Luca Ricolfi con il sindaco Tardani. In secondo piano, la scrittrice Susanna Tamaro.

Il 18 Gennaio 2020, nella sala superiore del Palazzo dei Sette a Orvieto, in una atmosfera quasi intima per via dell’illuminazione fioca, s’è tenuto un incontro tra il Professor Ricolfi della facoltà di Psicologia dell’Università di Torino e un pubblico insolitamente affollato per la stagione fredda. 

Luca Ricolfi ha accettato l’invito di Cantiere Orvieto, che ha organizzato questo incontro, e ha presentato ai numerosi interessati il contenuto della sua ultima fatica, La Società Signorile di Massa, edita dalla dinamica Nave di Teseo, dilungandosi dalle 17,30 fin quasi alle 20 nel divulgare concetti sociologici, citare autori must nei corsi universitari (Habermas, Keynes, Durkheim, Finkielkraut tra gli altri) e parlare in generale della situazione italiana come paradigma, anche se non lo ha detto esplicitamente, del declino dell’Occidente.

A moderare e intervistare l’illustre ospite il giornalista Claudio Lattanzi. In sala la scrittrice Susanna Tamaro, il sindaco Roberta Tardani, e a disposizione del pubblico una rappresentanza dell’attigua libreria Giunti con un tavolo pieno di copie dei libri di Ricolfi, molte delle quali vendute.

Quello che segue non è una recensione del libro ma il resoconto della serata, con qualche mia nota critica a margine, forse non pertinente più che impertinente.

Una premessa è necessaria: durante la conversazione è venuto fuori che spesso e volentieri le fonti di “realtà” a cui Ricolfi attinge sono gli esami universitari, i film, aneddoti di vita di un ricco Nord Italia urbanizzato, le notizie provenienti dai mass media, oltre alla statistica contenuta nel libro (Ricolfi insegna Analisi dei Dati) che qualcuno s’è già peritato di indagare e smontare. Il lettore farà, di volta in volta, le sue valutazioni.

Locandina
Domanda: Innanzitutto bisogna precisare che il titolo del libro l’ha deciso l’autore e non La Nave di Teseo. Ricolfi vede dai giornali un Paese impoverito, ma la realtà potrebbe essere differente. Si possono osservare 3 epifenomeni:

  1. Struttura Economica: ci troviamo di fronte a una società opulenta: chi non lavora ma consuma è maggioranza. Viene consumato il risparmio delle generazioni passate anche grazie al welfare e alla spesa pubblica.
  2. Declino della scuola: la scuola è vissuta come un hobby.
  3. Piramide paraschiavistica: Tre milioni di immigrati mantengono il ceto signorile.1

C’è ora da aggiungere che Orvieto, la nostra città, non ha mai conosciuto un serio sviluppo industriale. Dalle proprietà latifondiste dei nobili ottocenteschi siamo passati alla rendita immobiliare. In altre parole, manchiamo della classe media, del ceto borghese. Possiamo quindi ben dire che la società orvietana è signorile e che questo libro potrebbe prenderla come caso di scuola.

Ma insomma, professori Ricolfi, quando siamo diventati giovin signori?

Risposta: Precisamente nel 1964. Lo sviluppo economico si interrompe e c’è la crisi economica. O, meglio: all’epoca la si chiamò congiuntura, una sorta di addolcimento della pillola, dandole un carattere o un’apparenza di transitorietà. 

Ma non era un momento di passaggio. Esplose il deficit pubblico. Per la prima volta i non lavoratori superarono i lavoratori. Non possiamo tuttavia ancora parlare di società opulenta: si usciva dalla povertà, dalla società contadina, dalla guerra.

L’opulenza comincia 30 anni dopo, alimentata dal debito pubblico. Viene alimentato anche il parassitismo (baby pensioni, modello retributivo anziché contributivo, ecc…).2

In definitiva, la società signorile di massa emerge negli ultimi dieci anni con tutta evidenza.

Oggi addirittura, per fare un esempio, c’è il gioco d’azzardo legale: 108 miliardi di introito che, guarda caso, è la spesa del Servizio Sanitario Nazionale. C’è la ristorazione, le apericene, le feste di compleanno nei locali. Ci sono i videogame, intesi al di là del gioco d’azzardo, compresi i giochi su internet. Ossia: il tempo di vita dedicato al lavoro è 2,2 ore al giorno: circa il 15%, mentre cento anni fa era attorno al 40/45%. Si assiste a un’esplosione dei consumi contemporaneamente al ritrarsi del lavoro. Si produce con un tasso di crescita vicino allo zero.3

Anche qui, possiamo osservare tre fattori:

  1. Maggioranza di non lavoratori (2 famiglie su 3)
  2. Consumi opulenti
  3. Stagnazione

 

Claudio Lattanzi introduce e intervista il prof. Ricolfi
Tre milioni di immigrati sono insufficienti già solo per le pensioni di 25 milioni di lavoratori nostrani. Anche se il rapporto fosse uno a uno, ogni immigrato paga contributi per una busta paga paragonabile alla sua. Far corrispondere l’immigrazione alle necessità INPS in realtà serve solo a tenere buono l’elettorato statale del PD, ovvero quello che a sinistra viene chiamato ceto medio riflessivo, senza esserlo davvero. Infatti, dopo l’assorbimento INPDAP, venti milioni di lavoratori dell’economia reale pagano i contributi INPS direttamente agli ex INDPAD. In questo senso, avere anche l’aiuto contributivo INPS di tre milioni di immigrati è importante.

 

2 Sì, ma si doveva uscire dagli anni di piombo. Lo Stato assume tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 ben un milione di dipendenti pubblici in più, prendendoli nella generazione baby boom che forniva la manovalanza dei terrorismi e degli estremismi extraparlamentari. Senza quel gigantesco voto di scambio, volto a pacificare e a sedare la società italiana, non avremmo mai vissuto lo sviluppo su cui, dagli anni ’80 a oggi, ancora prosperiamo. Le successive generazioni x, y, z, i nativi digitali, messi alle strette sono meno propensi alla ribellione, alla rivoluzione, preferendo ripiegare sull’emigrazione e sul suicidio.

 

I motivi per cui cresciamo poco sono altri e sono riconducibili alla rinuncia, da parte dell’Italia, di una serie di strumenti geopolitici (il controllo politico su Bankitalia, la lira, l’IRI quale player pubblico nell’economia internazionale) che ci hanno reso via via meno incidenti nel PIL mondiale, di cui oggi costituiamo una frazione della presenza italiana di trent’anni fa. Nello specifico, Maastricht e la UE hanno permesso di finanziare le aziende tedesche (su cui ha speculato la finanza francese e inglese) e cinesi (su cui ha speculato la finanza anglosassone) proprio attingendo alle grandi aziende italiane, mentre l’Italia rimaneva con il debito pubblico con cui le aveva allevate e fatte crescere, non più disinnescabile perché quotato in euro, e quindi consolidato. Insomma, l’Italia degli anni ’80 la ritroviamo nelle good company Germania e Cina, mentre l’Italia attuale è una bad company.
Giova un paragone: quando due aziende si uniscono, è plausibile aspettarsi migliaia di licenziamenti e la chiusura di alcune sedi produttive. Nel caso della UE a unirsi sono 27 sistemi economici diversi tra loro: l’Italia degli anni ’80 ha pagato il conto di questa Unione e della fine della Guerra Fredda, di cui è stata insieme alla Russia la vera sconfitta.

“L’Ue potrebbe accettare uno choc fiscale limitato alle aziende. Quello per le famiglie costa troppo anche se assicura più consenso. Il salario minimo? Con il nostro livello di produttività è una misura sciocca” (Luca Ricolfi, La Verità 5/8/2019)

“L’Italia è un caso unico o anticipa quanto accadrà su larga scala in Occidente? E, soprattutto, cosa può accadere a lungo o breve termine, in un sistema economico in cui molti consumano e pochi producono?” (Ricolfi)

D: Questa è davvero una peculiarità italiana, come lei ha più volte sostenuto. Perché?

Il debito pubblico equivale alla ricchezza privata? Lei dice che con il primo s’è costruita la seconda.

Quanto durerà questa situazione?

R: Mi sono chiesto se vi fossero altri come noi. La risposta è no. La produttività italiana non aumenta.1 Ho individuato, anche qui, tre caratteristiche:

  1. Ricchezza privata.
  2. Paraschiavismo (o neoschiavismo): 3-4 milioni di lavoratori. Segmenti illegali: prostituzione africana, l’ultimo anello dello spaccio di droga. Precariato: agricoltura, edilizia, trasporti. Coop: una parte del lavoro è paraschiavista, solo un terzo del lordo va al lavoratore. Badanti irregolari. Raider. Droga a domicilio.
  3. Distruzione della scuola e dell’università (Girot, Russo, Mastracola et al.): provoca la disoccupazione volontaria. Certe professioni o mestieri muoiono perché non piacciono ai giovani. Vexata quaestio: alcuni lavori si evitano perché troppo umili. Abbiamo permesso agli studenti di non studiare perché abbiamo separato il percorso scolastico dall’apprendimento di un mestiere.2 

Luca Ricolfi risponde
1 Vedi precedente nota 3. Le cause sono essenzialmente geopolitiche. C’è da dire che l’Italia è talmente concentrata sulla produzione di ricchezza, dal punto di vista storico e identitario, dall’averla in tremila anni di esistenza ridefinita, partendo per esempio non da materiali nobili ma usando con maestria le materie prime più umili, e inventando sempre nuove nicchie di mercato.
Si ha quasi l’impressione che ciò sia temuto dai mercati internazionali. 
Si è assecondata per decenni la Riforma Gentile che, invece di proporre alle élite del Regno l’Istituto Tecnico Industriale, e quindi una scuola d’eccellenza produttiva, ha preferito ripiegare sul Liceo Classico, che com’è noto predilige la parola alla cosa in sé (in re ipsa).
Il Liceo Classico ha dunque agito in modo antidemocratico: teorizza la Repubblica dei Migliori o dei Filosofi di Platone, da cui discende la società medievale degli oratores, dei bellatores e dei laboratores – già superata in parte nell’Alto Medioevo dalla Regola Benedettina applicata nelle ville degli aristocratici romani collettivizzate in monasteri e abbazie – e per tramite di essa i Tre Stati dell’Ancien Regime, dunque una società illiberale, divisa in caste, e non del tutto superata in Italia. Giustifica l’autoreferenzialità basata sulla parola per tramite dell’esaltazione letteraria di Cicerone, i cui emuli diventano avvocati e oberano con 250 mila leggi circa la giurisprudenza italiana (cd INCERTEZZA GIURIDICA, nota agli operatori del settore). Chiaro che un fuoriuscito del Liceo Classico, reduce da tale catechismo intellettuale, veda chi non la pensa come lui come un imbecille, a cui magari i social danno amplificazione che nemmeno un premio nobel. vedi anche successiva nota 4

Coloro che, con il crollo del Fascismo, non avevano abbandonato l’idea di un regime totalitario quale che fosse, di una società illiberale, antiborghese e dunque antidemocratica, fatta di classi statiche e non del dinamismo dei singoli, hanno trovato nella sinistra incarnata dal PCI e nell’egemonia culturale (gramsciana, ma di chiara derivazione fascista nei fatti) la cornice ideologica conservatrice di questo stato delle cose. Molti, tra costoro, provengono dal Liceo Classico.
D: Eppure tutto il mondo invidia i nostri laureati…

R: Non è un campione rappresentativo. Soprattutto per un motivo: è gente che ha studiato, e che si propone nei mercati del lavoro esteri consapevole dei propri mezzi intellettuali.1

Io insegno la metà del programma della mia cattedra di vent’anni fa. Non è colpa dei singoli, che studiano ma non sanno né apprendere, ossia trarre beneficio da ciò che si sforzano di studiare, né tantomeno rappresentare in sede d’esame la materia trattata.2

Siccome la scuola italiana non si è modernizzata nel metodo è ancora una buona scuola: cito a mò di esempio la spiegazione frontale, che altrove non è più impartita.

 

Sala gremita
1 Forse la spiegazione è ancora un’altra. L’immigrazione nei paesi anglosassoni è strettamente collegata con un datore di lavoro che, a monte, decide di fatto se un lavoratore per lui straniero è in grado di affrontare un periodo di prova o di essere assunto definitivamente oppure no. Quindi, nel caso degli italiani, i criteri selettivi agiscono già prima dell’emigrazione. Le stesse lingue insegnate a scuola (inglese britannico in luogo di quello americano, francese, tedesco e, in seconda battuta, spagnolo) hanno come scopo la preparazione alla fuga dal Paese verso nazioni con maggiori possibilità lavorative, e non sono certo rispondenti alla necessità di parlare le maggiori lingue del mondo (cinese, hindi, russo, inglese americano e, anche qui in seconda battuta, spagnolo).

 

2 “Gli atenei sono schiavi degli algoritmi, che ignorano il merito e applicano standard stupidi. La scarsità di fondi? Il problema principale dell’università sono i ragazzi: vogliono i titoli studiando poco” (Luca Ricolfi, da La Verità del 30/12/2019)

D: Lei quindi, come scrive nel libro, pretende sempre di meno dai suoi studenti. Quanto ha contribuito il ’68 su questo “andazzo”?

R: Non lo so. Io ho vissuto il 1968 per 12 mesi, poi ne sono scappato. Mi iscrivo alla tanto chiacchierata facoltà di Sociologia di Trento. Gli unici 27/30 della mia carriera universitaria li ho presi lì, in esami collettivi, mentre quelli che ho fatto da solo erano tutti 30/30. Dopo quell’annus horribilis sono andato a Torino iscrivendomi a Filosofia, e ho potuto finalmente studiare e fare gli esami individualmente.

Secondo me la mia generazione, quella del ’68, è responsabile soprattutto perché non abbiamo educato i nostri figli. Oggi i genitori fanno i sindacalisti dei figli. Siamo incapaci di dire dei no ai nostri figli, di contraddirli.

L’Italia ha il record dei nullafacenti. L’ho sintetizzato in un’equazione. Sapendo

  1. La percentuale anziana di una popolazione
  2. La patrimonializzazione, intesa come rapporto tra reddito e ricchezza, di una popolazione
  3. La fecondità femminile

possiamo determinare l’inconscio successorio dei giovani, ossia l’eredità attesa, che è direttamente proporzionale ai nullafacenti, ossia i cosiddetti Not in Employment, Education or Training (NEET).

Cantiere Orvieto
D: L’eccesso della burocrazia è un altro dei fattori di declino della società italiana che per lei ci avvia alla società signorile di massa, e mi pare particolarmente critico verso il decentramento federalistico, in contrapposizione alla vecchia idea di Stato accentrato e prefettizio. Ecco, ce ne può parlare?

 

R: Il federalismo italiano per costi e tempi è disastroso (Bassanini, la riforma del Titolo V, la devolution di Bossi ecc…). Norme giuste, che condivido, ma con metodi attuativi abnormi. In particolare, per fare un esempio, la modifica del Titolo V della Costituzione introduceva materie in cui Stato e Regioni erano enti concorrenti, con inammissibili sovrapposizioni di giurisdizione nella formazione degli specifici quadri legislativi.1

Non c’è stato, con il decentramento, una riduzione della spesa centrale.

Altro fattore di crisi? Maastricht e l’Euro. Mi discosto dalla “giaculatoria Cottarelli” 2, per cui è colpa solo nostra, e in base alla quale bisogna far posto alle istituzioni comunitarie riformando, o meglio controriformando, alcuni supposti mali nostrani. In realtà questi fattori erano presenti anche prima del 1992. La produttività non cresce più però: insieme all’ipernormazione, questi sono gli elementi nuovi che nella “giaculatoria” non vengono considerati.

Definiamo come produttività il valore aggiunto, determinato sottraendo al fatturato i costi, per ora lavorata (l’unità di tempo in ambito lavorativo, NDR). Se i costi aumentano più del fatturato la produttività diminuisce. Tra i costi, aumentati rispetto a trent’anni fa, la “semplificazione amministrativa” e la digitalizzazione che la Pubblica Amministrazione impone in modo isterico alle aziende. Penso per esempio a un software di gestione, collegato con l’Agenzia delle Entrate, che va rinnovato e dunque comperato ogni anno.

 

Il sociologo in conversazione con il sindaco di Orvieto poco prima della conferenza
1 In realtà Renzi aveva la possibilità, in presenza dell’ulteriore costo delle istituzioni UE sul bilancio dello Stato per i “millesimi” di spettanza, di avviare una riforma in cui l’unico ente locale residuale doveva essere la Provincia, senza alcuna sovrapposizione o conflitto, portata a un numero tra i duecento e i trecento, grosso modo come i dipartimenti della Repubblica Francese, ed eliminando quindi le Regioni con i loro 20 centri di spesa sanitaria, gli 8000 Comuni, i GAL, le Comunità Montane, le Unioni di Comuni ecc…
È andata nel modo esattamente opposto.
Cottarelli agisce, come Prodi, Monti, Draghi, Ciampi, e gli altri Andreatta’s boys, per distruggere il tessuto economico e sociale italiano, deprimendo la domanda interna, svendendo le aziende pubbliche, consolidando con l’euro e aumentando il debito pubblico quindi in termini assoluti, mentre con la lira cresceva ma era svalutato insieme alla moneta, e mantenendo alta la pressione fiscale su cittadini e imprese. In particolare, Prodi ha determinato, grazie all’euro, il raddoppio del valore delle case: la cd bolla immobiliare, con un apice poco prima della crisi del 2008. Ciò ha comportato l’allungamento fino anche a trent’anni dei mutui prima casa, gravati dall’assenza di un corrispettivo adeguamento salariale, e l’affaticamento degli strumenti finanziari delle banche, nel frattempo messe alla corda dai vari Tier 1 e 2, che smettevano di proporli alle aziende per mancanza di liquidità.
D: Tempo fa, credo in una trasmissione, l’ho sentita citare le Sardine come esempio di ciò che racconta nel libro. La società signorile di massa è davvero in relazione con le Sardine? Che impressione sta maturando a riguardo?

R: Ho paura di sì. Nelle manifestazioni delle Sardine mancano i temi legati al lavoro e ciò è indicativo di quanto le sardine siano espressione degli strati più alti della società signorile di massa.1

 

Domande dal pubblico
1 Si potrebbe dire che la società signorile di massa sia la società radical chic di massa, rappresentata da un partito radicale di massa (il PD), secondo l’accezione di Augusto Del Noce e l’intuizione sociale e di costume di Pasolini. I giovani signori di questa componente si riconosceranno oggi nelle Sardine, allora nelle BR e in LC, e poi nei girotondini ecc…

Riporto, d’altro canto, alcune citazioni attribuite allo stesso Ricolfi.

“Certe credenze erronee hanno una potente funzione identitaria: aiutano l’elettore progressista a sentirsi migliore, più civile e più aperto dell’elettore che di sinistra non è. E sa il cielo quanto la sinistra abbia bisogno di simili mezzi di autorassicurazione: avendo smesso da qualche decennio di occuparsi davvero dei problemi della gente.”

“LA CULTURA PROGRESSISTA HA UN RAPPORTO DISTURBATO CON LA REALTÀ SOCIALE”

“I politici di sinistra hanno un disperato bisogno di trovare altre ragioni per fare credere ai loro elettori di essere ancora dalla parte giusta. Di qui una mutazione storica, forse irreversibile: la sinistra odierna di tutto si occupa, dalle coppie di fatto allo ius soli, dal testamento biologico alla propaganda fascista, dai diritti dei gay al reato di tortura, tranne che di ciò che starebbe più a cuore ai ceti popolari: più sicurezza e più posti di lavoro”

D: Per lei ci sono personaggi o fenomeni alternativi al modello della nullafacenza?

R: Come mi ha insegnato Norberto Bobbio quando ero studente, le rivoluzioni del costume sono uniche e praticamente irreversibili.

Un fattore di cambiamento rispetto allo stato di cose attuale potrebbe essere la guerra, ma naturalmente non ce la auguriamo. Anche perché il ’68, di cui ella mi domandava poc’anzi, nasce negli USA come reazione alla guerra del Vietnam. L’indisponibilità a servire la Patria è stata paradigmatica, ispiratrice dell’indisponibilità a qualsiasi sacrificio di sé.

Non so: forse una crisi finanziaria.1 Forse la fase storica in cui le donne si emancipano, visto che reagiscono meglio alle crisi. Oggi due laureati su tre, per esempio, sono donne. Le donne rappresentano la componente più dinamica della società italiana. Le donne sono affidabili, ma mancano di autostima. Al contrario, i maschi si sopravvalutano e prendono iniziative.

La diseducazione della scuola post 1968 ha inferto danni cerebrali irreversibili. Bisogna pensare che l’unica risorsa per i ceti popolari è la scuola: ai ceti subalterni è stata tolta l’unica risorsa – la cultura – che avrebbe loro permesso di competere sul mercato del lavoro con i ceti medi e alti.2

Secondo me la colpa appartiene a

  1. gli insegnanti3
  2. i genitori
  3. il ceto politico (per la sua scelta nel 1962 dell’avviamento).

L’Italia è la società più individualista e dunque antidurkheimiana (ossia anarcoide, NDR) del mondo. Israele è il nostro esatto opposto secondo i parametri che cito e individuo nel libro. C’è un cambiamento lessicale della parola CULTURA, per cui ogni cosa può esserlo: questa denuncia appartiene innanzitutto a Finkielkraut, che ne scrisse ne La défaite de la pensée (1987), un saggio critico verso la cultura di massa4 e la scuola.

C’è ancora una sorta di familismo amorale, incentrato sul particolarismo e l’egoismo: ma attenzione, non è più l’individualismo dei poveri.

Noi stiamo sperimentando l’estinzione della nostra civiltà, con l’evoluzione dei vecchi valori in altro da sé. Non vogliamo nemmeno riconoscere il declino, il che è tipico delle società in crisi irreversibile. 

 

Cantiere Orvieto
1 “In queste condizioni lo scenario più probabile mi sembra quello che ho chiamato “argentinizzazione lenta”: un indebolimento dell’economia e una disgregazione del tessuto sociale sufficientemente lenti da non provocare alcuna reazione.
Sempre che una crisi finanziaria internazionale, o una mossa avventata dei nostri politici, non faccia improvvisamente precipitare le cose, gettandoci in una situazione simile a quella della Grecia.” (Ricolfi)
 

2Che cos’è La guerra di tutti? È il ritorno alla formula fondativa del pensiero filosofico politico moderno, a Thomas Hobbes. È l’idea che la società e la politica nascano per arginare un conflitto “tutti contro tutti” che si configura in assenza di poteri” (Raffaele Alberto Ventura)

 

3 La questione dell’apprendimento scolare vede da un lato i responsabili primi, o ultimi, di questo apprendimento negli insegnanti che, spesso dimenticando il proprio ruolo di pedagoghi e ragionando più che altro da dipendenti pubblici, tendono a declinare questa responsabilità verso i genitori (“Suo figlio è intelligente ma non si applica” un classico della comunicazione verbale, quando nella realtà i compiti trasformano quei figli negli studenti di qualcun altro e i genitori in supplenti) e gli stessi minori.
Inoltre, la scuola proprio attraverso i compiti tende a monopolizzare i primi tredici anni di istruzione, senza tener conto della paideia (mens/anima sana in corpore sano) e quindi trasferisce il tempo dell’apprendimento, della serietà e della professionalità tra le mura domestiche. Ciò è particolarmente diseducante: il minore si abitua fin da subito a comprimere il tempo da dedicare alla famiglia e a sfogare le sue urgenze di socializzazione in classe, con grave nocumento per la condotta, l’apprendimento, la carriera scolare. In fondo, i danni ai diritti del lavoratore, soprattutto autonomo, nascono da qui.

Trovo fondamentale che l’apprendimento, lo studio, il metodo, la professionalità siano concetti protagonisti da definire unicamente nei luoghi scolastici, pena una cattiva capacità di viverli e interpretarli, e che la socializzazione e il gioco avvengano fuori. Il cittadino avrà poi tutta la vita per decidere se viverli ancora separati o sovrapposti.

 

4 Finkielkraut, in particolare, scrive che è necessario che i minori appartenenti alle classi disagiate trovino una risposta nella scuola tale per cui abbiano le stesse basi culturali dei minori appartenenti alle classi agiate. In Italia, è la ragione stessa dell’esistenza della scuola pubblica, purtroppo tradita dall’aver consegnato le future élite a una scuola tutta rivolta al passato, il liceo classico. Meglio sarebbe stato se la popolazione scolare italiana avesse vissuto l’esaltazione degli istituti tecnici, in particolare modo l’ITIS, per conformare la loro professionalità non nell’uso ulteriore ed esasperato della parola e nella coercizione conseguente della volontà altrui, ma nella logica del problem solving e nella riflessione della cosa in sé (in re ipsa).
Scrivo questo perché mi sono accorto con l’esperienza diretta e indiretta che l’apprendimento, indice di buona salute mentale, è purtroppo poco sviluppato soprattutto nelle classi più umili, in presenza di genitori separati, o poco attenti a loro volta. La scuola ha un compito sociale fondamentale, e non può abdicarvi facendo rimbalzare verso le mura domestiche le proprie responsabilità tramite l’assegnazione dei compiti a casa.
Si ha quasi la certezza che il ricorso a una identificazione ampia del perimetro culturale serva al docente per evitare un ruolo di contrapposizione con il corpo studentesco e un possibile rischio di contestazione del ruolo, ovvero del proprio posto di lavoro dipendente (in Italia, più diffusamente dipendente pubblico).

Luigi Menta (testo e foto)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *