Il Centro-Italia si contende la “Selva Oscura” di Dante

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Una simpatica contesa quella che sta avvenendo via social tra abitanti di diverse zone del Centro-Italia, in particolare della Toscana e del Lazio; la discussione prende il via dalla possibilità (purtroppo inappurabile) che Dante abbia avuto l’ispirazione della nota “selva oscura” proprio da varie selve che sorgono nella zona centrale della Penisola. Tra queste, la più suggestiva per i viterbesi, è quella dei Monti Cimini.

La verità è illusione. O l’illusione è verità. In questo caso, purtroppo, non si potranno mai avere (a meno di scoperte sensazionali) le prove che corroborino le ipotesi di una parte o dell’altra. La questione è destinata a rimanere insoluta.

Si parla di una contesa che sta prendendo vita via social in particolare per via del Dantedì: la guerra è principalmente tra 3 fazioni, le quali si contenderebbero il titolo di “terra ispiratrice” della selva oscura dantesca. Ma quali sono questi schieramenti?

  • Selva del Lamone (Farnese-Viterbo)
  • Monti Cimini (Viterbo)
  • Orrido Botri (Lucca)

In realtà, la motivazione che spingerebbe tutte e 3 le “squadre” a scommettere per la propria posizione, è la stessa: esiliato tra il 1300 ed il 1301, Dante iniziò a scrivere la Divina Commedia (e quindi la Cantica dell’Inferno che inizia con i versi della “selva oscura”) proprio in tale lasso di tempo, e si calcola che, dovendo raggiungere il Giubileo indetto da Bonifacio VIII per il 1300 a Roma, passò necessariamente per la via che da Firenze a sud lo avrebbe portato alla Città Eterna. Il tragitto potrebbe comprendere tutte e 3 le località prima citate: a dire la verità è possibile anche che lo scrittore abbia transitato per tutte e 3, e che l’idea sia nata dall’insieme di tutte le selve incontrate.

Purtroppo la distanza temporale e la mancanza di documentazione adatta non permette di avere un’idea precisa e quindi di mettere fine a una contesa che è destinata a rimanere tale.

Che Dante sia stato nei pressi delle zone della Città dei Papi è indubbio: conobbe certamente la tragica storia avvenuta a Enrico di Cornovaglia nella Piazza del Gesù viterbese, e scrisse poi, sempre nella sua opera maggiore, anche del Bullicame viterbese, in tali versi:

«Tacendo divenimmo la ‘ve spiccia
fuor della selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
Quale del Bullicame esce ruscello
che parton poi tra lor le pettatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
Lo fondo suo ed ambo le pendici
fatt’era ‘n pietra, e margini dallato»

Come sottolineato all’inizio dell’articolo, in questo caso l’illusione è destinata a diventare la verità: nel senso che la credenza e la voglia di sognare di ogni abitante delle suddette terre possono fungere da spinte propulsive per una verità che sarà certamente suddivisa geograficamente, ma apparentemente (e giustamente, aggiungeremmo) reale nella vita di ognuno di essi.

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