C’è qualcosa, nella tensione e nella frenesia dilagante del calcio moderno ed in ore di tensione a cavallo tra semifinali e finali playoff per gli ultimi posti ai Mondiali di giugno 2026, che fa arrestare il tempo, pensare, riflettere, rendersi effettivamente cosa significhi il viaggio. Quello dello sport e quello della vita.
La storia di Mircea Lucescu sta commovendo tutti. 80 anni e 7 mesi, giovedì sera ufficialmente diventato il selezionatore più anziano di sempre a prendere parte ad impegni Uefa/Fifa, quando sognava di trascinare la Romania all’ultimo grande appuntamento della sua carriera, la competizione iridata.
A quell’età certamente non lo fai per soldi. Lo fai per passione, per amore, del tuo mestiere, del calcio e del tuo popolo. Ed anche se non è andata bene, col successo per 1-0 di quella Turchia al cui sviluppo contribuì eccome (come ammesso da Calha stesso) il popolo romeno verte tributo ad una figura leggendaria come il navigatissimo allenatore tra le altre ex Inter.
E rende tutto più emozionante il fatto che come noto ormai a tutti combatte da tempo con la malattia. Una malattia che lo tormenta da almeno un anno e che per diversi tratti l’ha costretto a restar a casa. E’ riuscito ad andare in Turchia con la sua Romania ma stavolta, per preparare l’amichevole con la Slovacchia, dovrà abbandonare momentaneamente la sua missione: s’è sentito male in allenamento, collassato, trasportato d’urgenza in ospedale. Le condizioni sono stabili, ma la Romania si stringe attorno ad una delle sue più nobili ed eterne figure calcistiche.


