Una semifinale di Coppa Italia di quelle già probabilmente libri di storia degli ultimi anni. Di quelle che riavvicinano gli appassionati a questa competizione. Una gara, finalmente, degna di una semifinale di una Coppa nazionale. Una gara, finalmente, che restituisce attrazione e lustro al calcio italiano. Merito del Como, ma alla fine in finalissima volò l’Inter.
L’atto secondo tra Chivu e Fabregas, esattamente tra seconda e prima scelta dell’ultima estate interista, va ancora alla Pinetina. Proprio come dieci giorni fa al Sinigaglia in campionato, per i lariani espressione spettacolo e calcio tanto sorprendente quanto dominante, prima dell’ennesima rimonta beffa sul più bello, con cui il Como si butta via e consegnerà i biglietti per Roma alla sola banda nerazzurra. Per una gara che, senza girarci intorno, riaprirà scenari di discussione filosofica tra giochisti e risultatisti, ancora una volta.
Baturina al tramonto del primo tempo e Da Cunha ad inizio ripresa: lezione Como, in cattedra c’è Cesc. Già, ma per trequarti, non per tutta la gara. Perché le semifinali finiscono al 90simo, a volte anche oltre, e specialmente quando si affronta alla Scala una squadra di campioni come quelli d’Italia tutto può succedere fino all’ultimo respiro, mai dormir sonni tranquilli. Il perché lo spiega Calhanoglu, doppietta stellare. Prima fendente dal limite, quindi addirittura pari di testa; in due minuti aggancio e sorpasso, quello targato Sucic.
Clamoroso 3-2 e Como rovesciato. Dal momento più grande della sua storia all’amarezza più penetrante. Il Como s’è sciolto ancora, sul più bello. A questi livelli l’espressione non è bastata, bensì alla fine è crollata. Per quanto bella, a tratti sopraffina, persino paradisiaca. Chivu sbaglia, poi sistema; e c’è chi gli tira fuori il coniglio dal cilindro o gli toglie le stesse castagne dal fuoco. Con uno Scudetto in cassaforte poteva osare di più, invece di incassar lezione; ma alla fine vince lui, avrà ragione lui. L’Inter a Roma, missione double domestico.


