Da fine giugno il numero di esemplari di delfini ritrovati morti spiaggiati in Toscana, è salito a sette.

Le acque del Tirreno stanno infatti “scaricando” lungo le sue coste, carcasse di delfini della specie Tursiope, tutti esemplari relativamente giovani. Questi cetacei sarebbero morti nel giro di qualche giorno, per ragioni ancora da chiarire. Già tra il 2017 e il 2018, tra Toscana, Liguria e Francia un’importante epidemia, la dolphin morbillivirus, aveva sterminato moltissimi esemplari della specie stenella. Stavolta invece i delfini sono stati recuperati nella porzione di Mediterraneo che bagna la Toscana, tra Viareggio e le Saline di Orbetello. 

Biologi e ricercatori si stanno attivando per individuarne le cause. Sotto il coordinamento dell’Arpat, stanno collaborando alle indagini: l’Agenzia nazionale per la protezione ambientale, l’Istituto zooprofilattico di Pisa e l’Università di Siena. In quest’ultima si stanno analizzando i tessuti degli esemplari recuperati, in cerca di parassiti, virus, patologie e contaminazioni ambientali, che potrebbero giustificare tale “carneficina“. 

La docente universitaria di Ecologia a Siena, Letizia Marsili, che si occupa delle analisi tossicologiche, sostiene giustamente che “questi animali morti quasi insieme danno da pensare”. Passa quindi ad ipotizzare un possibile legame con l’epidemia dell’anno scorso: “Per esempio un contagio da morbillivirus anche fra i tursiope, pur meno frequente che fra gli stenella”

In definitiva, sembra proprio che a causare questa morìa di delfini, sia l’inquinamento marino. La Marsili ricorda che “nel Mediterraneo c’è un’altissima presenza di contaminanti persistenti che non si smaltiscono, ma si accumulano nei tessuti”, concentrandosi nel grasso cutaneo. Qui vengono in definitiva a depositarsi molecole di Ddt e Pcb (i policlorobifenili) di cui i mari sono pieni nonostante i divieti, e che alterano le difese immunitarie”. Questo avviene maggiormente nei Tersiope, animali costieri che quindi vengono direttamente, e più di altri, in contatto con le attività inquinanti antropiche. La Marsili dichiara quindi che “prima di pulire le spiagge, sarebbe bene pensare a ciò che si fa a terra e si porta in mare dove resta per sempre”.

Ulteriore punto di vista è quello di Sandro Mazzariol, professore di patologia e anatomia all’Università di Padova, e trai i massimi esperti mondiali di recupero cetacei. Secondo il docente concausa di tutto ciò potrebbe effettivamente essere il riscaldamento globale. “con il surriscaldamento, la temperatura più calda dell’acqua può provocare stress ai cetacei e allo stesso tempo favorire il proliferare di batteri. Negli ultimi anni notiamo che soprattutto d’estate, dopo tempeste o fenomeni meteorologici importanti, batteri come la salmonella o la listeria si riscontrano in maggiore quantità. Lo abbiamo già osservato in Adriatico e può accadere anche in Toscana. I delfini, soprattutto quelli giovani o anziani, possono soffrire e morire a causa di questi batteri”.

 

Fonte: www.liberoquotidiano.it

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