Oggi Musarna è un nome che non ci dice quasi nulla, eppure fino al settimo secolo fu una città brulicante di vita, abitata da quasi milletrecento persone.
Una città etrusca che si dovette assoggettare alla potenza di Roma, alle sue leggi e ai suoi costumi. Ma fu davvero così?

 

La Tuscia è la culla della civiltà etrusca, tutti sappiamo che in questo territorio esistevano molti centri abitati, c’erano città grandi dal lusso sfarzoso, ricche cittadine di medie dimensioni e piccoli centri agricoli. Nel corso dei millenni, per una serie di eventi, alcuni tra questi centri abitati hanno continuato ad esistere e ancora oggi sono città che hanno storie stratificate; altre, invece, sono sparite e cadute nell’oblio. I loro nomi sono stati dimenticati, come se non fossero mai esistite. Una di questa è Musarna.

Fu fondata nella seconda metà del IV secolo a.C. su volontà della famiglia Alethnas, una nobile famiglia di Tarquinia.  Sappiamo che in quegli anni le città costiere avevano perso il predominio sui mari, gli abitanti che dovevano la loro fortuna alle navi e agli scambi commerciali, attraversarono un momento di profonda crisi. Molte famiglie decisero di spostare i propri interessi economici verso l’interno, così fecero gli Alethnas, edificarono una cittadina per sfruttare l’eccezionale fertilità del terreno di cui, probabilmente, erano già proprietari. E si trasferirono insieme a tanti altri.
Oggi Musarna è solo un vasto campo arato sull’alto di un pianoro, ma quel terreno custodisce ancora quel che resta di case, strade, piazze, botteghe, monumenti e terme.
Basta chiudere gli occhi e immaginare quante vite si saranno succedute in più di mille anni di storia, quanti uomini e donne in quel luogo avranno sognato, amato, sperato, pregato gli dei, avranno riso e pianto, avranno fatto progetti e saranno morti con la convinzione che la loro città sarebbe sopravvissuta per sempre. Immutabile.  
E, invece, la Storia l’ha cancellata anche dalla memoria collettiva.
La costruzione della strada consolare Cassia la tagliò fuori dai traffici commerciali, la cittadina continuò a resistere anche se il lento e inarrestabile declino era cominciato. La sua posizione isolata la salvaguardò dalle invasioni barbariche dopo la caduta di Roma, ma poco alla volta i suoi abitanti furono costretti ad andare via, in cerca di riparo e fortuna verso centri più grandi. Era il settimo secolo e presto la Natura avrebbe ricoperto ogni manufatto umano, più di mille secoli di vita scomparivano, dimenticati da tutti.

Musarna riapparve solo nel 1849. La scoperta fu fatta da due archeologi viterbesi: Giosafat Bazzichelli e Francesco Orioli. La seconda metà dell’Ottocento vide un enorme fermento di scavi archeologici, anni prima c’era stata la scoperta clamorosa di Pompei, gli appassionati di storia antica perlustravano il territorio italiano alla ricerca di testimonianze del passato.
Gli scavi che i due archeologi condussero nella zona di Musarna rivelarono una grande necropoli, all’interno della quale trovarono splendidi sarcofagi in nenfro dai coperchi scolpiti, specchi, gioielli, ceramiche e vasi.
Purtroppo erano anni di buona volontà ma anche di grande improvvisazione, di scavi fatti solo per trovare tesori, ai pochi archeologi animati dalla genuina volontà di conoscere la storia, facevano da contraltare decine di tombaroli. Il materiale ritrovato andò ad arricchire numerose collezioni private oppure fu acquistato dai principali musei in Italia, Europa e America. Tracce di Musarna sono presenti nei musei del Vaticano, di San Pietroburgo, di Toronto, di Boston e di Copenaghen. Addirittura otto sarcofagi sono finiti al Penn Museum di Philadelphia.

il sito, depredato dai principali tesori, fu abbandonato e nuovamente dimenticato. Finché nel 1982 l’archeologo viterbese Paolo Giannini, notò tra le zolle del terreno appena arato, una gran quantità di tessere bianche e nere. Era lo stupendo mosaico pavimentale che oggi si trova al Museo Etrusco di Viterbo.
Questa scoperta eccezionale destò l’interesse dell’École Française di Roma che condusse una prima campagna di scavo, con metodi moderni.
Oggi grazie agli studi dell’École  Française abbiamo ricostruito la storia di Musarna.

Con il tempo il piccolo abitato rurale voluto dalla famiglia Alethnas, si trasformò in una città fortificata, l’unica in Etruria ad avere una doppia cinta muraria, probabilmente gli abitanti temevano in particolar modo l’avanzata espansionistica di Roma. Per circa 200 anni la città riesce a resistere al nemico poi diventa romana, non sappiamo se furono combattute delle battaglie, la maggioranza degli archeologi è propensa a credere che gli abitanti si assoggettarono spontaneamente dopo la caduta di Tarquinia.

Gli scavi archeologici hanno evidenziato un altipiano tufaceo completamente urbanizzato, circondato da mura, tranne dal lato ovest che era protetto da uno strapiombo naturale sul fiume Leia.

È venuta alla luce una città organizzata secondo l’urbanistica romana a scacchiera, una castrum divisa in dodici isolati, al centro una piazza principale che doveva essere il cuore politico e religioso della cittadina, con due templi e un edificio pubblico porticato. Quindi un insieme di domus (abitazioni private) ma anche botteghe che formavano il mercato. Monumenti pubblici. Un acquedotto. Le terme. Un complesso sistema fognario che ricalcava le vie sovrastanti e scaricava le acque sporche fuori dall’abitato.   

Nel 1987 ci fu anche il ritrovamento di un vero e proprio tesoro, nella zona adibita a mercato, all’interno di una delle botteghe, gli archeologi scoprirono un’olla di ceramica grezza (vaso panciuto con coperchio) nascosta sotto al pavimento. Il vaso conteneva quasi mille monete d’argento. Immaginate quanto fosse ricco e fiorente il commercio a Musarna, se un commerciante poteva permettersi di conservare un vaso con mille monete per i tempi di magra.
Una scoperta analoga fu fatta anche nel 1993, un altro vaso, più piccolo, ritrovato sotto il pavimento  nella zona termale, che conteneva 96 monete d’argento.   
Se pensiamo che fino a pochi anni fa era uso comune nascondere il proprio denaro sotto il pavimento di casa, ci rendiamo conto di come alcune usanze hanno origini antichissime. E quasi ci pare di vederli questi commercianti etruschi contare le loro monete, in un silenzio denso di significati. Quasi riusciamo a percepire la loro paciosa tranquillità dovuta alla sicurezza di possedere un tesoro nascosto. Sarebbe interessante scoprire perché quei soldi non furono mai usati. Possibile che entrambi i proprietari morirono prima di rivelare il loro segreto a qualche familiare? Oppure quelle monete non valevano più niente?

Ritornando alla nostra Musarna, gli elementi tipicamente etruschi sono fuori dalle mura, nella necropoli. Sconcertante la grandezza della tomba della famiglia Alethnas, che per la sua ampiezza doveva contenere circa 120 sarcofagi, nonostante i ripetuti saccheggi ne sono stati ritrovati molti di buona fattura, che sono esposti nel chiostro del Museo Civico di Viterbo.
Ma cosa ci racconta questa città? Le domus, perfettamente ricostruite al Museo Archeologico di Viterbo, presentano ancora elementi architettonici e iconografici etruschi. Segno evidente che il passaggio da una civiltà all’altra era avvenuto in modo graduale. E come ipotizzato, senza alcun spargimento di sangue. 
Dalle testimonianze degli archeologi sappiamo che a Musarna si è continuato a parlare etrusco anche dopo la conquista di Roma, che ha continuato a essere amministrata secondo il modello etrusco. Nell’area termale è stato ritrovato il mosaico pavimentale con un’iscrizione in etrusco, contenente i nomi dei due committenti etruschi, un modo per sottolineare con fierezza che, se pure accettavano le innovazioni dei conquistatori romani, non avrebbero mai rinunciato alla loro cultura.
La città aveva dovuto cambiare il suo nome in Civita Musarna, ma continuava a essere orgogliosamente etrusca.

Musarna si trova in località Macchia del Conte, a circa dieci km da Viterbo, ma purtroppo non è visitabile, fa parte di un terreno agricolo privato. Ancora una volta la storia ripete se stessa e quei terreni incredibilmente fertili sono sfruttati allo stesso modo.
Dopo l’ultima campagna di scavo dell’École Française è stato tutto ricoperto per esigenze di conservazione, è possibile vedere solo le fondamenta di due edifici, un locale adibito a terme, qualche tratto di mura e le porte di accesso.  

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