Alla fine missione straordinariamente compiuta. Ancora una volta. Sinner non sbaglia, in un 2026 fin qui senza precedenti. Uno dei momenti più importanti di sport azzurro, quello che abbiamo appena vissuto. Al suo giovane ma già straripante palmares, Re Jannik ha messo dentro pure Roma. E’ tutto vero: altro cammino perfetto, battuto pure Ruud in finale, annessa pure la Capitale ai suoi strepitosi successi.
Emozione palpabile per tutto il popolo del Centrale. Accorso in massa con biglietti letteralmente andati a ruba perché la percezione di poter assister a qualcosa di speciale era ormai nell’aria. E così è stato: la macchina non ha tradito, nemmeno stavolta. Doppio 6-4, condito da colpi di classe a deliziare Roma al tramonto del primo ed all’inizio del secondo set. Quindi gestione, amministrazione: per il norvegese la percezione netta d’esser di fronte a chi, baciato dalle divinità del tennis, sapeva d’esser destinato al matrimonio con la storia. Una delle storie più attese, quella con Roma.
50 anni dopo Adriano Panatta, un italiano torna a vincere gli Internazionali. E non poteva che esser Re Sinner. Che centra il sesto Masters 1000 consecutivo, il quinto dell’anno, completando così il Career Golden Masters, ovvero il successo almeno una volta in carriera d’ognuno dei nove 1000 su circuito. Un’impresa, nel corso dei decenni, riuscita solo a Nole Djokovic. Grande festa, grande emozione, Roma si inchina, incorona e omaggia Re Sinner. A cui stavolta no, proprio no, non poteva sfuggire l’appuntamento con la storia, quella più attesa.


