Bullismo in Italia: Non esiste il bullo cattivo

Mentre il ministro dell’Istruzione pensava all’umiliazione per raddrizzare chi sbanda, noi abbiamo incontrato gli sbandati. E abbiamo capito una cosa: dentro il bullo c’è sempre un vulcano in eruzione. Che va spento, con tanta empatia

Questo articolo è pubblicato sul numero 50 di Vanity Fair in edicola fino al 12 dicembre 2022

«Se mi avessero umiliato pubblicamente quando facevo il bullo al liceo, avrei sicuramente pensato al suicidio». Lorenzo Riva, 24 anni, bolognese trasferito a Milano per inseguire il sogno della musica, non ha dubbi circa la scarsa efficacia di un’educazione basata sull’umiliazione, strategia caldeggiata e poi ritrattata dal ministro per l’Istruzione e il merito Giuseppe Valditara.

Magro dentro un giubbotto grande, con il viso semi nascosto dai capelli mossi, Lorenzo continua: «Il bullo ha bisogno di affetto tanto quanto il bullizzato. Io lo so perché sono stato entrambi». Abbassa gli occhi, poi riprende: «Alle medie ero il bersaglio di Samuel, che odiavo e per cui provavo un’invidia tossica. Lui era tutto quello che avrei voluto essere: bello, prestante, sicuro di sé, disinvolto con le ragazze, portato per la musica e talento nello sport. Non so perché avesse scelto me, perché mi desse il tormento. Una sera, a una festa, comincia a prendermi in giro. Mi chiama “fro…io”, mi dice che ho il ca…o piccolo. Gli altri


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