
Lavori da casa? L’altra faccia dello smart working e i pericoli più comuni (che in troppi sottovalutiamo)
Lo smart working o meglio il lavoro da remoto che la pandemia di Covid ha contribuito a diffondere, ha cambiato il modo di lavorare e, in molti casi, anche il nostro modo di vivere. Ha ridotto gli spostamenti, abbattuto le emissioni legate al traffico quotidiano, alleggerito città congestionate, dato più flessibilità a chi deve gestire...
Lo smart working o meglio il lavoro da remoto che la pandemia di Covid ha contribuito a diffondere, ha cambiato il modo di lavorare e, in molti casi, anche il nostro modo di vivere. Ha ridotto gli spostamenti, abbattuto le emissioni legate al traffico quotidiano, alleggerito città congestionate, dato più flessibilità a chi deve gestire figli, genitori anziani o semplicemente tempi di vita più umani. Dal punto di vista ambientale e organizzativo è una delle trasformazioni più interessanti degli ultimi anni. Ed è giusto dirlo chiaramente: non è un passo indietro, è un passo avanti.
Ma come tutte le grandi rivoluzioni silenziose, porta con sé anche effetti collaterali. Non perché sia “sbagliata”, ma perché il nostro corpo e il nostro cervello non sono stati progettati per lavorare in isolamento, davanti a uno schermo, per ore e ore, senza movimento, senza relazioni spontanee, senza cambi di scenario. Non è una colpa individuale, è un limite biologico condiviso. Siamo tutti sulla stessa barca.
Il rischio è proprio questo: che la comodità ci faccia abbassare la guardia. Che i vantaggi reali del lavoro
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