Roma, 2 ott. – Il governo italiano intensifica il pressing su Bruxelles per ottenere maggiori margini di flessibilità nei conti pubblici, alla luce dell’aumento dell’inflazione e dei costi energetici. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, chiedendo che l’impatto del caro-prezzi venga considerato nella valutazione del rispetto delle regole di spesa.
Nella missiva, la premier avverte che i percorsi di spesa netta concordati nel quadro fiscale europeo lasciano «margini limitati» per sostenere famiglie e imprese senza dover ricorrere a misure restrittive. Secondo Meloni, la quota di spesa pubblica italiana direttamente influenzata da un’inflazione superiore alle previsioni iniziali equivale al 20,4% del Pil.
Aiuti mirati sull’energia
Il governo propone di consentire agli Stati membri di utilizzare almeno una parte del maggior gettito fiscale generato dall’aumento dei prezzi per interventi temporanei e selettivi contro il caro-bollette. L’obiettivo è alleggerire l’impatto dei rincari dell’energia su famiglie e attività produttive, senza modificare in modo strutturale il percorso di riduzione del debito.
Nella lettera, Roma evidenzia l’ampiezza dello shock energetico: dall’inizio dell’anno il prezzo del petrolio greggio, espresso in euro, è cresciuto di quasi l’80%, mentre quello del gas naturale è salito del 156%.
Sul tavolo c’è anche la richiesta, condivisa con Praga, di adottare interventi temporanei sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l’Ets, per limitare l’incidenza dei suoi costi sui prezzi dell’energia. Italia e Repubblica Ceca sollecitano inoltre maggiore elasticità nell’assegnazione delle quote e il rinvio dell’entrata in vigore dell’Ets 2, destinato a coinvolgere trasporti ed edifici.
Bruxelles frena
La risposta della Commissione europea, almeno per ora, resta prudente. I portavoce di Bruxelles hanno ricordato che l’Unione ha già ampliato la clausola di salvaguardia nazionale, inizialmente prevista per la difesa, anche alle spese energetiche. Il meccanismo permette agli Stati di discostarsi dal percorso di spesa netta fino a un massimo complessivo dello 0,6% del Pil tra febbraio 2026 e la fine del 2028, rispettando le procedure previste.
La richiesta italiana dovrebbe essere affrontata nelle prossime riunioni dell’Ecofin e, successivamente, al Consiglio europeo di metà ottobre. Intanto, a Palazzo Chigi si è svolto un vertice di maggioranza alla vigilia dell’approvazione del Documento programmatico di finanza pubblica, passaggio centrale nella preparazione della legge di bilancio.
Mercati sotto pressione
Il contesto internazionale resta teso. L’aumento dei prezzi energetici e le tensioni legate alla guerra in Iran hanno alimentato l’avversione al rischio sui mercati, con ripercussioni sui titoli di Stato e sul differenziale tra Btp e Bund, salito ai massimi da gennaio 2025.
Da Zurigo, l’ex presidente della Bce Mario Draghi ha richiamato l’Unione europea a mettere la crescita al centro delle proprie politiche, rilanciando la necessità di completare il mercato unico e l’unione dei capitali. Il riferimento è alla necessità di mobilitare risorse comuni per innovazione, produttività e intelligenza artificiale, in un quadro europeo reso più fragile dall’aumento dei costi dell’energia e dall’incertezza geopolitica.

