Vania Zoppé, 39 anni, taglia legna a Puos d’Alpago e combatte una battaglia contro i parassiti che con il caldo polverizzano il legno morto, prima di divorare quello vivo

È stata una lotta contro il tempo. Combattuta minuto per minuto. Ogni ora. Tutti i gironi, ogni giorno dal 29 ottobre dello scorso anno. Da quando, cioè, sulle foreste del NordESt e del Cansiglio, in particolare, nel bellunese, s’è abbattuto il ciclone Vaia. Raffiche di vento a 200 km orari, che hanno divelto e spazzato via 41 milioni di piante nate diversi secoli fa, desertificando un’area di 42 mila ettari tra Lombardia, Trentino, Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Una zona oggi irriconoscibile. Un disastro. Un’ecatombe naturalistica.

Sulle Alpi la distruzione è tale che ci vorranno almeno un paio di generazione perché si possa ritornare ad apprezzare la bellezza della natura. Forse la vedranno i nostri nipoti, se va bene. Ma il paesaggio non sarà più lo stesso, inevitabilmente.

Da allora, dal giorno dopo il disastro, su quelle montagne e foreste devastate si sta alternando il più grande esercito internazionale di boscaioli mai schierata prima d’ora in Europa. Milizie impegnate nell’estremo tentativo di vincere la sfida contro i parassiti che con il caldo polverizzano il legno morto, prima di divorare quello vivo. E se accadrà, in montagna sparirà anche la vita. Per sempre. Una vasta armata impegnata in un duro lavoro quotidiano “per aiutare la natura a ripartire in un modo compatibile con la vita umana”, come si può leggere in un servizio de la Repubblica apparso sull’edizione del 7 giugno.

In quell’esercito di 5 mila boscaioli maschi lavora anche Vania Zoppé, 39 anni, l’unica donna tra loro che taglia legna a Puos d’Alpago, nel bellunese, da quando ne aveva 14. Anche lei combatte ogni giorno, tutti i giorni, la sua battaglia contro i parassiti. E contro il tempo che corre veloce mentre il caldo incombe. E proprio adesso le Dolomiti stanno riemergendo dall’alta coltre di neve che le ha ricoperte per tutto l’inverno. Ed è il momento peggiore, quello più delicato per il legname che si trova a terra. Piegato. Spezzato. Perché marcisce.

“Un tronco ti impone di pensare solo a ciò che fai” dice Vania raccontando quel che faceva in genere prima come boscaiola. “Tagliavo, sramavo, accatastavo e caricavo 12 ore al giorno. La foresta ha risparmiato me, adesso sono qui per saldare il mio debito e fare qualcosa per lei” racconta della vita nell’Alpago dov’è nata. Vita che dall’11 giugno “verrà raccontata in un documentario tivù. Dmax ha seguito quattro famiglie di boscaioli al lavoro per aiutare la natura a ripartire in un modo compatibile con la vita umana” si legge nell’articolo.

Poi Vania aggiunge: “È importante capire perché siamo noi la causa del disastro ma essenziale è spiegare come lo si può superare”, dice. “Suo bisnonno coltivava i boschi già nell’Ottocento. Lei è la quarta generazione. Anche la mamma menava l’ascia. Con mio fratello Abramo abbiamo cominciato da bambini. Ho acceso la prima motosega a 11 anni, in pochi mesi ero sul trattore. Mio padre Pasquale veniva in classe e mi portava nel bosco. Diceva che dovevo stare attenta: quando sbagli con i tronchi resti ucciso. Io ho scelto gli alberi dopo le medie. Solo in questi giorni intuisco che non l’ho fatto solo per essere libera e mangiare” narra Vania al reporter.

Il lavoro è duro. “Dalle foreste, tra Lombardia e Friuli, ogni giorno partono per le segherie di mezza Europa 800 tir carichi di legname. In tempi normali un simile carico si accumula in 5 anni. Sono già sei, da marzo, i boscaioli morti per un incidente. Centinaia i feriti. Lavorare sugli schianti significa non vedere la cima dell’albero: se l’inclinazione è sbagliata, la pianta ti schiaccia. Vania, sette anni fa, aveva deciso di smettere” si legge sul giornale.

 Annota poi il cronista: “A fine aprile anche forestali e botanici, impegnati a mettere a dimora 10 milioni di nuovi alberi, stavano per arrendersi. La neve tardiva e le gelate, paradossale effetto del clima surriscaldato, hanno spezzato e bruciato le piantine sopravvissute alla tempesta. Vania ha smesso di pulire radure e canaloni e ha raddrizzato migliaia di cime. Una per una, con le mani”. Perché “La testa di faggi e pecci — dice — deve trovare la strada del cielo. La vita è una questione verticale. Deve stare in piedi: la terra guasta invece mette tutto in orizzontale”.

Anche oggi Vania, come ogni giorno dal 30 ottobre, ha combattuto la sua battaglia. Ma non ha ancora vinto la guerra. Quella per gli alberi abbattuti dal clima impazzito. 

Fonte: /www.agi.it/

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