Con quel berretto scuro, alto sopra la testa, e i capelli sparati di fuori, sembra uno di quegli sportivi di un’altra epoca, quando le imprese trovavano spazio solo sui giornali, e i campioni erano ragazzi normali. È attraverso questa immagine che nel giro di due settimane – prima Wengen, poi Kitzbühel – lo ha conosciuto chi non aveva minimamente idea di chi fosse. Eppure Giovanni Franzoni, faccia pulita e sorriso sincero, è già entrato nel cuore degli appassionati di sci. Forse anche per via delle lacrime, scese copiose, dopo la prima vittoria della carriera, quando ha guardato il cielo, pensando al suo amico Matteo Franzoso, morto lo scorso settembre durante un allenamento di velocità in Cile.
Franzoni il predestinato
Ma Franzoni è sempre stato un predestinato. Quando si è affacciato al cancelletto di partenza del Circo Bianco, in anni in cui il settore maschile dello sci alpino – salvo significative eccezioni – faticava a rinnovarsi, si diceva: “Oh, finalmente c’è Giovanni Franzoni”. Era l’atleta di punta per il futuro. E non a caso: Franzoni fa parte di quella schiera di
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