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Servizi pubblici, dalle top utility investimenti in crescita del 50%

Dopo lo shock subito con l’arrivo della pandemia, il mondo dei servizi pubblici ha reagito accelerando sul fronte degli investimenti: nel 2021 le 100 maggiori utility italiane sono arrivate a valere 152 mld di euro (l’8,5% del Pil, +18,6% rispetto ai livelli pre-covid), con investimenti in crescita del 50% a 11 mld di euro. Sono questi i principali dati presentati oggi a Milano all’interno dello studio Le performance delle utility italiane, nel corso del Top Utility, l’evento annuale organizzato da Althesys in collaborazione con Utilitalia che, come ogni anno, mostra lo stato dell’arte nei settori acqua, energia e rifiuti. «Questi macro-trend – spiega l’economista Alessandro Marangoni, ad di Althesys – impattano su un tessuto industriale piuttosto diversificato nel quale coesistono grandi gruppi energetici, multiutility e piccole e medie realtà locali concentrate su pochi settori. Uno sguardo d’insieme alle performance dei servizi delle Top100 conferma la tendenza di fondo di miglioramento, già emersa nelle precedenti edizioni, nei settori ambientali (acqua e rifiuti) e la sostanziale stabilità di quelli energetici. Nonostante la grande resilienza e capacità di adattamento mostrati, tuttavia, il quadro rimane incerto e i rischi geopolitici sui business ancora elevati». Le maggiori 100 sono soprattutto monoutility idriche (35%), multiutility (26%) ed aziende di servizi ambientali (23%), con una minoranza attive solo nella distribuzione/vendita di gas (7%) e pochi grandi player energetici nazionali e internazionali. Solo 15 imprese superano il miliardo di euro di ricavi, mentre 56 sono sotto i 100 milioni e una spiccata vocazione territoriale. «Tra pandemia, crisi energetica e siccità – aggiunge il presidente di Utilitalia, Filippo Brandolini – negli ultimi tre anni le utility si sono trovate ad affrontare una serie di situazioni emergenziali che hanno rappresentato sfide enormi per il comparto. Ciò nonostante, le imprese non si sono limitate a garantire la continuità dei servizi e ad attivare tutte le azioni volte a minimizzare i disagi e la minore esposizione possibile a carico dei cittadini, ma hanno continuato a sviluppare progetti fondamentali per supportare la transizione ecologica del Paese». Un contesto passato in rassegna dal team di ricerca Top Utility usando molteplici parametri (economico-finanziari, ambientali, comunicazione, customer care, formazione e ricerca&sviluppo), fino ad individuare la migliore utility italiana: un riconoscimento quest’anno va a Brianzacque, che si aggiudica il premio Top Utility Assoluto, mentre della cinquina finale facevano parte anche Cidiu, Contarina, Estra e Hera. Più in generale, la transizione ecologica e la sensibilità verso i temi sociali sono da tempo al centro delle strategie delle migliori utility. Quasi tutte adottano certificazioni ISO 9001 e 14001 e crescono le Top100 che redigono il rapporto di sostenibilità (74% nel 2021). Guadagnano poi terreno le politiche per la diversità e l’inclusione ma un ulteriore sforzo è  necessario. L’attenzione alle risorse umane, che è sempre stata un fattore chiave nelle utility, diventa ancora più rilevante nelle fasi di trasformazione che stiamo affrontando. I dati mostrano come le aziende offrano formazione alla quasi totalità dei dipendenti (93%). Le ore previste però variano molto, con casi virtuosi di oltre 40 ore annuali per dipendente contro un dato medio intorno alle 17 ore. In conclusione, il settore dei servizi pubblici mostra un miglioramento del quadro complessivo evidenziato dal forte aumento degli investimenti concentrati prevalentemente sui profili tecnologici: è significativo, ad esempio, che la quasi totalità delle utility abbia avviato progetti per digitalizzazione e innovazione, tra sensoristica e intelligenza artificiale e che siano aumentati i brevetti ottenuti. L'articolo Servizi pubblici, dalle top utility investimenti in crescita del 50% sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Sostenibilità dell’industria alimentare: siamo ancora in tempo a invertire la rotta

Secondo l’Onu, nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 9,8 miliardi di persone e la domanda di cibo è in continua crescita ma il sistema alimentare è già sotto pressione a causa dei cambiamenti climatici e del mutato contesto economico e sociale. Se da un lato bisogna rimodellare le filiere alimentari verso la sostenibilità, dall’altro manca una definizione univoca del termine “sostenibilità” e dei criteri per misurarla. Per questo  DNV - ente indipendente che fornisce servizi di assurance, certificazione e verifica in tutto il mondo - ha presentato il white paper “The Integrated ESG Approach. Driving the future of Sustainable Food Systems”, che propone «Una prospettiva olistica e con criteri misurabili, passando da una valutazione parziale a una omnicomprensiva dei temi ESG (Environmental, social, and corporate governance), che si tratti di un prodotto, di un'azienda o di un'intera catena di fornitura». Quel che è chiaro è che l’attuale modello business as usual è insostenibile, come spiega lo stesso report DNV, «L'umanità sta utilizzando 1,75 volte le risorse a disposizione sulla Terra. Si stima che entro il 2030 non basteranno 2 pianeti per sostenere i bisogni della popolazione mondiale. Il 50% della superficie abitabile è già dedicato alla produzione alimentare che è responsabile per il 34% delle emissioni antropiche di gas serra, la maggior parte delle quali (71%) è attribuibile alle attività agricole». Se è vero che l’agricoltura dà lavoro a un miliardo di persone - il 27% della popolazione mondiale – è anche vero che purtroppo rappresenta anche il 70% del lavoro minorile contro il 19,7% dei Servizi e il 10,3% dell’Industria. Mentre, dice DNV, «A valle della catena di valore ci sono 2 miliardi di persone con deficit alimentari a fronte di 1,9 miliardi di adulti obesi e sovrappeso. Lo spreco alimentare è responsabile per il 6-8% delle emissioni antropiche e, se fosse uno stato, sarebbe il terzo produttore di gas serra dopo Cina e Stati Uniti». Quindui, una trasformazione sostenibile è indispensabile per salvaguardare il pianeta, garantire a tutti l’accesso a una corretta alimentazione e soddisfare le esigenze delle generazioni future, anche attraverso una gestione circolare del ciclo di vita del prodotto, che vada oltre l’approccio lineare “dal campo alla tavola”. Nicola Rondoni, head of section e direttore del programma “Sustainable Food Systems and Supply Chains” di DNV fa notare che «Fino a ora però le aziende hanno incontrato difficoltà a mettersi d’accordo sulla definizione stessa di sostenibilità: il quadro normativo è frammentato e nonostante la successione di diversi convegni, dichiarazioni e regolamenti nel corso degli anni è mancato un punto di riferimento in grado di indicare la strada maestra. La conseguenza è stato un approccio parziale alle tematiche ESG, concentrato sull’aspetto ambientale, spesso ridotto alla valutazione della Carbon Footprint, e che trascura le sfere sociali e di governance». Nel white paper DNV riflette su «Come una corretta strategia dovrebbe integrare le tre dimensioni ESG, a tutto vantaggio del pianeta e di quelle aziende che riuscirebbero così a consolidare la propria reputazione, a corroborare la fiducia dei consumatori e attirare capitali da investitori sempre più attenti alla sostenibilità. L’approccio integrato include la valutazione di tutti gli aspetti ambientali, sociali e di governance e anche le loro reciproche interconnessioni nel sistema di riferimento – sia esso un prodotto, un’azienda o una catena di valore». Definito il perimetro applicativo dell’Approccio ESG integrato, restano da definire gli indicatori per misurare i progressi. DNV propone tre tipologie: «I “minimi” sono denominatori comuni a più settori e categorie e sono legati alle grandi sfide globali. Ne sono possibili esempi: l’uso dell’energia, il rispetto dei diritti umani, il risk management o le politiche Diversity & Inclusion. Man mano che si entra del dettaglio di una singola Industry, come per esempio quella alimentare, entrano in gioco altri indicatori “specifici per il settore” come possono essere, in ambito ambientale (E), l’uso del suolo, la perdita di biodiversità, la gestione dei packaging e dei rifiuti; in ambito sociale (S) l’approvvigionamento responsabile, la sicurezza alimentare e l’equa remunerazione; in ambito governance (G) l’instabilità geopolitica, il coinvolgimento degli stakeholder o la gestione dei richiami di prodotto. La somma degli “indicatori minimi” e degli indicatori “specifici di settore” fornisce già una valutazione sulla sostenibilità di un’azienda. Ma si può andare oltre, e per una valutazione più accurata della sostenibilità di una specifica categoria di prodotto, l’approccio deve essere arricchito con gli “indicatori raccomandati”. Nell’ambito della filiera ortofrutticola troveremo, per esempio, in ambito ambientale l’uso responsabile delle risorse idriche, nell’ambito sociale la sicurezza occupazionale e il benessere dei lavoratori, in ambito Governance i progetti di sviluppo per l’imprenditoria rurale. L’approccio ESG integrato presenta diversi vantaggi, è adattabile in quanto può essere applicato al singolo prodotto, alle imprese e a intere catene di valore favorendo un confronto oggettivo grazie agli indicatori minimi. È modulare e può aiutare nell’analisi di sistemi complessi potendo in ogni momento tornare a comporre il quadro d’insieme. Un’altra caratteristica è la flessibilità poiché le metriche di valutazione possono essere adattate in base a esigenze specifiche e situazioni eccezionali come lo sono state la pandemia e la guerra». Rondoni conclude «La transizione verso un modello sostenibile rappresenta una sfida per le aziende del settore F&B ma anche un’opportunità per sviluppare un sistema più efficiente e resiliente. Le aziende che decideranno di inserire l’approccio ESG integrato nella propria strategia avranno un vantaggio competitivo grazie all’impatto positivo sull’ambiente e sulla società, preservando il nostro pianeta per le generazioni future». L'articolo Sostenibilità dell’industria alimentare: siamo ancora in tempo a invertire la rotta sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Second life fa tappa a Empoli, in mostra le opere per la sostenibilità di 30 giovani artisti

La nuova tappa di “Second life: tutto torna” è stata inaugurata oggi, presso il Chiostro degli Agostiniani ad Empoli: alla II edizione del concorso promosso da Alia hanno partecipato circa cento giovani artiste e artisti, che si sono interrogati sui concetti dell’economia circolare – come riutilizzo, riciclo e recupero – e li hanno condensati in altrettante opere d’arte. Con questa seconda edizione, Second life si consolida infatti come il primo concorso artistico a livello nazionale incentrato sul tema “arte e sostenibilità”, con la Toscana come palcoscenico della creatività dei giovani artisti e degli studenti di tutte le Accademie e Scuole d’arte italiane. Tra le 30 opere finaliste, selezionate da una prima giuria di giovani curatori ed ora in mostra nel Chiostro, sono state successivamente valutate da una giuria composta da affermati critici, storici dell’arte e direttori delle principali istituzioni culturali toscane, che hanno identificato le tre opere vincitrici e le menzioni speciali. Prima classificata Caterina Dondi, artista ventiquattrenne della provincia di Varese, con l’opera “Ordinare Senza Spostare”; la seconda opera classificata, “Espositore di Luoghi”, arriva da Messina ed è stata realizzata dal ventiseienne Giuseppe Raffaele con tecnica mista (ferro-carta-terra); a chiudere il podio “Curae”, dell’artista milanese Giulia Pirri (classe 1994). Le tre menzioni speciali sono state invece assegnate a: Elisa Pietracito, artista ventiseienne della provincia di Firenze, per “Sotto lo stesso cielo” realizzata con filo di rame di scarto cucito a mano su tessuto di riciclo; Edoardo Sessa, ventisettenne di Varese, con la performance “Homologation” ed il giovanissimo artista cinese (classe 2002) Siyang Jiang con l’opera “If you want to live” realizzata con vetro, alluminio, legno, pianta, terra, candele. Il main partner di Second life, Evolve Maire Tecnimont Foundation, ha infine selezionato per la menzione speciale l’opera di Federico Ferroni “Decay”. «Questa nuova edizione del contest – commenta il curatore della mostra Marco Meneguzzo – conferma che il tema della sostenibilità, e con esso il rispetto dell’ambiente, è fortemente introiettato nelle nuove generazioni; un tema con cui si confrontano costantemente. Le opere in mostra raccontano come la questione ambientale sia vissuta in modo individuale piuttosto che sociale dai giovani artisti, con attenzioni più intimiste che “politiche”, intendendo con quest’ultimo termine l’aspetto sociale e relazionale delle persone. L’attenzione alle “piccole cose” non può esistere senza un tempo rallentato che, coscientemente o no, sembra già un’indicazione di soluzione del problema». L'articolo Second life fa tappa a Empoli, in mostra le opere per la sostenibilità di 30 giovani artisti sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Acquacoltura: a Taranto un passo verso la sostenibilità

Nel 2021 l’United Nations environment programme (Unep) stimava  che in Europa le attività marittime come pesca e acquacoltura contribuiscono rispettivamente al 39% e al 14% dei rifiuti marini a causa dell’abbandono e/o perdita accidentale in mare di boe, reti, sacchi per mangimi, guanti e scatolame. Dati destinati ad aumentare a causa della crescente richiesta sul mercato di prodotti ittici destinati al consumo umano come pesce, mitili e crostacei in quanto importanti fonte alimentare. In particolare, in Europa i mitili costituiscono circa un terzo di tutti i prodotti provenienti da attività di acquacoltura, con una produzione che ha raggiunto le 522.400 tonnellate nel 2016, il 24,5% rispetto alla produzione mondiale (Pietrelli, 2022). Oggi, alla Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN) di Amendolara (CZ) della sulla costa ionica calabrese, sono stati presentati i risultati della ricerca condotta dai ricercatori della SZN in collaborazione con l'università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG) e Novamont, per verificare le potenzialità del Mater-Bi nel settore della mitilicoltura. Il progetto, realizzato nel mar Piccolo di Taranto , dove 602 ettari sono dedicati alla mitilicoltura. In questo bacino costiero si sviluppa l’intero ciclo produttivo della cozza nera di Taranto, Presidio Slow Food dal 2022. La produzione è totalmente artigianale, gestita da PMI spesso a conduzione familiare, e gli allevatori, visto il forte legame con il territorio, sono alla ricerca di strumenti innovativi a supporto dei criteri di sostenibilità. Per Francesco Marangione, mitilicoltore della Cooperativa CO.MI.OS., «L’utilizzo delle reste in Mater Bi rappresenta per noi una valida alternativa coerente anche con le nuove normative che vietano l’utilizzo di materiale plastico per l’allevamento dei mitili nel Golfo di Taranto», Alla SZN spiegano che « il progetto ha avuto come obiettivo quello di individuare nuove soluzioni per migliorare la sostenibilità del settore dell'acquacoltura, attraverso l'utilizzo di materiali biodegradabili e compostabili, in sostituzione dei classici materiali in plastica (calze in polipropilene) normalmente utilizzati e altamente inquinanti».  Ne è venuto fuori che «I mitili allevati nelle reste in Mater –Bi crescono più velocemente di quelli innestati nelle reste in polipropilene, con un vantaggio per i mitilicoltori in termini di resa economica». Lo studio ha applicato per la prima volta «L’analisi FT-IR complementarmente alla valutazione della colonizzazione batterica, per valutare cambiamenti superficiali dal punto di vista chimico delle calze in polipropilene ed in Mater-Bi». I risultati hanno mostrato che «Non sono presenti picchi aggiuntivi nello spettro delle plastiche (PP e Mater-Bi) rispetto al controllo, indicando che non è avvenuta alterazione della composizione chimica a livello superficiale nei campioni sottoposti al periodo di stabulazione. Inoltre dai test effettuati su terreni selettivi per la ricerca di microrganismi patogeni, non è stata evidenziata presenza di batteri patogeni o potenzialmente pericolosi per l’uomo». I ricercatori evidenziano che «Questi risultati ci consentono di affermare che l’impiego delle reste in Mater-Bi durante l’intero ciclo produttivo dei mitili può essere una valida alternativa all’utilizzo della plastica convenzionale, grazie alle buone prestazioni in termini biologici, meccanici e ambientali emerse durante l’esperimento». La giornata ha costituito un'importante occasione per discutere le opportunità e le sfide dell'utilizzo di materiali biodegradabili e compostabili nel settore dell'acquacoltura, e per presentare le soluzioni innovative sviluppate dalla ricerca condotta dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn in collaborazione con l'Università di Scienze Gastronomiche e la direttrice della sede Sicilia della SZN, Teresa Romeo, ha evidenziato che «Questo progetto sperimentale, realizzato nel Golfo di Taranto come area pilota, rappresenta un modello di innovazione che vede insieme ricerca, innovazione e imprese produttrici che operano al fine di garantire un’attività sostenibile nell’ottica di un’economia circolare, e che può fungere da studio pilota per fornire anche misure di gestione a supporto del settore della mitilicoltura da poter esportare su scala nazionale». Gabriele Cena responsabile relazioni esterne e partnership dell’UNISG di Pollenzo, ha concluso: «Lo scorso dicembre presso il ministero dell’agricoltura abbiamo presentato come Ateneo insieme a diversi partner accademici e enti di ricerca il Patto con il Mare per la Terra, nato per connettere università, istituzioni, imprese, centri di ricerca per promuovere politiche di protezione dell’ecosistema marino e di conservazione della biodiversità, oltre che strategie di sviluppo sostenibile del settore e di promozione di buone pratiche. Questo progetto, sviluppato grazie al sostegno da parte di Novamont, è un primo esempio di collaborazione concreta tra enti di ricerca, istituzioni e aziende private per trovare soluzioni innovative e concrete per ridurre l’impatto sugli ecosistemi marini». L'articolo Acquacoltura: a Taranto un passo verso la sostenibilità sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Plastic smog: negli oceani del mondo ci sono più di 170 trilioni di pezzi di plastica galleggianti (VIDEO)

Lo studio “A growing plastic smog, now estimated to be over 170 trillion plastic particles afloat in the world’s oceans. Urgent solutions required”, pubblicato su PLOS ONE da un team internazionale di ricercatori guidato dal  5 Gyres Institute, rivela che «Ci sono più di 170 trilioni di particelle di plastica, del peso di circa 2 milioni di tonnellate, che galleggiano negli oceani del mondo» e, valutando i trend della plastica negli oceani dal 1979 al 2019, gli autori dello studio hanno osservato «Un rapido aumento dell'inquinamento marino da plastica» e chiedono «Urgentemente misure politiche incentrate sulla riduzione e il riutilizzo delle fonti piuttosto che sul riciclaggio e la pulizia». Uno degli autori dello studio, Edward Carpenter dell’Estuary & Ocean Science Center della San Francisco State University, ha ricordato che «Sappiamo che l'oceano è un ecosistema vitale e abbiamo soluzioni per prevenire l'inquinamento da plastica. Ma l'inquinamento da plastica continua a crescere e ha un effetto tossico sulla vita marina. Ci deve essere una legislazione per limitare la produzione e la vendita di plastica monouso o la vita marina sarà ulteriormente degradata. Gli esseri umani hanno bisogno di oceani sani per un pianeta vivibile». Il 5 Gyres Institute ha pubblicato la prima stima globale dell'inquinamento marino da plastica nel 2014, stabilendo che allora nell'oceano erano presenti più di 5 trilioni di particelle di plastica, ora l’Istituto  sottolinea che «Comprendere la presenza e i trend della plastica nell'ambiente è fondamentale per valutare i rischi attuali e potenziali futuri per gli esseri umani e gli ecosistemi». Gli autori dello studio hanno utilizzato dati pubblicati in precedenza e nuovi (11.777 campioni) sulla plastica oceanica galleggiante per creare una serie temporale globale che stima i conteggi medi e la massa di microplastiche nello strato superficiale dell'oceano. Lo studio fornisce anche una panoramica storica delle misure politiche internazionali per ridurre l'inquinamento da plastica e ne valuta l'efficacia. I ricercatori evidenziano che «Dal 2005 in poi, c'è un rapido aumento della massa e dell'abbondanza di plastica negli oceani, che può riflettere aumenti esponenziali della produzione di plastica, frammentazione dell'inquinamento da plastica esistente o cambiamenti nella produzione e gestione dei rifiuti terrestri» e avvertono che «Senza un'azione immediata, si prevede che il tasso della plastica che entra negli ambienti acquatici aumenterà di circa 2,6 volte dal 2016 al 2040. Questa accelerazione dell'inquinamento marino da plastica richiede un urgente intervento politico internazionale alla fonte della produzione di plastica e della fabbricazione dei prodotti, prima che vengano generati rifiuti, al fine di ridurre al minimo i danni ecologici, sociali ed economici». Il principale autore dello studio, il co-fondatore del  5 Gyres Institute Marcus Eriksen,  sottolinea che «L'aumento esponenziale delle microplastiche negli oceani del mondo è un duro avvertimento che dobbiamo agire ora su scala globale, smettere di concentrarci sulla pulizia e il riciclaggio e inaugurare un'era di corporate responsibility per l'intera vita delle cose che producono le imprese. Se continuiamo a produrre plastica al ritmo attuale, ripulire è inutile e abbiamo sentito parlare di riciclaggio per troppo tempo mentre l'industria della plastica rifiuta contemporaneamente qualsiasi impegno ad acquistare materiale riciclato o progettare per la riciclabilità. E’ ora di affrontare il problema della plastica alla fonte». Sarah Martik, vicedirettrice del Center for Coalfield Justice - Southwestern Pennsylvania, fa notare che «Ogni particella di plastica che troviamo nell'oceano è indissolubilmente legata a comunità come la mia attraverso il fracking che ha prodotto le materie prime e l'inquinamento del suolo, dell'acqua e dell'aria che accompagnano tale estrazione. L'inquinamento derivante dalle fasi di estrazione e produzione del ciclo di vita della plastica è spesso invisibile, ma gli impatti sulla salute umana e l'inquinamento a valle non lo sono. Affrontare l'intero ciclo di vita è l'unico modo per proteggere non solo i nostri oceani, ma anche le nostre comunità». Dopo che nel 2022 gli Stati membri dell’Onu hanno adottato una risoluzione per porre fine all'inquinamento da plastica e con il recente Trattato per la protezione dell’Oceano, siamo a un punto di svolta, ma il   5 Gyres Institute. Ricorda che «Le attuali politiche internazionali sulla plastica sono frammentate, mancano di specificità e non includono obiettivi misurabili. La creazione di accordi internazionali vincolanti e applicabili incentrati sulla riduzione della fonte è la migliore soluzione a lungo termine. Poiché i negoziati sui trattati sono in corso, è fondamentale stabilire un trattato globale legalmente vincolante che affronti l'intero ciclo di vita della plastica, dall'estrazione e produzione fino alla sua fine vita». Un co-autore dello studio, Scott Coffin, del California State Water Resources Control Board, è convinto che «Il crescente accumulo di particelle di plastica nei nostri ambienti e nei nostri corpi alla fine porterà all'incapacità del pianeta di sostenere la vita così come la conosciamo. Ora è il momento per i governi di tutto il mondo di unirsi nei loro sforzi per ridurre la produzione di plastica e impedire ulteriormente la sua fuga nell'ambiente». La tanzaniana Ana Rocha, direttrice esecutiva di Nipe Fagio, aggiunge che «Storicamente, le popolazioni vulnerabili hanno costantemente svolto un ruolo importante nella gestione dei rifiuti di plastica, nonostante fossero trascurate nei sistemi di gestione dei rifiuti e fossero significativamente colpite dalla produzione di plastica. Nel caso della Tanzania, le aziende con entrate superiori al PIL del Paese producono plastica che noi non abbiamo la capacità di gestire, né dovrebbe essere nostra responsabilità farlo , e la inviano ai nostri mercati. Questi prodotti non rendono i beni disponibili alle persone a meno che non possano permetterseli, quindi affrontiamo la contraddizione delle persone che bevono acqua non trattata mentre il loro ambiente e i corsi d'acqua sono pieni di bottiglie di plastica. Il Trattato globale sulla plastica è l'occasione altrimenti mancante per progettare uno strumento legalmente vincolante che affronti l'intero ciclo di vita della plastica e promuova la giustizia ambientale. Le comunità vulnerabili, soprattutto nel Sud del mondo, non devono continuare a favorire il profitto di aziende e Paesi, soprattutto nel Nord del mondo. La nostra dignità deve essere rispettata e valorizzata». Per la texana Yvette Arellano, fondatrice e direttrice di Fenceline Watch, «“La stessa industria che svolge un ruolo nella plastica svolge un ruolo nella crisi climatica. Il tempo è vitale; disastri climatici estremi colpiscono la nostra area con crescente frequenza e il pericolo di esplosioni ed emissioni da disastri chimici da impianti petroliferi, del gas e petrolchimici si moltiplica: le emissioni tossiche dalla produzione di plastica causano danni riproduttivi, di sviluppo e altri danni mutageni e multigenerazionali nelle nostre comunità». Un’altra autrice dello studio, Lisa Erdle, direttrice ricerca e innovazione del 5 Gyres Institute, ha commentato: «Sappiamo che le microplastiche sono ovunque e, per quanto riguarda le soluzioni, stanno andando a monte, trovando modi per limitare le emissioni vicine alla fonte. Ma quello che abbiamo imparato negli ultimi 15 anni è che la plastica può causare danni dall'estrazione di combustibili fossili allo smaltimento dei prodotti a fine vita. Quindi, nello sviluppo di soluzioni, deve essere preso in considerazione l'intero ciclo di vita della plastica». Patricia Villarrubia Gomez,  dello Stockholm Resilience Centre dell’università di Stoccolma, conclude: «La presenza di materie plastiche, in tutte le dimensioni, forme e forme, sta aumentando in modo incontrollabile ovunque. È imperativo pensare alla plastica come a un malvagio problema sociale e ambientale. E’ un materiale che crea danni durante tutto il suo ciclo di vita, dalla trivellazione di combustibili fossili alla diffusione di microplastiche nei corsi d'acqua, nel suolo e nell'atmosfera. Per affrontare efficacemente l'inquinamento da plastica, dobbiamo affrontarlo in modo sistemico». L'articolo Plastic smog: negli oceani del mondo ci sono più di 170 trilioni di pezzi di plastica galleggianti (VIDEO) sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Cdp, il riciclo per le materie prime critiche è indispensabile ma insufficiente

La lotta contro la crisi climatica e per la sicurezza energetica rendono ineludibile l’esigenza della transizione ecologica, ma «in assenza di un’attenta politica industriale» l’Italia e l’Ue rischiano di passare dalla dipendenza da combustibili fossili a quella da materie prime critiche. L’allarme arriva uno studio condotto dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp) – il cui azionista di maggioranza è il ministero dell'Economia –, in una fase dove l’attenzione politica sul tema sta crescendo: il Governo italiano ha appena varato il nuovo Tavolo nazionale per le materie prime critiche, mentre nel corso delle prossime settimane è atteso dalla Commissione Ue il Critical raw materials act, incentrato sulla diversificazione degli approvvigionamenti e sulla promozione della circolarità. Le materie prime critiche, definite tali per la loro importanza economica e per il rischio di fornitura ad esse associato – l’Ue ne elenca trenta –, sono cruciali per la produzione di molte tecnologie strategiche ai fini degli obiettivi europei di neutralità climatica e leadership digitale; già oggi, come documenta l’Enea, dalle materie prime critiche passa un terzo (32%) dell’attuale Prodotto interno lordo nazionale. «In uno scenario coerente con la neutralità climatica – spiegano da Cdp – la Commissione europea stima che al 2050 la domanda annua di litio da parte della Ue potrebbe aumentare di 56 volte rispetto ai livelli attuali, quella di cobalto di 15, per le terre rare decuplicherebbe. L’industria europea rischia di non riuscire a perseguire una leadership nelle filiere strategiche per la transizione ecologica e digitale». In questo contesto, l’economia circolare può fornire un contributo importante per attenuare il disallineamento tra domanda e offerta. Già oggi, grazie al riciclo l’Ue riesce a soddisfare tra il 20% e il 40% della domanda di alcune materie prime critiche, come il tungsteno e i metalli del gruppo del platino. E al 2040, tramite il solo riciclo delle batterie esauste, l’Ue potrebbe soddisfare oltre la metà della domanda di litio (52%) e di cobalto (58%) attivata dalla mobilità elettrica. Anche in Italia il potenziale derivante dal riciclo, in particolare di rifiuti elettrici ed elettronici (Raee), è elevato: «A fronte del raggiungimento del tasso di raccolta dei best performer europei (70-75%) si potrebbero recuperare circa 7,6 mila tonnellate di materie prime critiche, pari all’11% delle importazioni dalla Cina nel 2021». Il problema, nel caso italiano, è che il Paese presenta «un tasso di raccolta inferiore alla media europea sia per i Raee (39,4% vs 46,8%) che per pile e accumulatori (43,9% vs 51,3%)». Al contempo, in Italia sono presenti anche grandi quantitativi di rifiuti estrattivi che potrebbero essere riciclati per ottenere materie prime critiche, ma in questo caso le concentrazioni delle materie prime critiche sono fino a 1.000 volte più basse rispetto ai rifiuti tecnologici (basti pensare che in uno smartphone sono presenti più di 30 elementi naturali, di cui almeno la metà critici). In ogni caso, anche dando fondo alle potenzialità offerte dall’economia circolare, è già chiaro che «il riciclo da sé non è, tuttavia, sufficiente ad assicurare l’autonomia strategica della Ue», come sottolineano dalla Cdp. Occorre dunque agire in contemporanea su almeno altri due binari: il rilancio delle attività di estrazione mineraria in chiave sostenibile sul territorio comunitario, e l’avvio di partenariati strategici che consolidino le relazioni commerciali con Paesi terzi ricchi di materie prime critiche. Per quest’ultimo fronte, la Cdp porta gli esempi del Canada in qualità di fornitore rilevante di cobalto, indio, niobio e titanio; dell’Ucraina, per gallio, scandio e titanio; del Kazakistan, esportatore di fosforo, barite e berillio; della Namibia, ricca di terre rare pesanti e di promettenti giacimenti di cobalto, litio, niobio, tantalio. Ma l’aspetto più complicato, paradossalmente, potrebbe essere sul fronte interno: è facile pronosticare che la ripresa dell’attività estrattiva nel Vecchio continente potrebbe offrire il fianco alla crescita di nuove sindromi Nimby & Nimto, nonostante la fornitura di materie prime critiche sia indispensabile a sostenere proprio quella transizione ecologica che numerosi comitati “ambientalisti” affermano a parole di voler difendere. Come per le fonti energetiche rinnovabili, anche le materie prime critiche possono essere estratte soltanto dove, ovviamente, sono presenti. La Cdp porta l’esempio del giacimento di terre rare recentemente scoperto in Svezia, le cui riserve si stima ammontino a oltre un milione di tonnellate). Anche includendo tale rinvenimento, la quota di riserve europee di terre rare passerebbe comunque dall’1% a poco meno del 2%. È dunque evidente la necessità di mettere a frutto anche altre riserve, comprese quelle presenti in Italia. «La Ue presenta un importante potenziale in termini di giacimenti di materie prime critiche, che, in molti casi, potrebbero soddisfare il 30% del fabbisogno complessivo», argomentano da Cdp. In particolare, anche in Italia sono presenti giacimenti di materie prime critiche, la cui localizzazione, tuttavia, risulta sommaria risalendo l’ultimo aggiornamento della carta mineraria al 1973. Ad oggi, diversi permessi di ricerca sono attivi: in particolare nell’arco alpino (Piemonte e Lombardia) – per il ritrovamento di cobalto, metalli del gruppo platino e terre rare –, nella fascia vulcanico-geotermica peritirrenica (Toscana-Lazio-Campania) e in quella della catena appenninica (da Alessandria fino a Pescara), in questo caso per il ritrovamento di litio geotermico. L'articolo Cdp, il riciclo per le materie prime critiche è indispensabile ma insufficiente sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

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