Dopo aver vinto la Palma d’Oro a Cannes e il Golden Globe a Beverly Hills, per il miglior film straniero, Parasite del regista coreano Bong Joon-ho, vola alla conquista degli Oscar.
Nel frattempo, in questi giorni, la pellicola viene sottoposta a un delicato lavoro di restyling per farne una versione in bianco e nero che sarà mostrata all’International Film Festival di Rotterdam, il 22 gennaio.

 

La notizia è di queste ore, il film Parasite ottiene 6 candidature agli Oscar in programma il prossimo 9 febbraio.
Per comprendere lo straordinario successo del film, che solo in Italia è stato visto da più di 300.000 spettatori, bisogna scomodare il neorealismo di Rossellini, Visconti e De Sica. Registi che avevano l’urgenza di descrivere l’Italia del dopoguerra e le condizioni di vita di una classe sociale povera, dignitosa, arruffona e un po’ ignorante, animata però dal bisogno di riscatto e dalla speranza.

Con un pizzico di sfrontatezza potremmo definire neorealismo coreano, il genere cinematografico confezionato dal regista Bong Joon-ho, attento a descrivere il divario sociale che attanaglia la Corea dovuto al capitalismo. I suoi personaggi, a differenza dei protagonisti del dopoguerra, non sono ignoranti, anzi sono dotati di grandi capacità di utilizzo delle più moderne tecnologie, ma mancano del tutto della voglia di riscatto perché tristemente senza speranze.

Quando il regista è salito sul palco per ritirare il Golden Globe, ha chiuso il suo discorso con una giusta osservazione “penso che tutti usiamo la stessa lingua: quella del cinema
Ed è esattamente il linguaggio universale del cinema che riesce a farci riconoscere nei personaggi di un film ambientato nella Corea del Sud. Le due famiglie coreane sono parte integrante di una società moderna che ci somiglia, nostro malgrado.

Il film trasmette un senso d’angoscia opprimente che non riesce a diventare subito concetto, per cercare di dare un senso logico a una narrazione che cambia continuamente aspetto e genere cinematografico, c’è bisogno di metabolizzare il film e riflettere a mente lucida.
Ci troviamo di fronte a un capolavoro recitato magnificamente, gli attori infatti attraversano tutte le sfumature psicologiche del genere umano, dalla gentilezza svampita al cinismo disperato.

E che dire dell’originalità della trama, le ingiustizie ineluttabili della disuguaglianza sociale viste da un punto di vista spiazzante. Oppure della delicata bellezza di quell’inquadrature dalle finestre, prospettive diverse che dividono il mondo in ricchi e poveri, buoni e malvagi.

Il concetto principale del film è racchiuso nel titolo, Parasite, come gli insetti, come gli scarafaggi che infestano il sudicio appartamento di una famiglia povera. Insetti che per sopravvivere hanno bisogno di appoggiarsi ad altri esseri viventi, di succhiarne il sangue, ogni specie indifferente alla vita dell’altra, ognuna con il suo odore caratteristico.

Due mondi diversi che percepiscono ogni evento in modo talmente differente che risulta impossibile dare un unico giudizio morale. Perché dove gli uni vedono una tragedia immane e si ritrovano a perdere ogni cosa nel giro di poche ore, gli altri vedono solo il cielo più limpido, più bello, più luminoso, l’ideale per fare una festa.

Ma la vita non guarda in faccia a nessuno e scompiglia i progetti degli uni e degli altri, lo sa bene il capofamiglia di una delle due famiglie contrapposte: “non aspettarsi nulla, non avere mai piani”, perché tutto cambia indipendentemente dalla nostra volontà. Una filosofia di vita che si traduce nella mancanza di riscatto, nella perdita del sentimento della speranza.
“Una commedia senza clown, una tragedia senza cattivi” così Bong Joon-ho definisce il suo capolavoro. Un film da vedere assolutamente.

 

 

 

 

 

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