Per l’accusa il centro sociale Askatasuna era diventata la base di una vera e propria “associazione a delinquere”. Un’organizzazione “verticistica”, “capillare nella distribuzione dei ruoli e dei compiti”, in grado di realizzare “azioni violente” durante “manifestazioni di protesta”, che aveva come finalità quella di “mantenere alta la tensione con le forze dell’ordine” e portare avanti una “lotta violenta” contro lo Stato. Insomma, per la Procura di Torino a processo non c’era una compagine politica radicale, ma un gruppo di delinquenti comuni, che, per citare le parole del procuratore generale Lucia Musti, avrebbe trasformato Torino “nella capitale dell’eversione italiana”.
La tesi della Procura, che aveva chiesto 88 anni di carcere in un processo che contava 28 imputati, è però caduta sul punto principale: nel marzo del 2025 il tribunale ha riconosciuto condanne per 16 anni, ma solo per fatti specifici. Nessuna associazione per delinquere, una contestazione smentita completamente dalla sentenza di primo grado: “Sulla base di quell’ipotesi, avrebbero dovuto condannare tutti i centri sociali italiani – ragiona l’avvocato Claudio Novaro – Si è voluto costruire un nemico ed eliminare la protesta
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