È l’epoca d’oro del giornalismo musicale, o meglio, della riscoperta di quella particolare tipologia di saggistica – nella grande maggioranza dei casi, battente bandiera britannica – che concepisce la musica non come un territorio d’analisi meramente tecnico, ma come un gradiente attraverso cui leggere la società, metterne in luce le tendenze e denunciarne le storture.
Basta passeggiare in una libreria – badate bene: una qualsiasi, non la piccola isoletta d’essai di turno – per rendersi conto del clamoroso riconoscimento che la produzione di Mark Fisher – da Realismo Capitalista a The Weird and the Eerie, fino agli scritti musicali e politici pubblicati negli anni sul blog k–punk – ha ottenuto all’interno del mercato domestico.
Un discorso simile potrebbe valere per la riproposizione delle opere di Simon Reynolds (critico musicale e, come nel caso di Fisher, attento e infaticabile osservatore del contemporaneo): titoli come Post punk, Polvere di stelle o Retromania, fino a non troppo anni addietro percepiti come feticci “sotterranei” o riservati agli addetti ai lavori, hanno ormai invaso il campo del (scusate) “mainstream” e sono entrati a far parte
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