Questa scuola non è un albergo: si mangia quel che c’è, all’ora prevista e nei luoghi stabiliti. Fine della storia.

La pietra tombale sulle proteste dei genitori contro il costo e la qualità delle mense scolastiche e sulla pretesa di sfamare i figli con un pasto portato da casa la depongono le Sezioni Unite della Cassazione, dando ragione al Comune di Torino e al Miur e smentendo una precedente sentenza favorevole alle istanze delle famiglie.Non esiste il diritto a mangiare quel che si vuole. O, meglio, esiste ma non in mensa, non a scuola.

Che non è, come scrivono i giudici, «un luogo dove si esercitano liberamente i diritti individuali degli alunni né il rapporto con l’utenza è connotato in termini meramente negoziali». In classe bisogna stare seduti (non ci si può alzare solo perché se ne ha voglia) e si parla quando è il proprio turno (lasciando che anche gli altri dicano la loro), non si legge durante l’ora di Matematica e non si disegna in quella di Italiano.

A scuola si impara a leggere, a scrivere e a far di conto, a rispettare le regole della socialità e del vivere civile: e siccome di una comunità si tratta, si impara a mettere qualche limite all’“io” in favore del “noi”. “Noi” mangiamo quello che mangiano i compagni: una parola che deriva dal latino “cum panis” e identifica coloro che mangiano lo stesso pane. Insieme. La mensa a scuola non ha il solo scopo di sfamare: è un momento importante di socializzazione.

Come sostengono anche i giudici: l’istruzione «non coincide con la sola attività di insegnamento ma comprende anche il momento della formazione che si realizza mediante lo svolgimento delle attività didattiche ed educative, tra le quali l’erogazione del pasto è un momento importante».

Portare il pasto da casa ha relegato i bambini in zone separate: alcuni dirigenti scolastici hanno scelto la linea dell’intransigenza adottando con rigidità le misure consigliate per assicurare la tutela delle condizioni igienico-sanitarie e per evitare lo scambio di alimenti e le eventuali contaminazioni. Altri sono stati più lassisti, permettendo di consumare l’autorefezione al tavolo con gli altri.

Una scelta che se da un lato ha evitato qualsiasi esclusione, dall’altro non ha reso facile la vita a chi ha dovuto accontentarsi di gnocchi stracotti con l’acquolina in bocca per le lasagne del vicino. Qualcuno potrebbe consolarsi pensando che al proprio figlio mangiare quel che c’è – e non quel che piacerebbe – insegnerà a digerire i tanti bocconi amari che servirà la vita. Ma gli gnocchi stracotti sono gnocchi stracotti: la refezione scolastica non brilla né per il gusto né per la qualità. Le cucine interne alle scuole ormai sono una rarità, sacrificate a favore dei centri cottura che sfornano i pasti – a migliaia – durante la notte e li consegnano di giorno: quando vengono serviti ai bambini, porzionati e scaldati, non sono certo appetitosi. Un salto di qualità è indispensabile. La mensa è spesso un capitolo di spesa considerevole per le famiglie, in certe zone più che in altre, anche a parità di reddito: soldi che forse si sborserebbero senza rimpianti se il servizio reso fosse congruo alla spesa.

I menù settimanali sono all’insegna dell’equilibrio, ma il gusto e i gusti vengono del tutto trascurati: le annuali indagini sullo spreco nelle mense dimostrano che più di un terzo di quel che viene servito resta nel piatto, pesce e verdura primi tra tutti. Ma anche l’attenzione all’igiene e alla conservazione dei cibi meriterebbe più attenzione: lo scorso anno, per iniziativa del ministero della Salute, i carabinieri dei Nas hanno effettuato 2.678 controlli sulle mense riscontrando 670 irregolarità.

Significa che in un servizio mensa su quattro erano presenti situazioni non conformi. Far fronte a queste carenze ricorrendo al pasto fai-da-te è solo un palliativo, un’azione all’insegna dell’individualismo che lascia le cose come sono. Alcuni cambiamenti sono fuori dalla portata del singolo, stabiliti a livelli su cui il cittadino difficilmente riesce a incidere, altri sono alla portata degli agguerriti. Agguerrito: il secondo nome di tante mamme e altrettanti papà.

 

Fonte: www.avvenire.it

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