Tra Stati Uniti e Cina abbiamo assistito a uno Sputinik moment, l’improvvisa consapevolezza di aver lasciato correre (e in alcuni casi, aiutato) il rivale numero uno, seguita da una reazione forse brutale ma inevitabile: finché non avremo consolidato il nostro vantaggio tecnologico, non possiamo più permetterci il lusso di una cooperazione. Gli scambi commerciali quasi senza limiti cui abbiamo assistito negli ultimi 20 anni hanno indebolito la capacità industriale dell’Occidente, spostato interi settori in Asia, aperto la strada per furto di proprietà intellettuale e dipendenza economica. Abbiamo chiuso gli occhi sul dual use civile e militare che molti apparecchi possono avere, permesso a un potentissimo strumento (anche) di propaganda come TikTok di essere l’app più scaricata degli ultimi due anni.
Il cambiamento di approccio è avvenuto durante l’amministrazione Donald Trump, con le mosse improvvise – e tardive – contro Huawei e Zte, ed è proseguito in modo ancor più netto con Joe Biden. Il culmine è arrivato con l’ordine esecutivo che vieta l’export di microchip (e tecnologie connesse) verso la Cina.
L’incontro a Bali tra Biden e


