Non vi ho ancora parlato di come siamo usciti dalla grande stagnazione, durata quasi 17 anni (Gennaio 1966 – Novembre 1982).
E l’ho lasciata per ultima, nel nostro viaggio verso il passato dell’umanità, perché è un punto focale per comprendere il nostro presente.

 

Non come italiani, europei, americani o cinesi, ma come intera specie umana.
In questo periodo si è ulteriormente evoluto il nostro pensiero economico. Il sistema in cui ora tutti noi viviamo nasce qui, nel tentativo di superare 17 lunghi anni di fermo economico.

Perciò, prima di passare alla paternale filosofica, lasciate che ve ne parli meglio…

Il vero nome attribuibile all’andamento economico di quel periodo è “Stagflazione”, termine nato negli anni ’70.
In effetti, non fu una normale stagnazione. Quello che sorprese particolarmente fu il fatto che, contemporaneamente al rallentamento della crescita economica, ci fu anche un inspiegabile aumento dei prezzi (Inflazione).
Fino a quel momento si assumeva che l’inflazione fosse giustificata solo in una situazione di mercato di piena occupazione. In pratica, se i disoccupati sono pochi, ci si aspetta che ci sia maggiore domanda aggregata, che a sua volta supererà l’offerta col risultato di osservare un aumento dei prezzi. Ma se la disoccupazione aumenta, come si può giustificare l’effetto dell’inflazione? Da dove deriva una domanda di beni e servizi tale da spingere in alto i prezzi?

Il problema era particolarmente sentito in America e Inghilterra.
In un primo momento si continuò ad agire secondo logiche keynesiane, ma si rivelarono un grosso errore di valutazione.
Si credette di poter risolvere la stagflazione puntando direttamente a far calare la disoccupazione, con politiche economiche espansive. L’unico effetto fu quello di aggravare ulteriormente sia l’inflazione che il debito pubblico, senza tra l’altro riuscire a migliorare l’occupazione.

Il contesto più importante di quel periodo fu quello della guerra dello Yom Kippur in Medio Oriente, tra Israele e la coalizione Egitto-Siria (Ottobre 1973). Gli stati arabi, produttori di petrolio, imposero limiti alle esportazioni delle forniture per punire gli stati occidentali sostenitori di Israele. L’ovvia conseguenza dell’embargo petrolifero fu di un aumento considerevole dei prezzi dell’oro nero.
Tenete ben presente che, prima del conflitto, il barile valeva meno di 4$. Negli anni ’80 arrivo a 40$. Oggi, il prezzo del petrolio (WTI) si considera accettabile in un’oscillazione massima tra 50$ e 100$. Per l’appunto, il recentissimo crollo lo ha visto scendere da 76$ a 43$, prima di mostrare una forte reazione rialzista che lo ha riportato a quota 50$. Nel Luglio 2008 raggiunse persino i 146$ prima di culminare, nel 2009, a 33$.

Oscillazioni tanto ampie non possono che causare eccessi di volatilità dati da euforia/panico nei mercati. Una cosa che, ovviamente, si preferisce evitare. Infatti, i prezzi del petrolio hanno una considerevole influenza sull’inflazione, in particolare sull’Indice dei Prezzi al Consumo (IPC, attualmente l’indice di maggior interesse per la misurazione dell’inflazione). E’ ovvio, se consideriamo quanto importanza ha il nostro caro oro nero per le industrie. Ormai la maggior parte della produzione e fornitura dei beni si poggia su meccanismi industriali piuttosto che strettamente agricoli…
Questo è tanto vero oggi quanto negli anni ’70. Per questo motivo, la guerra nel Medio Oriente scatenò un’inflazione slegata dalle dinamiche di occupazione/produzione rilevata da Keynes. In America l’inflazione si attestava sopra il 5%. In Inghilterra addirittura al 18%.

La lotta alla stagflazione è particolarmente complessa. Per ridurre la spinta inflazionistica le Banche Centrali dovrebbero ridurre la massa di moneta circolante e contenere la domanda di beni e servizi. Ma così facendo non si favorisce la crescita economica e di conseguenza non si riesce a stimolare la crescita dell’occupazione.
Oggi (e questo è un dettaglio importante) il problema intrinseco della stagflazione è superato (per l’America) dai fenomeni dei mercati emergenti e delle multinazionali. Questi due fenomeni, presi insieme, permettono di evitare che l’inflazione derivante dall’eventuale aumento dei prezzi delle materie prime si traduca in un maggiore costo del lavoro per le industrie e le imprese dei paesi più sviluppati (intrinsecamente esposti alla spinta inflazionistica delle materie prime), perché hanno la possibilità di esportare l’intero processo produttivo in paesi che hanno un costo del lavoro nettamente inferiore.
Come conseguenza, i salari dei paesi più sviluppati non subiranno forti accelerazioni, mantenendo in equilibrio il mercato del lavoro e tenendo maggiormente a bada l’inflazione. Solo a questo punto si può procedere con una politica monetaria espansiva; mediante la riduzione della pressione fiscale si riduce la spesa corrente, si stimolano i consumi e la domanda aggregata, con conseguente crescita economica che permette la ripresa dell’occupazione.

Negli anni ’70 tali meccanismi erano ancora agli albori. Fu il premio nobel Milton Friedman a dare il primo scossone, e lo fece tornando a considerare la corrente di pensiero classica di Adam Smith.
Adam Smith (XVIII secolo) è considerato il padre dell’economia liberista e neoliberista. Sosteneva che l’egoismo individuale nella ricerca del profitto è benefico per tutti, e che da questo processo egoistico l’economia si potesse sviluppare per mezzo di una “mano invisibile”.

E’ importante notare che gli anni della stagflazione fu uno dei periodi di maggiore presa di coscienza della condizione umana moderna, formatasi in un contesto di totale sfiducia nelle istituzioni economiche e governative. Le lotte alle discriminazioni razziali di Martin Luther King, la meravigliosa e ormai immortale musica sprezzante del rock, gli illuminanti testi di Bob Dylan, il comunismo di Fidel Castro e Che Guevara e la questione della Baia dei Porci, la Guerra Fredda, le iniziative scientifiche e aerospaziali dettate dalla New Frontier di Kennedy, lo sbarco sulla Luna, la scoperta della struttura del DNA, le prime trasmissioni radio, il primo microprocessore della storia da parte di Intel, l’invenzione della plastica da parte del premio nobel Giulio Natta, la questione nucleare tra USA e Unione Sovietica, la costruzione del muro di Berlino, la figura politica di Nelson Mandela e la sua incarcerazione, la guerra del Vietnam, il desiderio di libertà e pacifismo del movimento Hippy culminato nel festival di Woodstock, l’assassinio di Malcom X, Martin Luther King e Kennedy, le azioni politiche e monetarie di Nixon, il liberismo di Regan e Thatcher e lo smantellamento degli accordi di Bretton Woods… santo cielo, potrei continuare ad elencare per ore. Ed ho quasi solo elencato gli avvenimenti del decennio 1960!
La catena di eventi sviluppati in questo periodo furono di impatto fondamentale nell’evoluzione della consapevolezza umana, soprattutto di come ora intendiamo i concetti di pace, libertà, lotta contro il male, diseguaglianze, rabbia, invidia verso le élite ‘borghesi’, desiderio di rivalsa, diritti civili, solidarietà, umanità…

Ma questa era una divagazione. Un modo per farvi ricordare il passato, evitando di annoiarvi con le questioni economiche.

Nella terza parte di questo articolo, tuttavia, spiegherò perché tali divagazioni sono tanto importanti.

di Alessio Fumarola

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