Umbria 2020: quasi ovunque NON C’È in programmazione Hammamet. Facile quindi trovare qualche orvietano a Bolsena, per lo spettacolo delle 17. Basterebbe questa piccola nota a margine per far capire l’esilio del leader, la diaspora socialista, il ritrovarsi a distanza di trent’anni ormai dagli eventi, alla spicciolata; i pochi vivi, quelli che allora rappresentavano il futuro del socialismo riformista, le nuove leve.

Vite e carriere politiche spezzate dalla persecuzione, che nasce da legittime inchieste giudiziarie, però rese parziali da alcuni fattori.
L’amnistia che copre i decenni precedenti, e che fa nascere il sospetto che si doveva far fuori proprio la preda grossa, il cinghialone riformista il cui vuoto avrebbe permesso alla classe dirigente del PCI di continuare a prosperare, fino alle svolte neoliberiste del partito radicale di massa di oggi, con Craxi stesso che apre le porta al PDS nell’Internazionale Socialista di cui era quasi leader assoluto a livello mondiale.
La mancanza in Costituzione di un articolo che vietasse espressamente i finanziamenti esteri alle forze politiche, e ciò rende l’idea su cosa sia e come davvero sia nata la Carta.
L’incapacità, ammessa dallo stesso Di Pietro in una trasmissione sulla 7 di quattro anni fa (“1992”) di non esser riusciti a capire, ad arrivare, ai vertici dell’ex PCI, per esempio non avendo saputo che fine abbia fatto la valigia piena di soldi portata da Gardini in Via delle Botteghe Oscure, i distinguo dipietreschi sulla figura di d’Alema (mentre Craxi “non poteva non sapere”), la sezione del PCI-PDS di Bologna con un budget paragonabile a quello di un intero partito.
La verità di Craxi, resa nell’interrogatorio processuale, per cui l’inchiesta sulla maxitangente Enimont (che porterà a morti eccellenti di cui la giustizia italiana non ha mai risposto pur avendone la responsabilità) è una “maxiballa”, stanti le premesse di finanziamenti illegali riguardanti l’intero quadro politico.

Tutto questo, la “vulgata socialista” su quegli anni, non è dichiaratamente espresso nel film, ma agisce in sottofondo, da lontano. Il film omette, nel tentativo di recintare, di arginare, ma sa, è consapevole, e se ne vergogna amaramente.
Vengono omessi i nomi: Vincenzo non è Balzamo, ma un esponente socialista di fantasia che ufficialmente si suicida, assommando su di se due diverse biografie.
Il figlio di Vincenzo agisce da leva narrativa, filma Craxi davanti un carro armato della Seconda Guerra Mondiale, al posto di una troupe intera.
Stefania Craxi diventa Anita, e in questo modo testimonia, se ce ne fosse bisogno, anche la passione di Bettino per Garibaldi, al punto da farsi fotografare (nella realtà, non nel film, con la moglie) con il poncho.
Gli altri ruoli sono anonimi, diventando caratteri: il Presidente (Bettino Craxi), l’Amante (Anja Pieroni o Patrizia Caselli, poco importa), il figlio (Bobo), la moglie del Presidente (Anna) ecc… fino all’intermezzo leggero dei dialoghi tra il nonno e il nipote, chiamato affettuosamente Generale sempre in riferimento a Garibaldi.
Testimonianza di questo timore, forse anche delle querele, certamente delle scomuniche “culturali”, è nei titoli di coda, una lunga lista di nomi comuni trasformati in propri dall’iniziale maiuscola.

"La mia libertà equivale alla mia vita"

Stupisce ovviamente Pierfrancesco Favino: la sua interpretazione, quando si libera dal copione, è una imitazione secondo la scuola di Noschese e Crozza, una reincarnazione che non manca di suscitare, oltre alla sorpresa e al clamore, commozione tra i pochi astanti, tutti di una certa età, ma trentenni d’assalto negli anni Ottanta.
Il rapporto conflittuale con la figlia, con il prossimo a lui vicino, e la capacità seduttiva del prossimo più lontano, prima che si avvicini, sono ottimamente rappresentati nella scena dell’Amante: Bettino, pardon il Presidente, va accompagnato da Anita verso l’albergo dove l’Amante alloggia, accomiatandosi in malo modo da entrambe. 

È la drammatizzazione scenica di un carattere difficile, incapace di accettare la realtà, irriducibile nell’esilio delle proprie idee politiche prima ancora e soprattutto rispetto a quello fisico.
Viene anzi splendidamente raffigurato il concetto stesso di esilio: l’esiliato è il borderline, colui fuori del perimetro sociale, chi vede le cose da lontano, alla distanza giusta. Il portatore di una verità ormai storica, mentre la storia continua a farsi, senza di lui.

Esiliato in una terra politicamente amica, la Tunisia, ma pur sempre estranea, per la lingua (“ma che parli arabo?” ci diciamo quando non comprendiamo), per gli usi, per l’architettura (una casa che è quella vera, splendida, da Craxi costruita, ma che non è affatto vicina al mare come gli avevano promesso nella compravendita), per la sanità…
Craxi muore scientemente, di sua volontà, accettando e amando della Tunisia l’ospitalità persino sanitaria, ma non all’altezza di quella italiana. Muore dopo un lungo percorso politico dalla massa all’individuo, dal totalitarismo marxista – non accettando mai, fin da bambino, quello nostrano, fascista – a posizioni sempre più riformiste e liberali.
Ne è testimonianza l’epitaffio della sua lapide: altra omissione del film, che non inquadra la tomba, mentre invece mostra il morente sotto l’unico albero della sua villa, un carrubo, precedente agli altri e alla stessa, soccorso dalla figlia che si precipita su di lui.

L’epitaffio recita la chiave interpretativa del film: “La mia libertà equivale alla mia vita”. La vita di un uomo diverso dagli altri, che parla costantemente di politica perché la politica è un mezzo per lui di conoscere e dialogare socraticamente con se stesso, anche attraverso gli altri, in cui cerca di evocare e invocare le zone di luce, e per questo non è capito.
Si coglie per esempio l’atemporalità dell’uomo Craxi nei confronti con la figlia: la ragazza è, altra fonte di meraviglia, incredibilmente fine anni ’80, riuscendo nel miracolo di rendere di quell’epoca tutto il film. Lo ribadisco: quando Anita, cioè Stefania, è inquadrata, il film pare davvero girato negli anni che rappresenta, e ciò provoca nello spettatore una sensazione di straniamento e nostalgia. Così come suscitano commozione alcuni riferimenti noti agli ex socialisti: uno per tutti, l’avere la valigia sempre pronta, per il carcere che improvvisamente potrebbe spalancarsi sotto i piedi, come un abisso.

Craxi no, decisamente: lui parla un linguaggio diverso. La sua è una comunicazione rivolta a tutti ma udibile da chi si libera delle catene del quotidiano, che pure è necessario portare. Ciò mostra che, più del “non poteva non sapere”, Craxi era disinteressato a certe questioni, di bassa lega, di bassa corruzione. Già ho detto della casa in Tunisia: una persona normale guarda le piante catastali, fa sopralluoghi. Craxi no: si fida, se ne frega, si disinteressa.

Altro esempio: la parola craxiana “Mariuolo”, riferita a Mario Chiesa, era frutto di un’alzata di spalle, di un “così va il mondo a quei livelli”, quasi un riconoscimento che esistono due diverse umanità o, per fare un riferimento evangelico, una Marta e una Maria in tutte le situazioni, con la seconda (e qui rimando alla scena iniziale del dialogo tra sordi Bettino-Vincenzo) che fa orecchie da mercante a richieste d’aiuto della prima, vedendole come una perdita di tempo.

Il film è apparentemente lento, apparentemente personalistico, intimistico, vuoto. Apparentemente italiano, europeo, noioso. Apparentemente apolitico, nel rappresentare un personaggio storico che viveva di politica e che non riusciva a non agire se non politicamente. Concretamente vile nell’anomìa, nel non rappresentare i motivi di quegli anni malati, in cui la malattia del leader coincide con la malattia del Paese che ha reso grande. Si paga cambiale e dazio all’egemonia culturale che Gramsci invocava edipicamente per la sinistra marxista, guardandola potente nelle mani di Giovanni Gentile e del fascismo. In Italia, nell’Italia democratica, repubblicana, antifascista, si lavora ancora perché c’è un partito che ti copre le spalle, ti tutela, ti sollecita, ti raccomanda, ed è pronto ad esiliarti. In Hammamet questa recinzione della cultura italiana, questo perimetro sociale, trova una splendida metafora. Non solo il film: anche gli attori che si autocensurano nelle interviste reali, l’imbarazzo di Amelio, e quella Stefania Craxi oggi finalmente solare, nonostante l’enorme amore per la figura paterna non smetta di trasparire, di far temere quasi la commozione. La sua è forse la vita più toccata: i suoi modi di fare sono ancora adolescenziali, nonostante le rughe. Più di tutto il resto, più delle sue parole e delle sue argomentazioni, della Fondazione Craxi e della collaborazione con il cast&crew del film, è proprio la sua presenza fisica, scenica, nelle trasmissioni televisive di questo periodo a costituire di per sé un enorme pietra d’inciampo, un gigantesco rimprovero verso chi ha ballato politicamente sul cadavere politico del padre e del PSI.

Ma Hammamet è davvero un sasso che rompe una finestra. L’eredità umana, prima ancora che politica, di quel bambino che prende a sassate le vetrate della Casa del Fascio del paesino dove i suoi genitori riparano, e per quello viene rinchiuso in collegio (nel film, sempre per paura, per non accostare il nome Craxi all’antifascismo, vien detto che la finestra infranta a sassate è del Collegio e non della Casa del Fascio). L’uomo che cerca di sfuggire alla nuova punizione, al carcere, e paga con la vita questa scelta di libertà. Infine l’eredità delle testimonianze dirette, della rappresentazione di sé attraverso gli scritti, le interviste, i filmati. Hammamet è una premessa: la visione comincia con la sua fine.

E questo è Cinema.

Luigi Menta

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