Dopo la visita sulla Open Arms, Richard Gere accusa gli italiani di essere incattiviti ed imbruttiti: “Il mondo è guidato da piccoli Trump che ingannano la gente”

Avanti un altro, verrebbe quasi da dire: nell’estate del braccio di ferro tra organizzazioni non governative e governo, non mancano coloro che etichettano gli italiani come “imbruttiti” ed “incattiviti”.

Adesso tocca a Richard Gere, il divo americano che nei giorni scorsi sale sulla Open Arms mentre l’Ong spagnola è impegnata nel duello con l’esecutivo gialloverde, in quel momento ancora pienamente in carica, per l’attracco a Lampedusa.

Anche l’attore usa le stesse parole di molti suoi colleghi, italiani e non, nei confronti della nostra popolazione. In un’intervista pubblicata su “L’Avvenire”, Gere etichetta i cittadini italiani come persone “che hanno perso il sorriso” e che contestualmente risultano “incattivite”.

Il divo da anni risulta tra i finanziatori della Open Arms: “Non appena ho sentito della situazione, ho chiesto ai ragazzi dell’Ong spagnola di salire a bordo – dichiara l’attore – Abbiamo avuto difficoltà a trovare una barca che ci portasse sotto bordo. Ci eravamo messi d’accordo con un pescatore, ma ci ha richiamato dopo poche ore dicendo che non se la sentiva, aveva paura, era terrorizzato dalle conseguenze. C’è un brutto clima di intimidazione, di paura”. Da qui poi l’invettiva contro gli italiani: “Siete cambiati, avete perso la gioia di vivere e di sorridere”.

Frasi già sentite, affermazioni già lette tante e diverse volte, annunciate da altri divi e da altre star tanto da farle sembrare scontate ed a tratti banali. La leggenda dell’italiano imbruttito potrebbe anche rappresentare una mezza verità ma, nel contesto in cui viene usata questa espressione, diventa sempre più un luogo comune ad uso e consumo di chi inneggia alla retorica pro migranti e pro Ong.

Non è del tutto inesatto dire che il popolo italiano sia meno felice di prima e dunque anche meno sorridente, ma questo potrebbe accadere in ogni paese che da anni affronta crisi economiche, progressiva erosione di numerosi diritti sul lavoro ed una vita sempre più precaria. Accade in Italia, accade anche nel Regno Unito, in Francia, in Germania e negli Usa di Richard Gere. Ma questo poco o nulla ha a che fare con l’immigrazione, con le scelte politiche operate in materia e con la richiesta di maggiore controllo delle coste.

Per Gere invece le cose non stanno così: gli italiani, così come gli americani, sono travisati ed ingannati da “demoni” come Trump. Se siamo meno felici è perché, secondo l’attore, cadiamo nelle stesse trappole in cui sono cascati i suoi stessi concittadini quando hanno portato alla Casa Bianca l’attuale presidente: “Il mondo è guidato da piccoli e grandi Trump – dichiara infatti Richard Gere – che con la loro ignoranza, le loro bugie, le loro promesse e le loro minacce stanno manipolando la verità”.

In poche parole siamo demoni o complici dei demoni che si mettono di traverso rispetto agli angeli, per usare la stessa terminologia del divo di Hollywood: “Ci sono esseri umani che soffrono, che scappano da orrori e torture – prosegue ancora Gere – E per fortuna ci sono “angeli” che tentano di salvarli. Bene. Io sto dalla parte degli angeli, come dovremmo essere tutti”.

Ma tutti oramai, secondo l’attore, siamo dalla parte dei cattivi. Una divisione, quella tra angeli e demoni, tanto banale quanto semplicistica e che non ammette possibilità di dialogo e confronto. C’è chi è con i buoni e chi con i cattivi. Gere però, nell’affermare questo, parla da un pulpito oltre che parziale, quale quello del ponte dell’Open Arms, anche inadatto a rappresentare ed interpretare la realtà del nostro paese. Eppure l’attore può fare anche questo: senza conoscere le nostre problematiche, le nostre questioni e le nostre attuali peculiarità, punta il dito contro gli italiani rei di obbedire ai piccoli Trump nostrani e di essere meno belli e buoni di prima.

Su una cosa Richard Gere ha ragione: “Ho settant’anni suonati, un discreto conto in banca e diciamo che sono abbastanza famoso, non ho bisogno di pubblicità”, si legge nell’intervista. Vero, qui è impossibile dargli torto. È pur vero però che assecondare da almeno trent’anni tutte le varie causa sedicenti umanitarie (nel 1993, ad esempio, durante la cerimonia degli oscar ha parlato di “Free Tibet”) non gli ha reso certo la vita più complicata in un ambiente come Hollywood. Né tanto meno gli ha reso meno discreto il suo conto in banca.

 

Fonte: http://www.ilgiornale.it

 

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