di fatto governata da 75 anni dai comunisti, lo è ufficialmente da 50 anni, ossia dallo Statuto delle Regioni del 1970. In passato c’è stata, per esempio, una parentesi nell’Amministrazione Comunale Bolognese, con Guazzaloca. Ma una rondine non può fare primavera. 

Infine, il terzo elemento che ha giocato contro la compagine capitanata da Salvini (gli altri due sono, appunto, il triangolo rosso eterno che nasconde il corporativismo delle coop e quello strano voto di scambio del capoluogo che ha aspetti stupefacenti) è stato il piccolo fortino dei repubblicani (ebbene sì) nella provincia di Forlì-Cesena. Tranne alcune parentesi (Spadolini, Susanna Agnelli) il PRI è sempre stato, diciamo, diversamente rosso, certamente più del PSI craxiano a cui, oggi, cerca di sfilare in una gara dei poveri l’elettorato più a sinistra. E nelle regionali ha scelto, da Roma e di netto, di appoggiare Bonaccini, dunque il PD, ossia l’UE.

Ora, dopo aver parlato della non vittoria del PD, bisognerebbe parlare anche della sconfitta della Lega. Inizio dicendo che ieri si decideva non solo per l’Emilia Romagna, ma anche per la Calabria. L’assedio di Salvini in Emilia Romagna dà l’idea di un PD tutto teso a non combattere, per non farsi riconoscere, nemmeno in Calabria, salvo poi dire che la Lega vince grazie alle ‘ndrine (quando vince la sinistra invece è la “società civile” che non paga le tasse e sfrutta il lavoro del volontariato “onestamente” ad aver votato…). In altre parole: chiunque vorrebbe perdere contro un avversario che, chiuso nel proprio castello, cede intanto tutto il resto. La battuta di arresto della Lega (forte comunque della conferma amministrativa del terzo di elettorato emiliano romagnolo che ha trovato a votarla nelle scorse Europee) davanti alla porta del Palazzo della Regione padana porta insomma in dote una regione fondamentale del sud Italia.

La mappa pubblicata in queste ore dall’Espresso evidenzia che anche in Emilia Romagna il sistema elettorale premia i centri maggiori, più rappresentati dei territori periferici. Meglio sarebbe l’adozione della logica alla base delle presidenziali americane, con i comuni minori che hanno un peso elettorale maggiore rispetto a quello demografico. La situazione attuale ha portato, per esempio, nel Lazio alla chiusura degli ospedali periferici, e al ricorso, da parte degli abitanti laziali, di cure ospedaliere presso le regioni vicine, mentre l’ente Regione Lazio tarda a compensare queste prestazioni.

A mancare, nella coalizione di centrodestra, è stata piuttosto Forza Italia, che paga ancora una volta i dubbi amletici e le ambiguità di chi la guida. L’elemento forzista è spurio ovunque lo si collochi: è essenzialmente una lobby berlusconiana, e chi scrive non ha alcuna remora contraria sulle lobby, che finge di essere un partito ma del partito non ha né il dibattito interno, se non sterile (infatti scappano, vedi Toti), né meccanismi di ricambio della leadership che, nel caso specifico, è semplicemente il signore che paga il conto.

L’altro grande sconfitto o meglio assente della tornata elettorale di ieri è il Movimento 5 Stelle. S’è fatto un gran dire che le Sardine fossero antropologicamente affini ai Grillini, e forse lo zoo e l’acquario sono i medesimi, ma c’è una grande differenza: le Sardine ambiscono a essere Deep State, sperando di prendere il posto di chi oggi dà loro le briciole, mentre i Grillini hanno del politico in carriera se non la capacità almeno la vanità di apparire. Le Sardine infatti sono state scomodate come truppe cammellate in un momento di grande pericolo democratico, intendendo per democratico non il significato vero ma quello di governo del pueblo con i rappresentanti autoreferenziali del pueblo a capo, un’oligarchia platonica di fatto e una democrazia – per come la intendiamo noi – solo formale. In realtà, anche i Grillini hanno avuto simili natali: Grillo ha più volte rinfacciato essere il suo un movimento pacifico che canalizzava la protesta in forme non violente. Ma c’è di più.

I Grillini sono in buona parte, nella loro variante emilianoromagnola, parte dell’elettorato PD che si accorge della stagnazione nei dibattiti e nella democrazia interna di quel partito, visto come controrivoluzionario nel dialogo con Berlusconi e con le istituzioni capitalisticofinanziarie europee. La pseudo classe media emiliano romagnola, in realtà dipendente in un modo o nell’altro dalla fiscalità pubblica, si organizza nei meet up per conservare le proprie prerogative di piccola aristocrazia illiberale. La chiamata di Bonaccini ha questo significato di fondo: il voto disgiunto evocato e ottenuto serve, nelle intenzioni di chi lo ha espresso, a conservare tali privilegi, non mettendosi in gioco in una società aperta, liquida e dinamica, pur citando – evidentemente a sproposito – Popper (oppure Bauman, negli ultimi tempi).

Per quanto riguarda Bonaccini, un Presidente di Regione che ricatta (politicamente e amministrativamente, alla faccia dei valori democratici e partecipativi della Carta) l’amministrazione comunale di Iolanda di Savoia commette un atto ben più grave di una citofonata a uno spacciatore (che ovviamente ha i suoi diritti) con a fianco una madre coraggio a cui per ripicca, dopo aver contribuito a far morire di overdose il figlio, spaccano il parabrezza dell’auto. Ma ciò è nell’ordine delle cose, in Emilia Romagna: si fa così da sempre. Le virtù politiche di chi parte da posizioni di forza non brillano per tutti di luce fioca.

Votando Bonaccini, l’elettorato honesto ha dimostrato la propria totale malafede e la propria incapacità di puntare sull’alternativa che una democrazia che funziona offre sempre.

Luigi Menta

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