Non sarò originale in questo articolo. Nulla che venga personalmente da me.

Mi limiterò, invece, a riportare alcune delle parole dell’economista John Kenneth Galbraith, verso la fine del suo libro Storia dell’Economia.

Tali parole sono state scritte nel lontano 1987. Ben 32 anni fa. Più precisamente, nel periodo storico in cui si uscì dalla stagflazione ed il mercato riprese a salire, sotto le direttive del presidente Ronald Reagan.

Lascio al lettore il compito di riflettere e valutare se i concetti qui espressi siano attuali o già obsoleti.

“Nel valutare il futuro dell’economia, sarebbe imprudente disconoscere i servigi e quindi la capacità di durare della tradizione classica e neoclassica. La sua influenza non è però totale né lo sarà in futuro.

[…]

C’è, innanzitutto, un fatto che non è certo una novità: il ruolo dominante, visibilissimo, nell’economia moderna della grande impresa e dell’appropriazione da parte sua di una grande quota dell’intera produzione in tutti gli stati industriali avanzati. Come è stato spesso osservato, due terzi circa della produzione industriale degli Stati Uniti provengono da un migliaio di aziende industriali di dimensioni molto grandi.

La concorrenza fra queste aziende americane e le loro controparti d’oltreoceano continua. Ma nel fissare i prezzi dei loro prodotti esse si preoccupano della reazione che i loro prezzi susciteranno da parte delle loro rivali. Il risultato di questo atteggiamento, e similmente i prezzi negoziati con i fornitori e con i sindacati, non hanno alcun rapporto teorico con ciò che ha luogo nel mercato concorrenziale. Questo fatto non è negato dalla teoria neoclassica, ma è piuttosto accettato come una caratteristica basilare dell’oligopolio. Quel che si sottolinea è che la grande azienda dominante e le sue coorti […] rappresentano in qualche modo un caso speciale e quindi sono al di fuori della corrente principale della discussione classica.

In conseguenza dell’intrusione della realtà nell’ortodossia neoclassica, l’economia si occuperà in misura crescente della dinamica esterna e anche interna della grande azienda: esternamente in quanto l’azienda influenza o controlla i suoi prezzi e rapporti di mercato fino a guidare e plasmare le reazioni dei suoi consumatori, non esclusi gli atteggiamenti e le azioni del governo; internamente in quanto essa organizza l’esperienza e l’intelligenza dei suoi dipendenti.

[…]

L’ottica classica dei manuali di economia subirà negli anni a venire un colpo più comune, un colpo che è evidente anche oggi ma che si tende ad ignorare. Questo colpo sarà inferto alla preoccupazione tradizionale dell’economia per il valore e per la distribuzione, per come si determinano i prezzi di beni e servizi e per come si divide il reddito risultante. I determinanti dei prezzi dei singoli prodotti, in quanto distinti dalle variazioni dei prezzi in generale – dall’inflazione o, meno spesso, dalla deflazione – hanno già perso in misura considerevole interesse e importanza. In futuro l’economista interessato in modo troppo esclusivo a quella che in passato è stata chiamata teoria del prezzo si contrarrà in effetti a una statura pubblica non superiore a quella del dentista di Keynes.

Il fatto determinante, qui, è semplicemente che in un paese ricco i singoli prezzi non sono socialmente molto importanti. Nel mondo del passato caratterizzato da una grande povertà, il costo del cibo, degli indumenti, del combustibile e dell’abitazione era una misura importante della sofferenza o del godimento della vita. Un prezzo alto per ogni bene necessario, in una situazione in cui erano pochi i beni non necessari disponibili, significava doversi privare necessariamente di qualcuno dei beni in concorrenza fra loro, dover scegliere quale bisogno soddisfare. La conseguenza di questo stato di cose era l’attenzione dettagliata che l’economia accordava alla determinazione dei prezzi; il problema che essa si trovava ad affrontare aveva una grande importanza individuale e sociale. Di chiara o pressante rilevanza era qualsiasi inefficienza o incompetenza suscettibile di interventi correttivi nella produzione di beni, o qualsiasi potere monopolistico nella fissazione dei prezzi.

Oggi tutto questo non vale più. Nei moderni paesi industriali il tenore di vita, a tutti i livelli di reddito tranne quelli più bassi, comprende una vasta gamma di prodotti e servizi fino a voci di considerevole, e a volte estrema, frivolezza e futilità. Soltanto il prezzo delle abitazioni continua ad essere la fonte di una considerevole preoccupazione e ansia per il consumatore, specialmente negli Stati Uniti. La disponibilità limitata di abitazioni a un costo modesto rispetto a quella, per esempio, di automobili e cosmetici, può essere considerata il difetto singolo più grave del moderno capitalismo.

I bisogni sono plasmati oggi in grande misura dalla pubblicità fatta dalle ditte produttrici che forniscono i prodotti o servizi. Che una situazione del genere sia possibile è un’indicazione del fatto che il singolo prodotto o servizio ha di per sé poca importanza. Quando il prezzo per un particolare prodotto è notevolmente alto, il risultato può essere la lamentela o l’indignazione, ma oggi non ci sono più sofferenze o privazioni come in passato.

[…]

Il tempo e il crescente benessere verranno a capo anche delle preoccupazioni sul modo in cui i loro proventi [delle grandi imprese, n.d.r.] sono distribuiti. Possiamo dare per scontato anche questo, giacché è quanto sta già accadendo. Nei paesi industriali la maggior parte delle persone, quando hanno un lavoro, non si preoccupano primariamente dell’entità dei loro redditi. Esse cerano di accrescerli, spesso con grande impregno, ma l’apprensione per l’insufficienza delle proprie entrate non è la preoccupazione più importante nella vasta generalità della vita industriale. Il loro principale timore concerne il pericolo di perdere la totalità o la maggior parte del loro reddito: di perdere l’impiego e quindi di essere privati di tutti o quasi tutti i loro mezzi di sussistenza. Questo timore affligge uomini e donne a quasi tutti i livelli: nello stabilimento e nell’intera struttura media dell’amministrazione e della dirigenza. Perciò i fattori che incidono sulla sicurezza dell’occupazione sono ora socialmente molto più importanti di quelli che determinano il livello di remunerazione. Stando così le cose oggi, sarà così anche in futuro.

Durante la grave recessione dell’inizio degli anni Ottanta, negli Stati Uniti e altrove nel mondo industriale ci fu un declino nella produzione di una vasta gamma di beni e servizi. Non si pensava però che qualcuno avrebbe sofferto a causa di ciò che non veniva prodotto, eccezion fatta di nuovo per le abitazioni. Le privazioni di questo genere non ricevettero alcuna menzione. I casi di vera sofferenza venivano identificati nell’interruzione del flusso di reddito, ossia nella disoccupazione o nella perdita dell’impiego. Quest’ultima, non i prezzi elevati o la diseguaglianza della distribuzione del reddito, è chiaramente il timore sociale primario del nostro tempo.

Nella moderna economia industriale l’importanza suprema della produzione consiste non nei beni che essa produce ma nell’occupazione e nel reddito che fornisce.”

 

Desidero lasciarvi con un altro tentativo di profetizzazione, questa volta da parte del filosofo Umberto Galimberti, in un video del 2012, periodo in cui ben presto i mercati americani avrebbero superato i massimi raggiunti prima del crollo del 2008.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=O1GRMVsPsx8&w=560&h=315]

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