«Mi fido di lei», la seconda puntata del podcast su Falcone. Il fotografo Zecchin: «Quegli anni un continuo di sangue, morti e funerali»

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di Redazione Podcast

Nel secondo episodio della serie il fotoreporter Franco Zecchin ricorda il clima di accerchiamento e tensione tra gli anni Settanta e Novanta, nei quali (con la compagna dell’epoca e collega Letizia Battaglia) ha documentato la mattanza palermitana

Avevamo lasciato Marcelle Padovani da sola, al buio, in un Palazzo di Giustizia desolato nella Palermo dell’inverno 1983. Nella seconda puntata del podcast «Mi fido di lei. Le parole di Giovanni Falcone» ritroviamo la giornalista francese, filo conduttore della serie, al suo primo, fondativo incontro con il giudice istruttore del quale sarà amica e interprete, in una città assediata dalla guerra di mafia.

Sulla scena atroce degli ammazzamenti, dagli anonimi mafiosi ai migliori tra i rappresentanti delle istituzioni, ci conduce un testimone fuori dal comune: il fotografo Franco Zecchin, in quegli anni compagno e collaboratore di Letizia Battaglia. «C’era un clima pesante – racconta Zecchin – un continuo di sangue, morti, funerali…». Di sconosciuti ma anche di amici. I due reporter accorrono sull’ennesima scena di un delitto, seguendo le sirene, la concitazione, i pianti, e vengono bloccati sulla soglia del bar Lux da un cordone di poliziotti: è stato ucciso il capo della Mobile Boris Giuliano, e i suoi uomini «non vogliono dare la soddisfazione ai mafiosi di vedere il corpo a terra, massacrato dalle pallottole». Una delle rare foto che Franco e Letizia non hanno scattato. «Una delle prime vittime nei confronti delle quali abbiamo sentito un particolare disagio, un dolore».

Altre immagini hanno drammaticamente segnato la storia del fotogiornalismo italiano, come quelle celebri, speculari, dell’omicidio di Piersanti Mattarella: «Avevamo questa pratica assieme con Letizia in cui ognuno trovava il suo punto di vista – continua Zecchin -. Siccome eravamo diversi come fotografi, automaticamente, senza doverci consultare, siamo riusciti a riprendere questa scena dai due lati. Letizia dal finestrino e io dall’altro lato che coglievo il momento in cui veniva estratto. L’abbiamo capito dopo che era il presidente della Regione siciliana».

A ogni tappa, un grado in più di orrore. Il 29 luglio 1983 Zecchin riceve una telefonata che gli indica di recarsi rapidamente in via Pipitone. L’immagine che si trova davanti è «un carnaio, pezzi di corpi, detriti, tutti vetri rotti alle finestre» per l’esplosione di un’autobomba davanti all’abitazione del capo dell’Ufficio istruzione Rocco Chinnici, uccisi con lui due uomini della scorta e il portiere dello stabile.

Una strage dietro l’altra, la sensazione di un cerchio che si stringe, gli esponenti dell’antimafia devono aumentare le misure di sicurezza, abbandonare ogni speranza di normalità. «Non potevano andare al cinema, in un ristorante…». Padovani ricorda un Falcone che s’affaccia la mattina dalla finestra di casa per controllare la strada e va poi a lavorare in un ufficio protetto da due porte blindate e da una telecamera che è lui stesso a comandare. Di qui il primo articolo dedicato dalla giornalista all’amico: «Le petit juge et la mafia», che dà anche il titolo alla nostra puntata «Piccolo giudice», già intento a fare grandi cose.

«Mi fido di lei» è una serie podcast narrata da Luca Lancise, scritta con Alessandra Coppola, prodotta dal Corriere della Sera con la partecipazione preziosa di Fondazione con il Sud, non profit che si ispira alla lezione di Falcone per i progetti di educazione alla legalità e il sostegno al riutilizzo sociale dei beni confiscati

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